martedì 28 gennaio 2014

Verità soggettive e progetti comuni


Verità soggettive e progetti comuni

 
"Riconosciamo che una cultura, in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva, rende difficile che i cittadini desiderino partecipare ad un progetto comune che vada oltre gli interessi e i desideri personali"
 
[dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo) del Papa Francesco, del 24-11-13, n.61]
 
 La frase che ho sopra citato pone uno dei problemi fondamentali delle società Occidentali contemporanee e di quelle che ad esse si ispirano per i propri ordinamenti sociali: la crescente difficoltà di ottenere il consenso e la partecipazione della gente su progetti comuni che riguardino non solo i propri interessi particolari o di gruppo, ma anche quelli di altre persone e gruppi sociali.
 In religione spesso esso viene presentato sotto il profilo della verità soggettiva  o dell'indifferenza  verso la verità, ma ciò crea difficoltà di comprensione al di fuori dei confini delle regole che i teologi convenzionalmente si sono date. Infatti ci si sente spesso replicare, da chi invece al posto delle regole convenzionali della teologia adotta quelle, diverse, della filosofia, che ai tempi nostri la forza di ogni ragionamento che voglia spiegare come vanno le cose del mondo è strettamente collegata alle nostre capacità di indagine e di comprensione  e dalla stabilità del campo di osservazione e quindi non  è mai assoluta, definitiva. Come dimostra la storia recente del pensiero scientifico, ogni conclusione è destinata ad essere superata, più o meno rapidamente da altre, o perché si migliorano le nostre conoscenze su un certo oggetto o perché varia l'oggetto su cui si cerca di conoscere di più. E, per quello che credo di aver capito, questa obiezione non può essere efficacemente contrastata, perché effettivamente la storia dell'umanità e del suo pensiero collettivo è un susseguirsi di mutamenti più o meno rapidi, e ciò anche in quei campi più delicati in cui vorremmo una maggiore stabilità, ad esempio in ciò che riguarda le questioni soprannaturali. La convinzione che  tutto scorre, e quindi cambia, è molto antica e risale alle origini del pensiero filosofico dell'Occidente, nell'antica Grecia. E tuttavia dagli antichi greci deriva anche l'idea che nel mutare della realtà intorno a noi possiamo cogliere delle regolarità e delle similitudini, sia nella natura che nelle società umane, per cui nel molteplice possiamo anche notare l'unità e nella storia il legame che unisce passato e futuro. Però, anche se, alla fine, dovendosi di volta in volta fissare dei punti fermi in materia di verità, per organizzare le nostre conoscenze e individuare regole scientifiche su cui costruire i nostri ragionamenti, si arriva a concordare  che, appunto, non ci si può rassegnare al fatto che veramente tutto  scorra e che quindi si debba adottare, per spiegare la realtà intorno a noi, uno schema concettuale che offra una certa resistenza al mutamento, tuttavia questo non  fornisce una soluzione al problema sociale del fatto che la gente non si appassiona a progetti comuni altruistici. Infatti, in realtà, questo atteggiamento ha poco a che fare con la questione della verità  e della sua forza in relazione agli interessi soggettivi. La gente comune, e anche le persone colte quando agiscono nella vita di tutti i giorni, nelle faccende comuni nel senso di ordinarie, non fanno questioni di verità, ma semplicemente tendono a fare come gli altri, osservando come vanno le cose nella società del loro tempo, cercando di perseguire il proprio interesse senza subire sanzioni. In ciò non è in questione la verità, ma la norma, il complesso delle regole sociali.
 Visto sotto questa prospettiva, il problema sociale individuato dalla frase che ho citato cambia aspetto. Se fosse effettivamente in questione la verità diciamo oggettiva, quella che insomma non dipende dai nostri gusti,  allora sarebbe in questione anche la norma, che è un particolare tipo di verità oggettiva, vale a dire una verità normativa, che ci si impone non per la sua forza di convinzione ma per la pressione sociale. Invece, in realtà, viviamo in un contesto normativo tutt'altro che anarchico, che è caratterizzato invece da un sistema di regole sociali molto stringenti e munite di dure sanzioni. Semplicemente, come è stato osservato, la società consumistica  in cui viviamo, quindi l'economia di massa che ci consente di vivere in moltitudini umane enormemente superiori che nel passato anche non molto risalente nel tempo, sta cercando di sostituire le leggi sociali che ci dominano, in particolare quelle imposte dalle confessioni religiose  e dalle ideologie politiche che a queste ultime storicamente si sono ispirate. Il paradosso, individuato ad esempio dal filosofo Zygmunt Bauman,  è che le nuove regole, presentate come regole di libertà, poiché sono ispirate a un'ideologia non altruistica, in realtà vengono a ridurre, non ad accrescere, i diritti di libertà della maggior parte della gente, aumentando la sofferenza sociale proprio mentre promettono di aumentare e diffondere le fonti di piacere e di benessere. Le dinamiche egoistiche  da esse indotte, per cui ciò che uno produce deve rimanere nelle sue tasche o, comunque, nelle vicinanze di dove abita, tendono ad accrescere le differenze sociali tra una classe ristretta, lo dico usando la terminologia dello scrittore Primo Levi, di salvati  e una maggioranza di sommersi, i quali, riuscendo perdenti nella lotta quotidiana alle fonti di benessere, vedono le loro condizioni sociali peggiorare progressivamente. Queste dinamiche sociali, benché allo stato consentano ancora una vasta diffusione dl benessere tra le moltitudini della Terra, se non corrette con complessi normativi ispirati da moventi altruistici sembra portino, alla lunga, verso una catastrofe sociale. I segni di questi sviluppi tragici ci sono venuti ad esempio nel corso della crisi economica globale che dal 2008 sta travagliando i popoli del mondo.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli