Primo Maggio
La festa del Primo
Maggio è dedicata ai lavoratori, non al lavoro. In religione la dedichiamo a S.
Giuseppe lavoratore, che fu un lavoratore e il cui essere lavoratore
non fu granché rilevante tra i motivi per cui viene ricordato nelle questioni
di fede. Ciò porta a fraintendere la festa civile di oggi.
Il Primo Maggio non
si festeggiano i lavoratori, ma la loro decisione di riunirsi per lottare contro strutture sociali e economiche che ne
facevano, e ancora ne fanno, una classe subalterna benché maggioritaria nella
società. Si tratta quindi, sostanzialmente, di una festa socialista. La
dottrina sociale della nostra confessione religiosa nacque, con l'enciclica Rerum Novarum (=sulle novità) del papa Leone 13°, a fine
Ottocento (1891), proprio in esplicita polemica con il socialismo. Perché? Innanzi
tutto perché la versione del socialismo che si andò storicamente imponendo in
Europa e nelle nazioni nate dalla colonizzazione europea fu quella di tipo
marxista, quindi ateo. I marxismi, quindi le varie correnti di pensiero che
sono originate dal pensiero del filosofo, economista e agitatore politico
tedesco Karl Marx (1818-1883), hanno visto nelle religioni solo uno strumento
con cui le classi dominanti tenevano alla catena quelle subalterne e queste
ultime per così dire anestetizzavano le sofferenze della propria subalternità:
quindi un'impostura che impediva l'elevazione sociale delle classi svantaggiate.
Ma, in realtà, non è stato questo l'unico motivo. Al tempo in cui sorse il
movimento socialista, nell'Ottocento, la nostra gerarchia religiosa era
federata con i sovrani e le oligarchie politiche ed economiche minacciate dal
socialismo ed ancora, anche se in minore misura, lo è. Questa la portò a contrastare il movimento
socialista in particolare nella sua rivendicazione dell'uguaglianza degli
esseri umani, intesa come pari dignità sociale. Quest'ultimo motivo di contrasto
è oggi in gran parte venuto meno nell'ideologia religiosa e questo,
sostanzialmente, dagli scorsi anni Sessanta. La dottrina sociale della nostra
confessione religiosa, che è un parte
importante e influente di ciò che viene denominato pensiero sociale cristiano, rifiutò, e ancora rifiuta, di accettare
l'idea di una evoluzione storica delle strutture sociali mediante una lotta tra gruppi sociali portatori di
interessi economici divergenti, anche se attuata da gruppi di persone
ingiustamente discriminate e sfruttate. Essa elaborò una propria soluzione
sociale alternativa basata sull'idea di volenterosa collaborazione tra classi
sociali, in particolare tra quella dei lavoratori e quella degli imprenditori, sull'esempio
di esperienze correnti nel Medioevo, che venne denominata corporativa. L'insufficienza di tale concezione, in quanto
irrealistica, venne segnalata ai Papi del suo tempo dall'economista cattolico
Giuseppe Toniolo (1845-1918), protagonista dell'azione sociale cattolica, il
quale ne trattò anche nei suoi scritti. In Italia l'ideologia del
corporativismo cattolico favorì l'intesa con il fascismo storico, che aveva
elaborato una propria ideologia corporativa, non basata però sull'idea di
amorevole cooperazione delle classi sociali ma su quella di una composizione
dei contrasti sociali imposta coattivamente da un demiurgo per unire tutte le
forze della nazione per l'asservimento e la predazione di altri popoli, in
definitiva per un colonialismo di tipo imperiale, e per contrastare l'azione di
imperi coloniali concorrenti. La realizzazione di un impero coloniale italiano
era infatti la via mediante la quale il fascismo intendeva superare le
limitazioni di un'economia arretrata e povera di materie prime come quella
italiana. Esso pertanto, fin dall'inizio ed esplicitamente, era votato alla
guerra di conquista. Questo aspetto, che contrastava con l'idea di un assetto
globale pacificato che era proprio della nostra dottrina religiosa, venne reso
accettabile ai cattolici, e di fatto accettato dalla gran parte di essi,
presentando le guerre fasciste di conquista come imprese di civilizzazione
anche religiosa.
Nel corso del
Novecento la polemica tra la dottrina sociale della Chiesa e il socialismo si
fece più aspra, da entrambe le parti, in concomitanza con i moti rivoluzionari
russi che portarono al rovesciamento della monarchia zarista, all'instaurazione
dell'Unione Sovietica nei territori dominati dall'abbattuto impero zarista e al
sorgere anche nel resto dell'Europa e nelle nazioni di emigrazione europea di
movimenti rivoluzionari che vedevano un esempio da seguire nella rivoluzione sovietica.
In Italia e in altre parti d'Europa, ad esempio in Spagna, ciò fu determinante
nello spingere il Papato ad appoggiare regimi autoritari di tipo fascista,
fortemente avversi al socialismo. Questa posizione proseguì anche dopo
l'abbattimento in Europa dei regimi nazisti e fascisti, nel senso che si
preferì in genere parteggiare per le classi egemoni in regimi di economia
capitalista, contro i movimenti socialisti. In Italia questa tendenza fu
attenuata per la presenza di un grande partito politico ispirato al pensiero
sociale cattolico, in cui molte rivendicazioni
del socialismo storico erano accolte: la vigente Costituzione italiana è il
frutto di questa ideologia, che caratterizzò fortemente gli articoli 2 e 3, che
contengono norme considerate di sistema,
principi fondamentali che denotano così tanto il sistema costituzionale che non potrebbero essere mutati neppure con
procedimento di revisione costituzionale senza produrre una rottura dell'ordine
costituzionale e il passaggio ad un
altro sistema.
Insomma, come
lamentava don Milani, la gerarchia cattolica in Italia è finita sempre con lo
stare dalla parte dei padroni, ciò
che ha determinato un allontanamento dalla religione delle classi lavoratrici.
Negli anni Sessanta la situazione iniziò a
mutare. In particolare, nello sviluppo del processo di decolonizzazione il
pensiero sociale cristiano iniziò a considerare maggiormente le esigenze di
giustizia sociale. Sull'onda del movimento iniziato dal Concilio Vaticano 2°
(1962/1965) e dell'appello in tal senso venuto dai papi Giovanni 23°, con
l'enciclica Pacem in terris (=la pace
sulla Terra), del 1963, e del papa Paolo
6°, con l'enciclica Populorum progressio
(=lo sviluppo dei popoli), del 1967, si produssero teologie e esperienze
collettive che andavano in quella direzione, considerando l'azione collettiva
nella società (in particolare quella politica) per mutare strutture di
discriminazione e sfruttamento come
avente un significato propriamente religioso, quindi come opera di carità. Si
ricorda di solito, a questo proposito, l'affermazione del papa Paolo 6° che la politica è la più alta forma di carità.
Quindi possiamo dire che iniziò da quell'epoca un movimento che potremmo
definire di laburismo cattolico, che
si saldò con quelli che possono vedersi unificate nel cattolicesimo democratico. Questa corrente ideale è ancora molto forte e addirittura determinante
in Italia, anche se non ha più una sufficiente definizione teologica, impedita
dall'opera di repressione ideologica attuata negli ultimi trent'anni nella
nostra confessione religiosa, essenzialmente in funzione anti-comunista.
Il laburismo cattolico risentì molto, dalla fine degli anni Settanta,
del pensiero e del magistero del papa Giovanni Paolo 2°, che impose in Italia
il modello organizzativo polacco. Nella Polonia degli anni Settanta e Ottanta,
dominata da un regime comunista sul modello sovietico, l'azione sindacale fu il
surrogato di quella politica, vietata al di fuori delle organizzazioni
comuniste. In sostanza il laburismo cattolico polacco, al pari di quello
socialista nei sistemi politici liberal-capitalistici, era fondamentalmente di tipo rivoluzionario. Tuttavia esso, poiché
era contrastato da un regime comunista, era costruito per accettare l'alleanza
e i sostegno di forze politiche e regimi
di ideologia capitalista. Trasportato in Italia e in altre parti del mondo finì
per integrarsi con le forze anti-socialiste, anche se esso aveva accolto alcune
delle idee del socialismo storico, come emerge, ad esempio, dalla lettura della
prima enciclica del papa Giovanni Paolo 2°, la Laborem exercens (=il lavoratore), del 1981. Questo fu
particolarmente evidente in America Latina, dove comportò una durissima
repressione del movimento detto della Teologia
della Liberazione, che comprendeva non sono teologie ma anche esperienze di
prassi collettive, iniziato con la conferenza di Medellin dell'episcopato
latino-americano (CELAM), nel 1968. Anche in Italia tutte le teologie ed
esperienze collettive ispirate agli ideali di quel movimento vennero sconfessate, scoraggiate e anche represse. Con la caduta
dell'Unione Sovietica, quel papa cercò di dare una nuova sistemazione ideale
della dottrina sociale cattolica che
consentisse il mantenimento di propositi di riforma sociale in senso
egualitario e di tutela della classi lavoratrici anche nel nuovo mondo che si
stava formando: lo fece con l'enciclica Centesimus
Annus (=il centenario), promulgata nel 1991 a cento anni dall'enciclica Rerum Novarum, in cui si trova, per la
prima volta nella storia del Papato (in precedenza erano state formulate solo,
per così, dire affermazioni di preferenza), la piena accettazione del sistema
delle democrazie di popolo come quello maggiormente aderente alla dignità delle
persone umane. Questa linea venne proseguita dal suo successore Benedetto 16°,
che, in particolare, mostrò di apprezzare particolarmente, in diversi
interventi pubblici, la composizione di interessi delle varie classi sociali
realizzata nella nostra nuova Europa, in cui tanti popoli che per secoli si
erano combattuti, si sono federati in Unione in cui prevale quello che è stato
definito il modello dell'economia sociale
di mercato, nel quale vengono temperate le asprezze di quello
capitalistico. Esso è però entrato in crisi, a seguito degli sconvolgimenti
finanziari prodottisi a livello globale, di tutta la Terra, dal 2008, a partire
dagli Stati Uniti d'America. Essi sono il risultato di una ridefinizione
mondiale degli equilibri economici, a scapito delle economie nordamericane ed
europee. Le economie emergenti sud-americane, africane e asiatiche sono oggi in
grado di produrre merci molto competitive a livello globale, anche ad alto
contenuto tecnologico. Gli europei da un lato hanno beneficiato di ciò, potendo
acquistare a prezzi molto più bassi prodotti di qualità ottima realizzati nelle
nazioni di economia emergente da lavoratori retribuiti molto meno di quelli
occidentali, d'altro alto subiscono una contrazione dell'occupazione di lavoro
dipendente, quindi una contrazione della classe lavoratrice, per lo spostamento
di molte produzioni in regioni dove la mano d'opera costa meno. Questa
situazione ha portato a nuovi problemi di giustizia sociale, che un tempo erano
concepiti come confinati a livello nazionale, nella contrapposizione tra padroni e lavoratori di una
determinata nazione. In questo vecchio contesto il movimento socialista faceva
forza sull'unione delle masse
lavoratrici, numericamente
maggioritarie, per strappare concessioni
alle minoritarie classi padronali. Questo il senso della festa del Primo
Maggio. Al giorno d'oggi si è creata invece anche una contrapposizione di
interessi tra masse lavoratrici di diversi continenti, che le divide e quindi le indebolisce. La
stessa forza lavoratrice presente in Europa è stata profondamente modificata
dai fenomeni immigratori e anche, da essi, divisa,
riproponendo all'interno del Continente la contrapposizione tra masse
lavoratrici sindacalizzate e tutelate secondo i livelli dell'economia sociale
di mercato e masse lavoratrici in condizione di sostanziale schiavitù economica
(anche se non civile) che si è creata a livello globale. Questa nuova situazione presenta analogie con
quella che si presentò dalla fine degli anni Cinquanta nel processo di
decolonizzazione e che si trova trattata nelle citate encicliche Pacem in terris e Populorum progressio.
Tuttavia ora la situazione è, per così dire, rovesciata, in quanto mentre prima
il problema era di elevare le masse
lavoratrici delle nuove nazioni emerse dalla decolonizzazione, il problema
contemporaneo, in Europa, consiste nel non
abbassare le masse lavoratrici europee alle condizioni di quelle degli
altri continenti, sembrando ai governi del mondo economicamente impossibile, e addirittura
iniqua (nella visione del capitalismo contemporaneo caratterizzata
all'accettazione di elevate diseguaglianze economiche), l'elevazione di tutti ai
livelli europei di oggi. Le masse lavoratrici europee appaiono infatti come
composte addirittura da privilegiati. Questa nuova situazione fa apparire in
parte superate le vecchie concezioni della dottrina sociale della chiesa e
insufficienti le concezioni correnti nel pensiero sociale cristiano, in
particolare di quelle cattoliche, che hanno risentito del duro clima di repressione
degli anni passati. In realtà è proprio il pensiero sociale cattolico quello
che, scaturendo da una confessione che è già integrata a livello globale,
sovranazionale, estesa in tutti i Continenti, tutti rappresentati nelle
istituzioni di vertice, ha maggiori prospettive di fruttuosi sviluppi. Il
problema è quello, da un lato, di realizzare una nuova unità a livello globale di tutti coloro che sono animati da
sentimenti di giustizia sociale e, dall'altro, di trovare vie per sviluppare
un'azione di equità sociale a livello mondiale, che inevitabilmente vivrà
momenti di contrasto tra classi sociali, con modalità conformi agli alti
sentimenti umanitari che si hanno in religione.
Rimane sempre attuale
l'appello socialista "Lavoratori di
tutto il mondo, unitevi!", ma
anche molto più difficile da realizzare sulla base dei soli moventi economici,
che in realtà dividono le masse
lavoratrici a livello mondiale. E ciò mentre l'Internazionale del profitto e della diseguaglianza è unita da
interessi economici coincidenti. La giustizia sociale a livello globale
richiede oggi un impegno propriamente religioso di unità fra le masse
lavoratrici, che è in consonanza con l'ideale religioso di creare una unità
fraterna e amorevole fra tutti i popoli della Terra.
Buon Primo Maggio!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli