Verità soggettive e
progetti comuni
"Riconosciamo che
una cultura, in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità
soggettiva, rende difficile che i cittadini desiderino partecipare ad un
progetto comune che vada oltre gli interessi e i desideri personali"
[dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo) del Papa Francesco, del
24-11-13, n.61]
La frase che ho sopra
citato pone uno dei problemi fondamentali delle società Occidentali
contemporanee e di quelle che ad esse si ispirano per i propri ordinamenti
sociali: la crescente difficoltà di ottenere il consenso e la partecipazione
della gente su progetti comuni che riguardino non solo i propri interessi
particolari o di gruppo, ma anche quelli di altre persone e gruppi sociali.
In religione spesso
esso viene presentato sotto il profilo della verità soggettiva o dell'indifferenza verso la verità, ma ciò crea difficoltà di
comprensione al di fuori dei confini delle regole che i teologi
convenzionalmente si sono date. Infatti ci si sente spesso replicare, da chi
invece al posto delle regole convenzionali della teologia adotta quelle, diverse, della
filosofia, che ai tempi nostri la forza di ogni ragionamento che voglia
spiegare come vanno le cose del mondo è strettamente collegata alle
nostre capacità di indagine e di comprensione
e dalla stabilità del campo di osservazione e quindi non è mai assoluta, definitiva. Come dimostra la
storia recente del pensiero scientifico, ogni conclusione è destinata ad essere
superata, più o meno rapidamente da altre, o perché si migliorano le nostre
conoscenze su un certo oggetto o perché varia l'oggetto su cui si cerca di
conoscere di più. E, per quello che credo di aver capito, questa obiezione non
può essere efficacemente contrastata, perché effettivamente la storia
dell'umanità e del suo pensiero collettivo è un susseguirsi di mutamenti più o
meno rapidi, e ciò anche in quei campi più delicati in cui vorremmo una
maggiore stabilità, ad esempio in ciò che riguarda le questioni soprannaturali.
La convinzione che tutto scorre, e quindi cambia, è molto
antica e risale alle origini del pensiero filosofico dell'Occidente,
nell'antica Grecia. E tuttavia dagli antichi greci deriva anche l'idea che nel
mutare della realtà intorno a noi possiamo cogliere delle regolarità e delle
similitudini, sia nella natura che nelle società umane, per cui nel molteplice
possiamo anche notare l'unità e nella storia il legame che unisce passato e
futuro. Però, anche se, alla fine, dovendosi di volta in volta fissare dei
punti fermi in materia di verità, per
organizzare le nostre conoscenze e individuare regole scientifiche su cui costruire i nostri ragionamenti, si arriva a concordare che, appunto, non ci si può rassegnare al fatto che veramente
tutto scorra e che quindi si debba adottare, per
spiegare la realtà intorno a noi, uno schema concettuale che offra una certa
resistenza al mutamento, tuttavia questo non fornisce una soluzione al
problema sociale del fatto che la gente non si appassiona a progetti comuni
altruistici. Infatti, in realtà, questo atteggiamento ha poco a che fare con la
questione della verità e della sua forza in relazione agli interessi
soggettivi. La gente comune, e anche le persone colte quando agiscono nella
vita di tutti i giorni, nelle faccende comuni
nel senso di ordinarie, non fanno
questioni di verità, ma semplicemente tendono a fare come gli altri, osservando come vanno le cose nella società
del loro tempo, cercando di perseguire il proprio interesse senza subire sanzioni.
In ciò non è in questione la verità,
ma la norma, il complesso delle
regole sociali.
Visto sotto questa
prospettiva, il problema sociale individuato dalla frase che ho citato cambia aspetto.
Se fosse effettivamente in questione la verità
diciamo oggettiva, quella che insomma
non dipende dai nostri gusti, allora
sarebbe in questione anche la norma,
che è un particolare tipo di verità oggettiva,
vale a dire una verità normativa, che
ci si impone non per la sua forza di convinzione ma per la pressione sociale.
Invece, in realtà, viviamo in un contesto normativo tutt'altro che anarchico, che
è caratterizzato invece da un sistema di regole sociali molto stringenti e
munite di dure sanzioni. Semplicemente, come è stato osservato, la società consumistica in cui viviamo, quindi l'economia di massa che
ci consente di vivere in moltitudini umane enormemente superiori che nel
passato anche non molto risalente nel tempo, sta cercando di sostituire le leggi sociali che ci dominano, in
particolare quelle imposte dalle confessioni religiose e dalle ideologie politiche che a queste
ultime storicamente si sono ispirate. Il paradosso, individuato ad esempio dal
filosofo Zygmunt Bauman, è che le nuove
regole, presentate come regole di libertà,
poiché sono ispirate a un'ideologia non
altruistica, in realtà vengono a ridurre, non ad accrescere, i diritti di
libertà della maggior parte della gente, aumentando la sofferenza sociale
proprio mentre promettono di aumentare e diffondere le fonti di piacere e di
benessere. Le dinamiche egoistiche da esse indotte, per cui ciò che uno produce
deve rimanere nelle sue tasche o, comunque, nelle vicinanze di dove abita,
tendono ad accrescere le differenze sociali tra una classe ristretta, lo dico
usando la terminologia dello scrittore Primo Levi, di salvati e una maggioranza di
sommersi, i quali, riuscendo perdenti
nella lotta quotidiana alle fonti di benessere, vedono le loro condizioni
sociali peggiorare progressivamente. Queste dinamiche sociali, benché allo
stato consentano ancora una vasta diffusione dl benessere tra le moltitudini
della Terra, se non corrette con complessi normativi ispirati da moventi
altruistici sembra portino, alla lunga, verso una catastrofe sociale. I segni
di questi sviluppi tragici ci sono venuti ad esempio nel corso della crisi
economica globale che dal 2008 sta travagliando i popoli del mondo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli