lunedì 10 febbraio 2014

La necessità di un contributo creativo


La necessità di un contributo creativo
 

 Voglio premettere a quello che ora scriverò che non c'è un solo  modo di essere persone di fede. E non c'è un solo modo giusto di esserlo. Ormai posso dire di avere una certa esperienza della vita e, tirando le somme, sono giunto a questa conclusione. Ho conosciuto persone diversissime tra loro e tuttavia tutte sinceramente animate dalla nostra fede, che si esprimeva in modi di vivere e di stare con gli altri addirittura talora divergenti. Ad esempio monaci che avevano deciso da una vita, veramente, di starsene per conto proprio in una casetta sulla montagna, in mezzo ai boschi, ritrovandosi insieme ai confratelli solo per alcune liturgie e gente che si era data talmente agli altri da non avere più, mi pareva, un solo istante per sé. Gente che faceva molto affidamento nelle realizzazioni sociali e gente che invece ne diffidava. Persone molto concentrate sul passato ed altre tutte prese dall'immaginare il futuro. Ed altre tutte impegnate nei problemi e nelle emergenze del presente, del giorno dopo giorno. Sposati e non. Studiosi e non. Persone affascinate da tradizioni culturali ed esempi di vita diversi. Benché nella nostra confessione religiosa si diffidi abbastanza del pluralismo esistenziale e di pensiero, e ciò sin dalle origini, l'uniformità non è mai stata storicamente una caratteristica della nostra fede, e ciò  anche in tempi in cui l'umanità era assai meno numerosa di oggi. Ho constatato che, per quanto la fede sia sempre una, perché se ne possono individuare caratteristiche che sono rimaste nel tempo e nelle varie nostre collettività, essa produce una gran numero di manifestazioni esistenziali, sia nelle singole persone sia nelle varie formazioni sociali in cui è vissuta. E, insomma, la fede non è come una divisa militare, che tende a rendere tutti (apparentemente) uguali. Se, quindi, oggi voglio far risaltare la necessità di un contributo creativo, non intendo sostenere che chi non vuole  o non sa darlo vive la propria fede in un modo sbagliato. Non è su cose come queste che si misura la fede di una persona. Quindi, per come la vedo io, è perfettamente legittimo anche lasciarsi semplicemente guidare e, del resto, è proprio per questo che nella nostra collettività sono stati istituiti ministeri pastorali, vale a dire che ci sono persone alle quali è affidato il compito di guidare gli altri nella vita di fede. E per quanto uno voglia essere creativo, viene sempre il momento in cui si lascia guidare. Questo perché, comunque si vive la propria fede, bisogna rendersi conto di non essere autosufficienti. E più la si approfondisce, più ci si immerge nel grandioso dialogo di fede che ha attraversato la storia e le culture umane, più ci si rende conto di ciò.
 E' quando ci si propone di fare qualcosa nella società in cui viviamo che emerge la necessità di contributi creativi. Questo perché nel nostro passato, e anche nelle cose della fede passata, anche nelle nostre Scritture sacre, non possiamo trovare complete soluzioni dei problemi del presente e del futuro, ma solo degli orientamenti spirituali per affrontarli. Questo poi è tanto più vero in un'epoca come quella che stiamo vivendo, caratterizzata da veloci trasformazioni sociali, da imponenti movimenti di popoli e da invenzioni scientifiche e tecnologiche stupefacenti.
 La nostra confessione religiosa ha molto influito nella storia europea e poiché gli europei sono arrivati ad un certo momento a dominare il mondo, anche su quella mondiale. Questo può sembrare strano per una fede che nelle Scritture sacre che da essa specificamente derivano contiene tanta poca politica. Esse sono state fissate in testi abbastanza uniformi nel giro di un centinaio di anni e narrano di pochi anni di vita del nostro primo Maestro, gli ultimi, e di qualche decina d'anni della vita delle nostre prime collettività sparse tra Roma, la Grecia, le città di cultura greca dell'Asia Minore, la Siria e la Palestina. A quei tempi la gente della nostra fede non pensava di doversi assumere la responsabilità di governare il grande impero mediterraneo in cui la nostra fede si è diffusa. Tanto che poi, quando ci si trovò a doverlo fare, si dovette ricorrere ai principi di governo tratteggiati in quella parte delle Scritture che ci deriva dall'antico giudaismo. Ma si dovette andare molto oltre con ragionamenti e i progetti. Infatti anche il sogno Davidico del grande  Israele pare poca cosa a confronto con i problemi di governo di un grande impero multinazionale come quello che nell'antichità era centrato su Roma,  in cui la Palestina era solo una provincia remota, una periferia. Eppure è vero che le Scritture sono state e sono ancora molto  importanti e questo perché, essendo state prese come riferimento nel dialogo all'interno delle nostre culture e tra le culture che le avevano adottate come fondamento di fede, costituiscono un fattore unificante attraverso la storia e le culture, una base culturale comune che ci consente di intendere gli antichi e persone appartenenti a società distanti e differenti dalla nostra. E infatti la riflessione su base biblica si è svolta in quasi tutte le lingue del mondo, e in tutte quelle più diffuse, e ha permeato profondamente l'etica di tante culture. E' come se le nostre Scritture fossero state la medicina per rimediare al disastro e alla dispersione ai tempi della Torre di Babele.
 A volte preferiremmo che i tempi progredissero più  lentamente e in modo più prevedibile e, in particolare, che il futuro fosse più simile al passato di come esso è. Ma altre volte invece speriamo, all'opposto, che tutto cambi in fretta, e ciò in particolare quando ci troviamo in situazioni di sofferenza sociale.  Di solito, quando si è giovani si apprezzano i cambiamenti veloci, non così quando si è anziani. La nostra confessione religiosa è governata da padri   piuttosto anziani, tanto che più che padri sarebbe più appropriato chiamarli  nonni. Questo comporta una certa ansietà di fronte ai cambiamenti. E il fatto che i più giovani siano meglio accettati da chi comanda se accettano di  farsi un po' più uniformi.  E' possibile che da ciò derivi poi l'emorragia di giovani alla quale assistiamo, per cui dopo la prima iniziazione religiosa, e talora anche prima di averla completata, li perdiamo?
 Se dopo la buona e artistica traduzione delle nostre Scritture Sacre realizzata per conto dei nostri vescovi nel 1974 si è sentito il bisogno, dopo meno di trentacinque anni, un assai tempo breve nella storia dell'umanità, di farne una  nuova, quindi di realizzare una nuova traduzione, perché di questo propriamente si tratta, non sarà il caso di fare lo stesso anche in altri campi delle nostre cose di fede? Spesso non ci si pensa, ma il lavoro di traduzione non è come quando si bassa ad esempio, in matematica, dal sistema decimale a quello binario in cui parlano i nostri computer. Comporta sempre una certa creatività: significa che il traduttore non è solo  un traduttore, ma anche propriamente un interprete, vale a dire che lascia molto di suo nella traduzione. Per quanto riguarda le lingue, il lavoro del traduttore, che significa fondamentalmente rendere un testo in un'altra lingua, si differenzia da quello dell'interprete, che mette in comunicazione due parlanti. L'interprete deve stabilire relazioni personali con i parlanti che non si creano nel lavoro di traduzione testuale. L'interprete deve fare uno sforzo maggiore per far capire a ciascun parlante che cosa intende l'altro. Il lavoro di mediazione culturale della nostra fede è più vicino al lavoro dell'interprete che a quello del traduttore. E infatti di solito di dice che noi dobbiamo portare agli altri la Parola. Come è stato osservato, non è del tutto esatto chiamarci Popolo del Libro, anche se indubbiamente il Libro è stato  sempre con noi, e sarebbe forse meglio chiamarci Popolo della Parola.
 Ma, con la nostra creatività, non rischiamo di introdurre varianti errate? Questo è stato considerato un problema serio fin dalle origini e, sotto un certo  profilo, si può considerare come un nostro assillo ossessionante. Allora la nostra storia di fede può essere vista come la lotta tra "la" verità e un numero impressionante di eresie, di deviazioni, che originarono anche reazioni di violenza estrema, che oggi consideriamo come inaccettabili ma che furono ritenute perfettamente legittime, e anzi doverose, fino ad un recente passato. In realtà le cose stanno un po' diversamente e anche i teologi dogmatici, nei loro momenti di ottimismo, lo riconoscono. Anche quella che oggi consideriamo "la" verità ha avuto una storia, una evoluzione culturale. Infatti nessuna delle nostre Scritture è un manuale di teologia (se lo fossero state non avrebbero potuto attraversare i secoli). I concetti fondamentali della nostra teologia sono stati definiti tra il 4° e il 5° secolo della nostra era, a contatto con la cultura greca. Questo processo non sarebbe stato possibile senza quella importantissima mediazione culturale che fu la traduzione in greco delle Scritture dell'antico giudaismo, dal 3° secolo dell'era antica. Senza di essa la nostra fede sarebbe stata diversissima da come è ora. Il greco antico, e le sue filosofie, ha infatti veicolato la nostra fede in tutto l'antichità Mediterranea. In greco sono è stato tramandato e scritto il Nuovo Testamento. E sull'antica filosofia greca, riscoperta dal Dodicesimo secolo anche grazie alla mediazione della cultura araba e posta in relazione con le più importanti verità di fede formulate a loro volta con concettuologia tratta dall'antica filosofia greca, si basò un'altra delle più grandi mediazione culturali attuate nella nostra fede, vale a dire la filosofia del domenicano Tommaso D'Aquino (1225-1274), che nell'Ottocento il papa Leone 13° proclamò, con l'enciclica Eterni Patris (=dell'Eterno Padre [il Figlio unigenito]) base fondamentale, sicura e affidabile per l'insegnamento della fede, fondamentalmente in polemica con alcune nuove concezioni filosofiche considerate eretiche o a rischio di eresia, ma, più in generale, con la molteplicità di opinioni, oggi diremmo il pluralismo.
"…esortiamo Voi tutti, Venerabili Fratelli, a rimettere in uso la sacra dottrina di San Tommaso e a propagarla il più largamente possibile, a tutela e ad onore della fede cattolica, per il bene della società, e ad incremento di tutte le scienze. Diciamo la dottrina di San Tommaso.
Tuttavia anche nel caso di quel documento normativo non si trattò della pura e semplice riproposizione del pensiero medioevale come regola di uniformità, perché si lasciarono ampi spazi di mediazione, aggiungendo subito dopo:
"Infatti, se qualche cosa fu cercata dagli Scolastici con eccessiva semplicità o insegnata con poca ponderazione; se ve n’è qualche altra che non si accordi pienamente con gl’insegnamenti certi dei tempi più recenti, o infine se ve n’è qualcuna che in qualunque modo non merita di essere accettata, non intendiamo che sia proposta all’età presente, perché la segua.".
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.