venerdì 10 gennaio 2014

Modelli da superare


Modelli da superare

 
 Sto leggendo un libro del sociologo Pierpapolo Donati, prestatomi dal nostro socio Lorenzo: "Pensiero sociale cristiano e società post-moderna", Editrice A.V.E., 1997, € 17,85, ancora in commercio.  Da esso traggo l'idea che il pensiero cristiano riguardante la società deve  imparare ad apprendere dalla società, che non è solo "natura" quindi "creazione" ma anche "con-creazione umana", come suo "ambiente" , e ciò nel momento stesso in cui pretende di mantenere una legittimità  nella società contemporanea come "bussola", vale a dire come uno strumento che "non dice dove si deve andare: dice con certezza non soggettivistica dove ci si trova nel campo degli orientamenti possibili e indica da quale parte ci si deve orientare «se si intende» raggiungere una certa meta".  Secondo l'autore questo aspetto "rimane decisamente ancora in ombra".
 La capacità di ideare e costruire quell'insieme di relazioni sociali che costituisce la trama delle società umane è costitutiva della persona umana creata: noi infatti affermiamo, in religione, che l'essere umano è stato creato come soggetto in relazione, secondo una impronta trinitaria. Quest'idea, che è affermata esplicitamente e molto chiaramente in teologia nel definire ciò che l'essere umano è, è assai poco utilizzata nell'interpretare i fatti storici per ricavarne insegnamenti e orientamenti. In tal modo però, nell'intento di preservare da contaminazioni storiche la purezza del deposito di fede, si perde quell'aggancio con la realtà storica che costituisce una delle innovazioni più straordinarie delle fedi bibliche rispetto alle teogonie e cosmogonie delle antiche religioni dell'antichità greco-romana. L'unica storia dalla quale sembra si sia, in religione, disposti a imparare è sostanzialmente quella che c'è nella nostra Bibbia. Giustifichiamo questo orientamento sostenendo che, con gli eventi cristologici, la Rivelazione si è chiusa. Ma già nei primi secoli della nostra era si è stati posti di fronte a quest'altra constatazione, vale a dire che  la storia non si è conclusa  e i tempi della nostra fede non sono "ultimi" in senso temporale, ma solo in quello teologico. Il mondo non è finito, il giudizio universale non è giunto, la seconda venuta di Cristo non si è attuata, né nei tempi immediatamente successivi alla Risurrezione, né nel volgere di qualche anno da essa, né dopo qualche secolo, ma il tempo storico ha continuato a fluire molto a lungo e le società umane ad essere ideate e costruite, plasmate da diverse ideologie, dai conflitti di potere inter-umani, dagli sviluppi tecnologi, dai movimenti e dagli incroci etnici e culturali. Paradossalmente, per un tempo lunghissimo, durato più o meno fino agli scorsi anni Sessanta, non se ne è voluto prendere atto, ma ancora adesso si è restii a trarne tutte le necessarie conseguenze dal punto di vista specificamente teologico. Il massimo che si è ottenuto è, nella concezione dei segni dei tempi, di accettare l'idea che si debba capire la società del proprio tempo per approfondire e sviluppare  la comprensione delle idee fondamentali della nostra fede. In teologia, per quello che ritengo di aver compreso da non specialista e avendone conoscenze molto limitate ed essenzialmente basate sui riflessi del magistero sulla mia vita, si vuole sostenere ideologicamente, quindi quando si tratta di fornire orientamenti sintetici per il che fare come collettività, che nella storia vi sono state un'unica Chiesa e un'unica fede religiosa, quindi un soggetto sempre sostanzialmente uguale a  sé stesso che ha trasportato nella storia e nello spazio il medesimo deposito di fede. Nello sforzo di costruire una teologia normativa improntata a questa concezione si sono piuttosto sacrificate le relazioni con gli ambienti sociali in cui la nostra fede  è stata  vissuta, quindi l'aggancio con la realtà di cui ho parlato.
 Per fare un esempio di ciò a cui mi riferisco, si può prendere in esame il nostro rapporto con gli stati nostri contemporanei e con le loro ideologie. E' possibile individuare due modelli di queste relazioni: il primo è basato non sulla realtà come la viviamo, ma sulla realtà dell'antica Giudea del primo secolo, occupata dagli imperiali romani, l'altro, anch'esso non basato sulla realtà vissuta, è di tipo apocalittico  e ha come riferimento l'idea di Gerusalemme celeste. Da un lato quindi, in religione viviamo ancora l'antitesi con una potenza statale concepita come pagana, quindi infedele e perfida (nel senso di non animata dai nostri ideali di fede), rispetto alla quale occorre preservare la nostra purezza: questo accade nei momenti di crisi tra la nostra collettività religiosa e le organizzazioni degli stati. Da un altro lato, nei momenti in cui riteniamo raggiunta l'integrazione tra la nostra fede e gli stati, tendiamo a concepire la realtà in cui viviamo come un sorta di anticipazione del Regno celeste, della Gerusalemme celeste, e il potere delle nostra autorità religiose nella società come quello di una sorta di vice-re: questo è il modello della civiltà cristiana. E' chiaro che entrambi i modelli hanno perso oggi qualsiasi aggancio con la realtà, che in sostanza viene semplicemente rifiutata. Infatti, specialmente in Europa e negli stati di derivazione europea, da un lato i sistemi statali  contemporanei sono profondamente permeati da principi ideali derivati dalla nostra fede,  dall'altro l'ideazione e l'attuazione di tali principi sono state e sono un lavoro sempre in corso e, soprattutto, esse non si fanno dall'alto, facendo scendere delle verità da un sovrano, ma in un contesto relazionale, in cui il risultato è frutto di un impegno collettivo di moltitudini di esseri umani. Ciò risulta con particolare chiarezza se si considera uno dei principi fondamentali delle ideologie dei sistemi statali contemporanei di derivazione europea, quello dell'uguaglianza politica intesa come pari dignità degli esseri umani per il solo fatto di esistere, a prescindere da una condizione di cittadinanza: esso deriva direttamente (come esplicitato nell'atto costituivo della prima democrazia di tipo contemporaneo, vale a dire nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America   del 1776) dall'idea di comune figliolanza divina, ma non  era presente   nell'originaria teologia della nostra confessione religiosa  e costituisce il frutto di una riflessione di molto  successiva, che tuttavia progressivamente sta venendo inglobata nel deposito di fede (anche se di solito la cosa viene presentata in altro modo, come riscoperta di radici cristiane: in realtà non è sulle radici della pianta che bisognerebbe concentrare l'attenzione, ma sulle fronde, sugli sviluppi originali e sicuramente imprevedibili nei tempi delle origini).
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli