La stima della gente
Le letture bibliche
delle Messe di questo tempo liturgico ci riportano alle nostre collettività
delle origini e ci dicono che, pur contrastate per motivi confessionali
apparendo eretiche al giudaismo da cui erano scaturite, godevano della stima
della gente per il loro modo di vivere. Gli stessi scritti da cui sono state
tratte ci raccontano però anche un'altra storia, di forti contrasti, invidie, di
gruppi che si accapigliavano e che dovevano essere richiamati all'ordine, a un
ordine pacificato nell'ottica evangelica, e dunque si può pensare che il
ritratto di collettività ispirate da principi di condivisione amorevole dei
beni e del tempo sia in gran parte frutto di una idealizzazione e corrisponda
quindi più a come si sarebbe voluti essere che a come si era realmente.
Alle origini la
nostra fede visse una fase fortemente espansiva, in cui entrò di tutto. Non
c'era ancora una dottrina normativa, che iniziò
formarsi molto più tardi, quando la nuova religione iniziò ad essere una
questione di stato. I primi concili ecumenici,
nel senso in cui ai tempi nostri intendiamo questi consessi, risalgono al
quarto secolo. Che cosa attirava le masse, verso una fede che era vivacemente
contrastata nelle società in cui era immersa? Questo non è ben chiaro. Sicuramente
in filosofia da diversi secoli si sentiva l'insufficienza dell'antica religione
politeistica diffusa in ambito greco-romano. Sicuramente nell'antico impero romano
c'era un'attenzione popolare verso i diversi culti che venivano dal Vicino
Oriente e dall'Egitto. Da qui però a dare ragione della presa sociale, alle
origini, della nostra fede, in tutti gli ambienti, da quelli degli schiavi a
quelli degli altri funzionari dello stato, ce ne corre.
Si può pensare che
effettivamente ad attirare fosse quell'ideale sociale di convivenza amorevole
che ci viene rappresentato in alcun brani biblici riferiti alle origini delle
nostre collettività religiose. Che quindi
la riforma sociale in quella direzione sia stata fin dagli inizi
connaturata alla nostra fede religiosa (l'antica organizzazione sociale era
molto distante dall'essere amorevole). Ciò spiega anche il carattere non
misterico, non destinato a piccoli gruppi di iniziati, della teologia popolare
della nostra religione. La nostra fede fu fin dall'inizio destinata alle masse
di ogni etnia, lingua e cultura. Ciò la differenziò in modo fortissimo rispetto
al giudaismo della origini.
Ad un certo punto la
nostra fede cadde nelle mani delle autorità dello stato e cominciò l'epoca che
ai tempi nostri sta finendo. Essa fu integrata nell'ideologia dello stato,
perse in parte la sua universalità, finì per disgregarsi in varie versioni
nazionali, divenne fattore identitario nazionale e il simbolo della Croce
apparve nelle bandiere degli stati nazionali. Dal Cinquecento l'espansione
globale della nostra fede fu veicolata dal colonialismo europeo. Questo moto
raggiunse l'apice tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, i cui
tutta la Terra subì l'influenza culturale se non proprio il dominio degli
Europei. Esso fu interrotto prima dalla rivoluzione sovietica (dagli anni '20
del secolo scorso) e poi, più recentemente, dall'espansione islamica nell'era
della decolonizzazione (dagli anni '50 del secolo scorso). Gli ideali, le speranze
e le attività di riforma sociale di massa cominciarono ad essere espressi in
Europa dal socialismo e in molte regioni decolonizzate dall'islamismo. La
nostra fede religiosa venne sempre più caratterizzata da un acceso
conservatorismo sociale, particolarmente accentuato nella nostra confessione
religiosa, organizzata da quasi un millennio come un impero religioso. Esso
trovò giustificazioni teologiche e istituzionali in Europa e altrove nel mondo nell'esigenza
di contrastare ideologie atee di marca socialista prima e sovietica poi. La dottrina
sociale della Chiesa è stata tutta permeata da essa, fin dalle origini, alla
fine dell'Ottocento, e fino all'inizio degli anni '90 del secolo scorso. Questo
conservatorismo ha finito per soffocare le nostre collettività religiose. I
nostri capi religiosi se ne avvidero nel corso degli anni Cinquanta del secolo
scorso e innescarono un moto di riforma agli inizi del decennio successivo.
esso durò poco più di un decennio, poi riprese fortissimo l'antico corso, anche
se reinterpretato secondo il modello polacco,
che assegnava un ruolo importante all'azione sociale di massa. Caduto l'impero
sovietico, disperso il movimento socialista, le nostre collettività sembrano
aver perso la loro attrattiva e vengono disertate dalle masse, salvo che in
episodici grandi raduni di spettatori di eventi sacri. Nell'era del
conservatorismo si è perso qualcosa di importante, quello che si può definire
come il fattore umano della nostra coesione. Risalire la china
appare assai difficile. Quella grande attesa
che creò, nell'antica società greco-romana, l'ambiente favorevole
all'espansione di massa della nostra fede, non c'è più. Le nostre collettività
vengono viste un po’ come ASL dello spirito, sono assai burocratizzate, ci
si rivolge a loro per ottenere servizi religiosi. Certe volte appaiono voler essere
un po' come delle comunità terapeutiche,
altre volte come surrogati di famiglia. Di recente la si è presentata come una specie di Croce
Rossa spirituale. La nostra dottrina
della fede è stata pervicacemente preservata dall'aggiornamento e appare
astrusa e invecchiata. L'etica proposta in religione viene considerata in molte
parti non praticabile, non sostenibile, ma soprattutto non giustificabile in
base a ideali umanitari. Sembra che non sia più possibile vivere la nostra fede
come esperienza di massa, ma solo in collettività di mutuo soccorso molto
coese, al mondo di famiglie allargate, con organizzazione autoritaria su base
patriarcale. La dinamica espansiva delle
origini la troviamo solo nei testi biblici. Sembra che si debba faticosamente
ricercare e conquistare le persone una ad una e spesso non ci si riesce. Si va
incontro a rifiuti, espressi senza risentimento, con cortesia, senza malanimo,
ma a rifiuti. E' una situazione che possiamo toccare con mano nel nostro
quartiere, nella nostra parrocchia. La viviamo con sofferenza. Non è questo il
nostro ideale di presenza nella società.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli