sabato 8 febbraio 2014

"Non è una ONG"


"Non è una ONG"

 
 Nel lessico del nostro nuovo vescovo e padre universale c'è l'espressione "La Chiesa non è una ONG", che, come ho osservato in altri interventi, rimane un po' oscura per gli italiani, perché in genere le ONG non operano nel mondo sviluppato ma in esso raccolgono solo fondi.
 ONG significa organizzazione non governativa e indica una istituzione privata, spesso su base volontaristica e associativa, che svolge attività benefiche e senza scopo di lucro in favore di settori delle società meno sviluppate, per cercare di lenire i problemi causati dalla povertà, dalla denutrizione, dalla mancanza di sistemi sanitari per tutte le fasce della popolazione, dall'ignoranza, dalla discriminazione sociale e da altre condizioni sociali di bisogno o di oppressione. Vi sono ONG che operano anche in Occidente, nelle nazioni più sviluppate, nei luoghi e a beneficio della categorie sociali che presentano problemi analoghi, ma in genere si manifestano con altre denominazioni, perché in questa parte del mondo non è l'essere  non governativa che risalta, ma l'essere espressioni di volontariato su base associativa e  senza fine di lucro. Nelle nazioni meno sviluppate, dominate da sistemi politici che presentano vari problemi in materia di democrazia, l'essere non governative garantisce a quelle istituzioni maggiori spazi di libertà d'azione, ponendosi esse  come indipendenti  rispetto ai conflitti politici in atto e alle potenze straniere che spesso vi sono dietro, e maggiori tutele, in quanto esse spesso operano nel quadro di progetti di istituzioni internazionali o comunque da tali istituzioni sono riconosciute.
 Quando il nostro vescovo dice che "La Chiesa non è una ONG", vuole intendere che essa, secondo le spiegazioni che se ne danno nella nostra teologia normativa, quella che ci dice che cosa dobbiamo credere, ha una stretta relazione con il soprannaturale e non è quindi solo una istituzione su base volontaristica e con finalità benefiche, anche se, in fondo, è anche questo. In religione si ritiene infatti che essa sia stata istituita per iniziativa soprannaturale e che nella sua essenza e nelle sue finalità essa congiunga Terra e Cielo. Questo significa che noi che vi aderiamo non ci sentiamo liberi di farne ciò che vogliamo e, in genere, di fare ciò che vogliamo, in particolare quando definiamo le modalità e gli scopi della nostra azione collettiva.
 E' accaduto che, nel corso dell'istruttoria per accertare se la nostra organizzazione religiosa, che al modo di uno stato ha aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla protezione dell'infanzia, avesse rispettato gli obblighi derivanti da quell'accordo internazionale, molte ONG che operano nel mondo, convocate dall'apposito Comitato che conduceva l'inchiesta, abbiano riferito di gravi mancanze riguardanti l'accertamento e la repressione di abusi sessuali su minori compiuti nelle nostre istituzioni religiose. La nostra organizzazione religiosa ha replicato osservando che il rapporto finale del Comitato, pubblicato con grande clamore nei giorni scorsi, non aveva considerato le recenti nuove disposizioni in materia impartite dalle nostre autorità religiose ed era inquinato da pregiudizi di natura ideologica derivati dalle fonti informative utilizzate nel corso delle indagini, in particolare dalla prospettazione dei fatti di quelle ONG.  In questo modo la sigla ONG è venuta a denominare non solo una realtà diversa dalla nostra collettività religiosa, ma anche una realtà ad essa pregiudizialmente ostile.
 L'intolleranza verso le critiche sociali è tipica degli stati, di tutti gli stati, anche di quelli a base democratica (anche in questi ultimi le azioni repressive vengono limitate da norme costituzionali e da istituzioni di garanzia preposte ad attuarle). E, in effetti, il vertice romano della nostra organizzazione religiosa pretende ancora di essere considerato, a livello internazionale come  uno stato, anche se indubbiamente è una realtà molto diversa da quella di uno stato. Come uno stato esso pretende obbedienza  e ossequio. E manifesta questa sua pretesa nell'esercitare una vera e propria sovranità territoriale, per quanto solo su un simulacro di nazione, su un quartiere romano. Il risultato paradossale di questa situazione è che un cittadino romano è divenuto uno straniero per il suo vescovo. Infatti quando si va da lui, lì dove in genere abita, si va all'estero. E non si fa solo per dire. Egli infatti ha istituito un proprio esercito, una propria polizia, un proprio sistema giurisdizionale, detta legge al mondo degli stati, batte moneta, stampa francobolli e via dicendo. Essendo un capo assoluto, egli in teoria potrebbe trattenere con la forza chi vuole nei confini del proprio dominio, anche se naturalmente non lo fa. Il suo potere, all'interno del suo piccolo dominio, non conosce limiti: è la norma fondamentale non solo del suo piccolo stato di quartiere, ma anche della nostra confessione religiosa. E tuttavia, egli, al modo degli altri Capi di stato, sta scoprendo e sperimentando che nel mondo di oggi, proprio per l'esistenza di quell'ordinamento internazionale che la nostra dottrina sociale ha auspicato per mantenere la pace tra i popoli, anche gli stati trovano limiti crescenti al loro potere, un tempo assoluto. Al tempo del disonorevole compromesso con il regime fascista che portò all'istituzione dello stato di quartiere romano, l'essere  uno stato, o meglio come uno stato, metteva al riparo da ogni ingerenza esterna il vertice romano della nostra organizzazione religiosa e questo per regole internazionali tanto efficaci ed effettive da essere rispettate anche da regimi delinquenziali come quelli che in varie parti della nostra Europa dominarono fino alla metà degli anni '40. Oggi non è più così.
 Indubbiamente le reazioni risentite alla pubblicazione del recente rapporto di quel Comitato delle Nazioni Unite rende palese che la nostra organizzazione religiosa vorrebbe mantenere integra la situazione di privilegio di cui ancora per tutto il Novecento ha fruito. In questo senso l'espressione "La Chiesa non è una ONG" può esser intesa come una rivendicazione di un maggior peso  sociale, di essere più di una ONG, ma anche più  di uno stato, che ai tempi nostri incontra vari limiti al suo arbitrio, e quindi addirittura di essere pariordinato alle grandi istituzioni sovranazionali, di essere quindi qualcosa di simile all'organizzazione della Nazioni Unite, l'unica organizzazione sovranazionale che in genere nessuno nel mondo mette in questione.  Questa pretesa è antica. Infatti altro non è se non l'ambizione di continuare ad essere quell'impero religioso che ancora oggi, del tutto anacronisticamente, viene delineato dalle norme organizzative della nostra collettività religiosa, dall'ordinamento che viene detto canonico. Intesa in questo significato l'espressione "La Chiesa non è una ONG"  non può essere condivisa da uno spirito democratico. In particolare non  è ammissibile che ai tempi nostri vi siano ideologie sociali che siano programmaticamente escluse dalla critica dell'opinione pubblica. Ciò è contrario alla dignità delle persone umane, che, come ho spesso osservato è alla base del sistema giuridico internazionale dei diritti umani fondamentali che ha le Nazioni Unite  al suo vertice è che ha indubbiamente chiara matrice religiosa nella nostra fede. Aiutare la nostra gerarchia a  prenderne consapevolezza è lavoro non facile, che ha chiara natura di mediazione culturale. Non è facile perché richiede una certa libertà spirituale, dovendosi rivedere forme organizzative  in cui si pretende obbedienza e, ad un certo punto, si tende a tagliare corto. Ma, lo dico riprendendo una celebre espressione di don Lorenzo Milani riferita proprio ai rapporti con i  nostri capi religiosi, l'obbedienza non è più una virtù.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli