lunedì 9 giugno 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (20)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale

Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982


20
 Gesù Cristo salvatore deve essere davvero lo specifico, il centro  e il tutto della vita del cristiano. E mai si riduca al ruolo di presidente onorario.
 Ogni mediazione umana -anche quella privilegiata della Chiesa- veicola, propone, prepara, contestualizza l'unica salvezza, ma non è la salvezza. Essa [la salvezza] scende dall'alto (Ap 21,12), sempre, per dono continuo di colui  che ne è la fonte e l'amministratore e si serve di strumenti e segni umani.
  Ma occorre anche volgersi continuamente verso l'uomo. La verità sull'uomo che la Chiesa ha ricevuto deve tradurla in atteggiamenti conseguenti, facendosi testimone, serva, vindice della dignità umana. La fedeltà alla via dell'uomo è fedeltà all'uomo concreto, ferito e ribelle, presuntuoso o povero, minacciato e amministrato, autocompiaciuto  o senza speranza né dignità.
 Vi può essere una vera esperienza di fede ancor oggi se la forma di Gesù di Nazareth -la sua obbedienza radicale, il suo abbassamento, il suo farsi maledizione e schiavo- con-forma qui e ora un pezzo di storia, penetra e vivifica realmente una situazione reale.
 
Mie considerazioni
 
 Organizzare tutta la nostra vita di fede intorno alla persona del nostro primo Maestro, riconosciuto come persona divina, può sembrare un obiettivo coerente con le nostre concezioni e finalità religiose, ma è piuttosto problematico, se noi con questo intendiamo di voler fare a meno di ogni mediazione culturale, per cercare un accesso diretto  a lui. Infatti noi possiamo conoscerlo  solo per via di mediazione culturale. Prescindendo da quest'ultima, quindi dalla cultura della fede, anche la sua figura storica ci diviene inaccessibile. Quindi poi, come ricordato da Secondin in altra parte del suo saggio, nel corso della storia sono state costruite diverse immagini del Nazareno e, correlativamente, sono state proposti  diversi modelli di santità, di perfezione. Ai tempi nostri, ad esempio, abbiamo riscoperto la condizione di ebreo del nostro fondatore, e quindi i legami culturali che le nostre concezioni di fede hanno con il giudaismo delle origini, il che ha costruito la cornice ideologica che ha consentito lo spettacolare incontro interreligioso di ieri in Vaticano, con una preghiera comune con maestri dell'ebraismo contemporaneo. Questa, in realtà, più che una riscoperta è una  conquista culturale, se si considera il duro antigiudaismo degli scrittori ai quali, per la loro rilevanza nella formazione delle basi della nostra ideologia religiosa, riconosciamo la qualità di Padri, che si espresse con fraseologie che alla nostra sensibilità contemporanea appaiono sconvolgenti. E lo è ancor di più a confronto con l'ideologia della sostituzione degli israeliti come popolo eletto che, presente fin dai primordi delle nostre collettività di fede, è stata costruita, nel modo in cui per secoli l'abbiamo predicata, nel corso del secondo millennio della nostra esperienza religiosa, costituendo la base culturale di un pervicace antiebraismo che, oggi siamo disposti a riconoscerlo, ha travagliato tutta la nostra storia religiosa. 
   Anche la stessa nostra mistica, che vuole proporre esperienze di relazioni dirette con il soprannaturale, si è sempre espressa in determinati contesti culturali, a prescindere ovviamente dall'emotività che le è connaturata e che, come tale, è però incomunicabile.
 Piuttosto, quando ci si propone di concentrarci  sulla persona del nostro primo Maestro, lo scopo in genere è di relativizzare tutte le mediazioni culturali che di volta in volta sono state raggiunte e proposte, nel senso di rendere possibile un loro costante superamento e quindi poi il rinnovamento della nostra fede.
 Naturalmente possiamo riconoscere alcune importanti costanti nelle teologie, quindi nei sistemi concettuali, che storicamente si sono succedute.  Questo convince di trovarsi di fronte, in fondo, a un'unica confessione di fede, pur con moltissime varianti, moltissimi stili di vita, diverse liturgie, diverse tradizioni culturali. Anche questa tuttavia è una  conquista culturale recente, mentre solo fino alla metà del secolo scorso la questione veniva posta in termini drammatici di vero/falso e di  ortodossia/eresia.  Questa conquista ha reso possibile l'ecumenismo come ai tempi nostri lo si concepisce, vale a dire come la pratica di relazioni pacificate con le altre confessioni religiose della nostra medesima fede, mentre per un tempo lunghissimo esso venne invece concepito, dal punto di vista della nostra confessione di fede, come il processo storico per ricondurre tutte le genti di fede sotto il dominio assoluto di un unico Padre terreno, del nostro sovrano religioso romano.
 La via che si propone per il superamento di ogni storica mediazione culturale è quella della misericordia verso i patimenti degli esseri umani, il voler essere collettivamente  via di salvezza non per l'uomo dei filosofi, ma per l'umanità della storia, per la gente concreta, sull'esempio del nostro primo Maestro i cui insegnamenti erano sempre accompagnati, e avvalorati, da gesti di salvezza e di liberazione e da una marcata empatia con i sofferenti. La legge dell'agàpe, il voler sempre radunare in un convito benevolente e festoso tutta l'umanità  concreta, porta sempre a superare le leggi dei giuristi teologi, anche qui secondo uno schema molto antico, che ha evidenti espressioni fin dalla teologia espressa negli scritti biblici prodotti dalle nostre prime collettività di fede. E' un movimento che anche di questi tempi è potentemente evocato dal nostro nuovo sovrano religioso romano, senza però, mi pare, una vera corrispondenza nella base dei fedeli, in Italia. Era esattamente l'inverso negli scorsi anni Cinquanta, che costituirono l'ambiente vitale in cui si manifestarono e crebbero i fermenti vitali che sorressero il moto di aggiornamento del Concilio Vaticano 2° (1962/1965). Per certi versi siamo ancora nel pieno dell'inverno che rapidamente seguì la primavera  conciliare. L'Azione Cattolica  è uno degli ambienti in cui si cerca di andare in controtendenza; essa ha cercato di conservare una tradizione culturale che è stata piuttosto contrastata fino a tempi piuttosto recenti. Per convincersene basta dare un'occhiata catalogo della casa editrice dell'associazione, la A.V.E. .
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli