La necessità di un
contributo creativo
Voglio premettere a
quello che ora scriverò che non c'è un solo
modo di essere persone di fede. E non c'è un solo modo giusto di esserlo. Ormai posso dire di
avere una certa esperienza della vita e, tirando le somme, sono giunto a questa
conclusione. Ho conosciuto persone diversissime tra loro e tuttavia tutte
sinceramente animate dalla nostra fede, che si esprimeva in modi di vivere e di
stare con gli altri addirittura talora divergenti. Ad esempio monaci che
avevano deciso da una vita, veramente, di starsene per conto proprio in una
casetta sulla montagna, in mezzo ai boschi, ritrovandosi insieme ai confratelli
solo per alcune liturgie e gente che si era data talmente agli altri da non
avere più, mi pareva, un solo istante per sé. Gente che faceva molto
affidamento nelle realizzazioni sociali e gente che invece ne diffidava.
Persone molto concentrate sul passato ed altre tutte prese dall'immaginare il
futuro. Ed altre tutte impegnate nei problemi e nelle emergenze del presente,
del giorno dopo giorno. Sposati e non. Studiosi e non. Persone affascinate da
tradizioni culturali ed esempi di vita diversi. Benché nella nostra confessione
religiosa si diffidi abbastanza del pluralismo esistenziale e di pensiero, e
ciò sin dalle origini, l'uniformità non è mai stata storicamente una
caratteristica della nostra fede, e ciò
anche in tempi in cui l'umanità era assai meno numerosa di oggi. Ho
constatato che, per quanto la fede sia sempre una, perché se ne possono individuare
caratteristiche che sono rimaste nel tempo e nelle varie nostre collettività,
essa produce una gran numero di manifestazioni esistenziali, sia nelle singole
persone sia nelle varie formazioni sociali in cui è vissuta. E, insomma, la
fede non è come una divisa militare, che tende a rendere tutti (apparentemente)
uguali. Se, quindi, oggi voglio far risaltare la necessità di un contributo
creativo, non intendo sostenere che chi non vuole o non sa darlo vive la propria fede in un
modo sbagliato. Non è su cose come queste che si misura la fede di una persona.
Quindi, per come la vedo io, è perfettamente legittimo anche lasciarsi
semplicemente guidare e, del resto, è proprio per questo che nella nostra
collettività sono stati istituiti ministeri pastorali,
vale a dire che ci sono persone alle quali è affidato il compito di guidare gli
altri nella vita di fede. E per quanto uno voglia essere creativo, viene sempre
il momento in cui si lascia guidare. Questo perché, comunque si vive la propria
fede, bisogna rendersi conto di non essere autosufficienti.
E più la si approfondisce, più ci si immerge nel grandioso dialogo di fede che
ha attraversato la storia e le culture umane, più ci si rende conto di ciò.
E' quando ci si
propone di fare qualcosa nella società in cui viviamo che emerge la necessità
di contributi creativi. Questo perché nel nostro passato, e anche nelle cose
della fede passata, anche nelle nostre Scritture sacre, non possiamo trovare complete
soluzioni dei problemi del presente e del futuro, ma solo degli orientamenti
spirituali per affrontarli. Questo poi è tanto più vero in un'epoca come quella
che stiamo vivendo, caratterizzata da veloci trasformazioni sociali, da
imponenti movimenti di popoli e da invenzioni scientifiche e tecnologiche
stupefacenti.
La nostra confessione
religiosa ha molto influito nella storia europea e poiché gli europei sono
arrivati ad un certo momento a dominare il mondo, anche su quella mondiale.
Questo può sembrare strano per una fede che nelle Scritture sacre che da essa
specificamente derivano contiene tanta poca politica. Esse sono state fissate
in testi abbastanza uniformi nel giro di un centinaio di anni e narrano di
pochi anni di vita del nostro primo Maestro, gli ultimi, e di qualche decina
d'anni della vita delle nostre prime collettività sparse tra Roma, la Grecia,
le città di cultura greca dell'Asia Minore, la Siria e la Palestina. A quei
tempi la gente della nostra fede non pensava di doversi assumere la
responsabilità di governare il grande impero mediterraneo in cui la nostra fede
si è diffusa. Tanto che poi, quando ci si trovò a doverlo fare, si dovette
ricorrere ai principi di governo tratteggiati in quella parte delle Scritture
che ci deriva dall'antico giudaismo. Ma si dovette andare molto oltre con
ragionamenti e i progetti. Infatti anche il sogno Davidico del grande Israele pare poca cosa a confronto con i
problemi di governo di un grande impero multinazionale come quello che
nell'antichità era centrato su Roma, in
cui la Palestina era solo una provincia remota, una periferia. Eppure è vero
che le Scritture sono state e sono ancora molto
importanti e questo perché, essendo state prese come riferimento nel
dialogo all'interno delle nostre culture e tra le culture che le avevano
adottate come fondamento di fede, costituiscono un fattore unificante
attraverso la storia e le culture, una base culturale comune che ci consente di
intendere gli antichi e persone appartenenti a società distanti e differenti
dalla nostra. E infatti la riflessione su base biblica si è svolta in quasi
tutte le lingue del mondo, e in tutte quelle più diffuse, e ha permeato
profondamente l'etica di tante culture. E' come se le nostre Scritture fossero
state la medicina per rimediare al disastro e alla dispersione ai tempi della Torre di Babele.
A volte preferiremmo
che i tempi progredissero più lentamente
e in modo più prevedibile e, in particolare, che il futuro fosse più simile al
passato di come esso è. Ma altre volte invece speriamo, all'opposto, che tutto
cambi in fretta, e ciò in particolare quando ci troviamo in situazioni di
sofferenza sociale. Di solito, quando si
è giovani si apprezzano i cambiamenti veloci, non così quando si è anziani. La
nostra confessione religiosa è governata da padri piuttosto anziani, tanto che più che padri sarebbe più appropriato chiamarli nonni.
Questo comporta una certa ansietà di fronte ai cambiamenti. E il fatto che i
più giovani siano meglio accettati da chi comanda se accettano di farsi un po' più uniformi. E' possibile che da ciò derivi poi l'emorragia
di giovani alla quale assistiamo, per cui dopo la prima iniziazione religiosa,
e talora anche prima di averla completata, li perdiamo?
Se dopo la buona e
artistica traduzione delle nostre Scritture Sacre realizzata per conto dei
nostri vescovi nel 1974 si è sentito il bisogno, dopo meno di trentacinque
anni, un assai tempo breve nella storia dell'umanità, di farne una nuova, quindi di realizzare una nuova traduzione, perché di questo
propriamente si tratta, non sarà il caso di fare lo stesso anche in altri campi
delle nostre cose di fede? Spesso non ci si pensa, ma il lavoro di traduzione non è come quando si bassa ad
esempio, in matematica, dal sistema decimale a quello binario in cui parlano i nostri computer. Comporta
sempre una certa creatività:
significa che il traduttore non è solo un traduttore, ma anche propriamente un interprete, vale a dire che lascia molto
di suo nella traduzione. Per quanto riguarda le lingue, il lavoro del
traduttore, che significa fondamentalmente rendere un testo in un'altra lingua,
si differenzia da quello dell'interprete, che mette in comunicazione due
parlanti. L'interprete deve stabilire relazioni personali con i parlanti che
non si creano nel lavoro di traduzione testuale. L'interprete deve fare uno
sforzo maggiore per far capire a
ciascun parlante che cosa intende l'altro. Il lavoro di mediazione culturale
della nostra fede è più vicino al lavoro dell'interprete che a quello del
traduttore. E infatti di solito di dice che noi dobbiamo portare agli altri la Parola. Come è stato osservato, non è
del tutto esatto chiamarci Popolo del
Libro, anche se indubbiamente il Libro
è stato sempre con noi, e sarebbe forse
meglio chiamarci Popolo della Parola.
Ma, con la nostra creatività, non rischiamo di introdurre
varianti errate? Questo è stato considerato un problema serio fin dalle origini
e, sotto un certo profilo, si può
considerare come un nostro assillo ossessionante. Allora la nostra storia di
fede può essere vista come la lotta tra "la" verità e un numero impressionante di eresie, di deviazioni, che originarono anche reazioni di violenza
estrema, che oggi consideriamo come inaccettabili ma che furono ritenute
perfettamente legittime, e anzi doverose, fino ad un recente passato. In realtà
le cose stanno un po' diversamente e anche i teologi dogmatici, nei loro
momenti di ottimismo, lo riconoscono. Anche quella che oggi consideriamo "la" verità ha avuto una storia, una
evoluzione culturale. Infatti nessuna delle nostre Scritture è un manuale di
teologia (se lo fossero state non avrebbero potuto attraversare i secoli). I
concetti fondamentali della nostra teologia sono stati definiti tra il 4° e il
5° secolo della nostra era, a contatto con la cultura greca. Questo processo
non sarebbe stato possibile senza quella importantissima mediazione culturale
che fu la traduzione in greco delle Scritture dell'antico giudaismo, dal 3°
secolo dell'era antica. Senza di essa la nostra fede sarebbe stata diversissima
da come è ora. Il greco antico, e le sue filosofie, ha infatti veicolato la
nostra fede in tutto l'antichità Mediterranea. In greco sono è stato tramandato
e scritto il Nuovo Testamento. E sull'antica filosofia greca, riscoperta dal
Dodicesimo secolo anche grazie alla mediazione della cultura araba e posta in
relazione con le più importanti verità
di fede formulate a loro volta con concettuologia tratta dall'antica filosofia
greca, si basò un'altra delle più grandi mediazione culturali attuate nella
nostra fede, vale a dire la filosofia del domenicano Tommaso D'Aquino
(1225-1274), che nell'Ottocento il papa Leone 13° proclamò, con l'enciclica Eterni Patris (=dell'Eterno Padre [il
Figlio unigenito]) base fondamentale, sicura e affidabile per l'insegnamento
della fede, fondamentalmente in polemica con alcune nuove concezioni filosofiche
considerate eretiche o a rischio di eresia, ma, più in generale, con la molteplicità di opinioni, oggi diremmo il pluralismo.
"…esortiamo Voi
tutti, Venerabili Fratelli, a rimettere in uso la sacra dottrina di San Tommaso
e a propagarla il più largamente possibile, a tutela e ad onore della fede
cattolica, per il bene della società, e ad incremento di tutte le scienze.
Diciamo la dottrina di San Tommaso.
Tuttavia anche nel caso di quel documento normativo non si
trattò della pura e semplice riproposizione del pensiero medioevale come regola
di uniformità, perché si lasciarono ampi spazi di mediazione, aggiungendo
subito dopo:
"Infatti, se
qualche cosa fu cercata dagli Scolastici con eccessiva semplicità o insegnata
con poca ponderazione; se ve n’è qualche altra che non si accordi pienamente
con gl’insegnamenti certi dei tempi più recenti, o infine se ve n’è qualcuna
che in qualunque modo non merita di essere accettata, non intendiamo che sia
proposta all’età presente, perché la segua.".
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli.