sabato 3 maggio 2014

La stima della gente


La stima della gente

 
 Le letture bibliche delle Messe di questo tempo liturgico ci riportano alle nostre collettività delle origini e ci dicono che, pur contrastate per motivi confessionali apparendo eretiche al giudaismo da cui erano scaturite, godevano della stima della gente per il loro modo di vivere. Gli stessi scritti da cui sono state tratte ci raccontano però anche un'altra storia, di forti contrasti, invidie, di gruppi che si accapigliavano e che dovevano essere richiamati all'ordine, a un ordine pacificato nell'ottica evangelica, e dunque si può pensare che il ritratto di collettività ispirate da principi di condivisione amorevole dei beni e del tempo sia in gran parte frutto di una idealizzazione e corrisponda quindi più a come si sarebbe voluti essere che a come si era realmente.
 Alle origini la nostra fede visse una fase fortemente espansiva, in cui entrò di tutto. Non c'era ancora una dottrina normativa, che iniziò  formarsi molto più tardi, quando la nuova religione iniziò ad essere una questione di stato. I primi concili ecumenici, nel senso in cui ai tempi nostri intendiamo questi consessi, risalgono al quarto secolo. Che cosa attirava le masse, verso una fede che era vivacemente contrastata nelle società in cui era immersa? Questo non è ben chiaro. Sicuramente in filosofia da diversi secoli si sentiva l'insufficienza dell'antica religione politeistica diffusa in ambito greco-romano. Sicuramente nell'antico impero romano c'era un'attenzione popolare verso i diversi culti che venivano dal Vicino Oriente e dall'Egitto. Da qui però a dare ragione della presa sociale, alle origini, della nostra fede, in tutti gli ambienti, da quelli degli schiavi a quelli degli altri funzionari dello stato, ce ne corre.
 Si può pensare che effettivamente ad attirare fosse quell'ideale sociale di convivenza amorevole che ci viene rappresentato in alcun brani biblici riferiti alle origini delle nostre collettività religiose. Che quindi  la riforma sociale in quella direzione sia stata fin dagli inizi connaturata alla nostra fede religiosa (l'antica organizzazione sociale era molto distante dall'essere amorevole). Ciò spiega anche il carattere non misterico, non destinato a piccoli gruppi di iniziati, della teologia popolare della nostra religione. La nostra fede fu fin dall'inizio destinata alle masse di ogni etnia, lingua e cultura. Ciò la differenziò in modo fortissimo rispetto al giudaismo della origini.
 Ad un certo punto la nostra fede cadde nelle mani delle autorità dello stato e cominciò l'epoca che ai tempi nostri sta finendo. Essa fu integrata nell'ideologia dello stato, perse in parte la sua universalità, finì per disgregarsi in varie versioni nazionali, divenne fattore identitario nazionale e il simbolo della Croce apparve nelle bandiere degli stati nazionali. Dal Cinquecento l'espansione globale della nostra fede fu veicolata dal colonialismo europeo. Questo moto raggiunse l'apice tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, i cui tutta la Terra subì l'influenza culturale se non proprio il dominio degli Europei. Esso fu interrotto prima dalla rivoluzione sovietica (dagli anni '20 del secolo scorso) e poi, più recentemente, dall'espansione islamica nell'era della decolonizzazione (dagli anni '50 del secolo scorso). Gli ideali, le speranze e le attività di riforma sociale di massa cominciarono ad essere espressi in Europa dal socialismo e in molte regioni decolonizzate dall'islamismo. La nostra fede religiosa venne sempre più caratterizzata da un acceso conservatorismo sociale, particolarmente accentuato nella nostra confessione religiosa, organizzata da quasi un millennio come un impero religioso. Esso trovò giustificazioni teologiche e istituzionali in Europa e altrove nel mondo nell'esigenza di contrastare ideologie atee di marca  socialista prima e sovietica poi. La dottrina sociale della Chiesa è stata tutta permeata da essa, fin dalle origini, alla fine dell'Ottocento, e fino all'inizio degli anni '90 del secolo scorso. Questo conservatorismo ha finito per soffocare le nostre collettività religiose. I nostri capi religiosi se ne avvidero nel corso degli anni Cinquanta del secolo scorso e innescarono un moto di riforma agli inizi del decennio successivo. esso durò poco più di un decennio, poi riprese fortissimo l'antico corso, anche se reinterpretato secondo il modello polacco, che assegnava un ruolo importante all'azione sociale di massa. Caduto l'impero sovietico, disperso il movimento socialista, le nostre collettività sembrano aver perso la loro attrattiva e vengono disertate dalle masse, salvo che in episodici grandi raduni di spettatori di eventi sacri. Nell'era del conservatorismo si è perso qualcosa di importante, quello che si può definire come il fattore umano  della nostra coesione. Risalire la china appare assai difficile. Quella grande attesa che creò, nell'antica società greco-romana, l'ambiente favorevole all'espansione di massa della nostra fede, non c'è più. Le nostre collettività vengono viste un po’ come ASL  dello spirito, sono assai burocratizzate, ci si rivolge a loro per ottenere  servizi  religiosi. Certe volte appaiono voler essere un po' come delle comunità terapeutiche, altre volte come surrogati di famiglia. Di recente la si è presentata come una  specie di Croce Rossa  spirituale. La nostra dottrina della fede è stata pervicacemente preservata dall'aggiornamento e appare astrusa e invecchiata. L'etica proposta in religione viene considerata in molte parti non praticabile, non sostenibile, ma soprattutto non giustificabile in base a ideali umanitari. Sembra che non sia più possibile vivere la nostra fede come esperienza di massa, ma solo in collettività di mutuo soccorso molto coese, al mondo di famiglie allargate, con organizzazione autoritaria su base patriarcale.  La dinamica espansiva delle origini la troviamo solo nei testi biblici. Sembra che si debba faticosamente ricercare e conquistare le persone una ad una e spesso non ci si riesce. Si va incontro a rifiuti, espressi senza risentimento, con cortesia, senza malanimo, ma a rifiuti. E' una situazione che possiamo toccare con mano nel nostro quartiere, nella nostra parrocchia. La viviamo con sofferenza. Non è questo il nostro ideale di presenza nella società.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli