venerdì 7 febbraio 2014

L'Azione Cattolica e l'urgenza di un rinnovato impegno di mediazione culturale


L'Azione Cattolica e l'urgenza di un rinnovato impegno di mediazione culturale

 

  Nei giorni scorsi ho cercato di riassumere le caratteristiche del lavoro tipico che si fa in Azione Cattolica, quello della mediazione culturale. Negli scorsi anni '60 e '70 esso era piuttosto chiaro alla gente, sia a coloro che lo condividevano sia a quelli che lo contrastavano, ma ai tempi nostri, dopo vent'anni di venti contrari, nell'epoca che possiamo grosso modo individuare dal 1985 al 2005, la situazione è molto diversa. In molti casi occorre ripartire quasi da zero. E vincere diffidenze e pregiudizi che si sono accumulati in una società, come quella italiana, che da molto tempo  ha fatto esperienza di una religiosità molto diversa, basata su principi di azione e organizzazione quasi opposti. In certi casi occorre anche, come accade nella nostra esperienza associativa parrocchiale, superare gli abissi che dividono i più anziani, che ancora custodiscono la memoria dell'esperienza culturale dell'Azione Cattolica, dai più giovani. Per un ventenne un cinquantenne come me è quasi del tutto invisibile, se non fosse per le relazioni che si hanno a scuola o sul lavoro. E' un fenomeno fisiologico, naturale, non un'espressione di particolare malvagità. Sarebbe strano il contrario. Mi accadeva lo stesso quando io ero ventenne. Si è in genere poco disposti a imparare dai  padri e dai nonni, dai quali per natura si è portati invece a differenziarsi, figuriamoci poi da estranei che hanno l'età dei padri e dei nonni.  La natura, in età fertile, ci spinge a cercare la compagnia e seguire gli esempi dei coetanei. Da giovani si avverte una sorta di incompatibilità fisiologica con i più anziani, che a fatica e fino a un certo punto si riesce a superare. Questo aggrava molto i problemi di tradizione di una collettività religiosa attualmente capeggiata da una serie di padri spirituali  tanto anziani da apparire ai più giovani come  nonni,  e tuttavia molto più pretenziosi dei nonni naturali.  E fa apparire quasi insormontabili i problemi di comunicazioni con la società di più giovani che si hanno in un gruppo come il nostro, in cui l'età media è ancora molto alta e in cui ancora non si è ricostituito un nucleo di pensiero e di azione di gente più giovane, che raggiunga quella massa critica che possa innescare una fase espansiva. Eppure, apparentemente, non servirebbe poi tanto: in base all'esperienza evangelica stimerei in dodici persone quella dimensione minima essenziale. Dodici persone più giovani che comincino una frequentazione ravvicinata fatta di pensiero e di azione, di riflessione sul passato e di progetti sul futuro. Questo blog vuole essere fondamentalmente un appello lanciato specialmente ai più giovani, per convocarli verso il lavoro tipico dell'Azione  Cattolica. Vuole far conoscere loro questo lavoro per appassionarli ad esso. Per far capire la sua necessità e la sua urgenza ai tempi nostri. E per far comprendere quanto importante sia il contributo dei più giovani. Infatti il lavoro di mediazione culturale parte da un'esperienza di vita e quella dei più giovani, che esprime con maggiore forza la contemporaneità, è molto diversa da quella degli anziani, non dico da quella dei nonni, ma anche da quella dei padri. Ne sentiamo forte la mancanza.
 Nonostante  un certo ottimismo, se non addirittura trionfalismo, che trapela talvolta sui mezzi di comunicazione di massa, la nostra collettività religiosa sta attraversando ai tempi nostri una delle crisi più serie, più gravi. Sono, questi, tempi dolorosi, difficili, di aspre disillusioni, di duro disincantamento. Gli scricchiolii del sistema da tempo erano avvertibili, come quando, talvolta, prima di un terremoto si avvertono segni premonitori che tuttavia vengono male intesi o sottovalutati. Di colpo, nella primavera scorsa, un'organizzazione che aveva accumulato molti problemi irrisolti  è implosa, è crollata dall'interno, in una dinamica della quale francamente non riesco a intravvedere né la fine né l'orientamento. E non è ragionevolmente pensabile che tutto possa essere risolto cambiando il capo supremo, per quanto oggi egli sia una persona con uno stile tanto diverso dai suoi predecessori. Il processo di riforma che egli vuole attivare necessita di una vasta collaborazione, non solo da parte di meri esecutori di direttive altrui, ma di persone creative. Non a caso la creatività  e la libertà  di pensiero sono state esplicitamente evocate e autorizzate nel documento, una esortazione, che costituisce una sorta di manifesto programmatico del suo ministero. Si tratta veramente, in questo campo, di ripartire, perché creatività  e libertà di pensiero sono state duramente contrastate e represse nel ciclo precedente, caratterizzato dall'accentuazione degli elementi organizzativi dell'obbedienza gerarchica e della conformità di pensiero. Ripartire però non è facile, tante risorse sono andate infatti disperse, tanta gente si è allontanata, in diversi casi addirittura accompagnata alla porta. Si è persa la consuetudine con un metodo di lavoro.
  Per capire la profondità della crisi si può considerare la tremenda accusa che l'altro ieri è venuta dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti dell'infanzia che in un suo rapporto ha duramente stigmatizzato le mancanze della nostra organizzazione religiosa in materia di tutela dei fanciulli. L'addebito riguarda essenzialmente colpe del nostro clero a tutti i livelli e riguardano una vastissima storia di abusi sessuali su bambini affidati  dai genitori per l'istruzione religiosa a chierici e religiosi e condotte della nostra gerarchia religiosa, a tutti i livelli, dirette essenzialmente alla copertura degli scandali, mediante il vincolo religioso del silenzio imposto a vittime e testimoni, la mancata adozione di misure canoniche repressive nei confronti dei colpevoli degli abusi e la mancata denuncia alle autorità civili delle condotte costituenti reato. L'intera organizzazione gerarchica della nostra collettività religiosa è stata messa sul banco degli imputati: in democrazia la linea della responsabilità segue infatti quella del potere e poiché la nostra è collettività ha un'organizzazione gerarchica assai accentrata, la colpa si estende fino a coinvolgere il nostro vertice romano. Di fronte alla gravità delle accuse, le misure che, solo negli ultimi anni e solo sotto l'incalzare delle inchieste giudiziarie in Occidente, sono state prese per contrastare gli abusi del clero appaiono chiaramente insufficienti e addirittura controproducenti, dove, accentuando il ruolo del vertice romano nelle inchieste canoniche sugli abusi, depotenziano gravemente gli anticorpi che alla malattia sociale possono essere costituiti a livello locale, in prossimità di dove si sono manifestati i problemi. Tali misure, inoltre, non appaiono essere state congegnate  per soddisfare alcune importanti esigenze sottolineate in quel rapporto dell'organismo delle Nazioni Unite e che riguardano le riparazioni  e i risarcimenti. Questi ultimi aspetti sono, anzi, molto temuti dalla nostra gerarchia. Risarcire, riparare, occuparsi dei bambini nati dalle relazioni d'abuso in modo che i padri siano obbligati a prendersi cura dei figli e i figli siano messi in condizione di occuparsi dei padri. Negli Stati Uniti D'America il patrimonio delle nostre collettività religiose è stato duramente depauperato per pagare gli ingenti risarcimenti in sede di accordi transattivi con le vittime o in esecuzione di decisioni dei giudici. E' solo in questo momento, sembra, che la nostra gerarchia religiosa si è resa veramente conto del danno arrecato dalle condotte stigmatizzate dal Comitato delle Nazioni Unite. E ancora oggi sembra sottovalutare la portata degli addebiti e la serietà del problema e ciò è stato manifestato con tutta evidenza dalle prime risentite reazioni dopo la pubblicazione del rapporto del Comitato. Alla nostra gerarchia, in realtà, non sono stati contestati i suoi insegnamenti in materia di etica sessuale, ma precise violazioni della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia consiste in condotte omissive e attive, sia, quindi, in un non fare, sia in un fare in modo errato o insufficiente. La natura prettamente etica degli addebiti è particolarmente disonorevole per una organizzazione di potere che fa proprio dell'etica la sua fonte primaria di legittimazione. Risollevarsi non sarà facile e probabilmente la nostra gerarchia religiosa non ha in sé le risorse per riuscirci, in quanto è essa stessa parte del problema.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli