L'Azione Cattolica e
l'urgenza di un rinnovato impegno di mediazione culturale
Nei giorni scorsi ho cercato di riassumere le
caratteristiche del lavoro tipico che si fa in Azione Cattolica, quello della
mediazione culturale. Negli scorsi anni '60 e '70 esso era piuttosto chiaro alla
gente, sia a coloro che lo condividevano sia a quelli che lo contrastavano, ma
ai tempi nostri, dopo vent'anni di venti contrari, nell'epoca che possiamo
grosso modo individuare dal 1985 al 2005, la situazione è molto diversa. In
molti casi occorre ripartire quasi da zero. E vincere diffidenze e pregiudizi
che si sono accumulati in una società, come quella italiana, che da molto tempo
ha fatto esperienza di una religiosità
molto diversa, basata su principi di azione e organizzazione quasi opposti. In
certi casi occorre anche, come accade nella nostra esperienza associativa
parrocchiale, superare gli abissi che dividono i più anziani, che ancora
custodiscono la memoria dell'esperienza culturale dell'Azione Cattolica, dai
più giovani. Per un ventenne un cinquantenne come me è quasi del tutto invisibile, se non fosse per le
relazioni che si hanno a scuola o sul lavoro. E' un fenomeno fisiologico,
naturale, non un'espressione di particolare malvagità. Sarebbe strano il
contrario. Mi accadeva lo stesso quando io ero ventenne. Si è in genere poco
disposti a imparare dai padri e dai
nonni, dai quali per natura si è portati invece a differenziarsi, figuriamoci
poi da estranei che hanno l'età dei padri e dei nonni. La natura, in età fertile, ci spinge a
cercare la compagnia e seguire gli esempi dei coetanei. Da giovani si avverte
una sorta di incompatibilità fisiologica con i più anziani, che a fatica e fino
a un certo punto si riesce a superare. Questo aggrava molto i problemi di tradizione di una collettività religiosa
attualmente capeggiata da una serie di padri
spirituali tanto anziani da apparire
ai più giovani come nonni, e tuttavia molto più pretenziosi dei nonni
naturali. E fa apparire quasi
insormontabili i problemi di comunicazioni con la società di più giovani che si
hanno in un gruppo come il nostro, in cui l'età media è ancora molto alta e in
cui ancora non si è ricostituito un nucleo di pensiero e di azione di gente più
giovane, che raggiunga quella massa
critica che possa innescare una fase espansiva. Eppure, apparentemente, non
servirebbe poi tanto: in base all'esperienza evangelica stimerei in dodici
persone quella dimensione minima essenziale. Dodici persone più giovani che
comincino una frequentazione ravvicinata fatta di pensiero e di azione, di
riflessione sul passato e di progetti sul futuro. Questo blog vuole essere
fondamentalmente un appello lanciato specialmente ai più giovani, per
convocarli verso il lavoro tipico dell'Azione
Cattolica. Vuole far conoscere loro questo lavoro per appassionarli ad
esso. Per far capire la sua necessità e la sua urgenza ai tempi nostri. E per
far comprendere quanto importante sia il contributo dei più giovani. Infatti il
lavoro di mediazione culturale parte da un'esperienza di vita e quella dei più
giovani, che esprime con maggiore forza la contemporaneità, è molto diversa da
quella degli anziani, non dico da quella dei nonni, ma anche da quella dei
padri. Ne sentiamo forte la mancanza.
Nonostante un certo ottimismo, se non addirittura
trionfalismo, che trapela talvolta sui mezzi di comunicazione di massa, la
nostra collettività religiosa sta attraversando ai tempi nostri una delle crisi
più serie, più gravi. Sono, questi, tempi dolorosi, difficili, di aspre
disillusioni, di duro disincantamento. Gli scricchiolii del sistema da tempo
erano avvertibili, come quando, talvolta, prima di un terremoto si avvertono
segni premonitori che tuttavia vengono male intesi o sottovalutati. Di colpo,
nella primavera scorsa, un'organizzazione che aveva accumulato molti problemi
irrisolti è implosa, è crollata
dall'interno, in una dinamica della quale francamente non riesco a intravvedere
né la fine né l'orientamento. E non è ragionevolmente pensabile che tutto possa
essere risolto cambiando il capo supremo, per quanto oggi egli sia una persona
con uno stile tanto diverso dai suoi predecessori. Il processo di riforma che
egli vuole attivare necessita di una vasta collaborazione, non solo da parte di
meri esecutori di direttive altrui,
ma di persone creative. Non a caso la
creatività e la libertà
di pensiero sono state
esplicitamente evocate e autorizzate nel documento, una esortazione, che costituisce una sorta di manifesto programmatico
del suo ministero. Si tratta veramente, in questo campo, di ripartire, perché creatività e libertà di pensiero sono state duramente
contrastate e represse nel ciclo precedente, caratterizzato dall'accentuazione
degli elementi organizzativi dell'obbedienza
gerarchica e della conformità di
pensiero. Ripartire però non è facile, tante risorse sono andate infatti
disperse, tanta gente si è allontanata, in diversi casi addirittura accompagnata alla porta. Si è persa la
consuetudine con un metodo di lavoro.
Per capire la
profondità della crisi si può considerare la tremenda accusa che l'altro ieri è
venuta dal Comitato delle Nazioni Unite
per i diritti dell'infanzia che in un suo rapporto ha duramente
stigmatizzato le mancanze della nostra organizzazione religiosa in materia di
tutela dei fanciulli. L'addebito riguarda essenzialmente colpe del nostro clero
a tutti i livelli e riguardano una vastissima storia di abusi sessuali su
bambini affidati dai genitori per
l'istruzione religiosa a chierici e religiosi e condotte della nostra gerarchia
religiosa, a tutti i livelli, dirette essenzialmente alla copertura degli
scandali, mediante il vincolo religioso del silenzio imposto a vittime e
testimoni, la mancata adozione di misure canoniche repressive nei confronti dei
colpevoli degli abusi e la mancata denuncia alle autorità civili delle condotte
costituenti reato. L'intera organizzazione gerarchica della nostra collettività
religiosa è stata messa sul banco degli imputati: in democrazia la linea della
responsabilità segue infatti quella del potere e poiché la nostra è
collettività ha un'organizzazione gerarchica assai accentrata, la colpa si
estende fino a coinvolgere il nostro vertice romano. Di fronte alla gravità
delle accuse, le misure che, solo negli ultimi anni e solo sotto l'incalzare
delle inchieste giudiziarie in Occidente, sono state prese per contrastare gli
abusi del clero appaiono chiaramente insufficienti e addirittura
controproducenti, dove, accentuando il ruolo del vertice romano nelle inchieste
canoniche sugli abusi, depotenziano gravemente gli anticorpi che alla malattia
sociale possono essere costituiti a livello locale, in prossimità di dove si
sono manifestati i problemi. Tali misure, inoltre, non appaiono essere state
congegnate per soddisfare alcune
importanti esigenze sottolineate in quel rapporto dell'organismo delle Nazioni
Unite e che riguardano le riparazioni e i risarcimenti.
Questi ultimi aspetti sono, anzi, molto temuti dalla nostra gerarchia. Risarcire,
riparare, occuparsi dei bambini nati dalle relazioni d'abuso in modo che i
padri siano obbligati a prendersi cura dei figli e i figli siano messi in
condizione di occuparsi dei padri. Negli Stati Uniti D'America il patrimonio
delle nostre collettività religiose è stato duramente depauperato per pagare
gli ingenti risarcimenti in sede di accordi transattivi con le vittime o in
esecuzione di decisioni dei giudici. E' solo in questo momento, sembra, che la
nostra gerarchia religiosa si è resa veramente conto del danno arrecato dalle
condotte stigmatizzate dal Comitato delle Nazioni Unite. E ancora oggi sembra
sottovalutare la portata degli addebiti e la serietà del problema e ciò è stato
manifestato con tutta evidenza dalle prime risentite reazioni dopo la pubblicazione
del rapporto del Comitato. Alla nostra gerarchia, in realtà, non sono stati
contestati i suoi insegnamenti in materia di etica sessuale, ma precise
violazioni della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia
consiste in condotte omissive e attive, sia, quindi, in un non fare, sia in un
fare in modo errato o insufficiente. La natura prettamente etica degli addebiti è particolarmente disonorevole per una organizzazione
di potere che fa proprio dell'etica la sua fonte primaria di legittimazione. Risollevarsi
non sarà facile e probabilmente la nostra gerarchia religiosa non ha in sé le
risorse per riuscirci, in quanto è essa stessa parte del problema.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli