Modelli da superare
Sto leggendo un libro del sociologo
Pierpapolo Donati, prestatomi dal nostro socio Lorenzo: "Pensiero sociale cristiano e società post-moderna", Editrice
A.V.E., 1997, € 17,85, ancora in commercio. Da esso traggo l'idea che il pensiero
cristiano riguardante la società deve imparare ad apprendere dalla società, che
non è solo "natura" quindi "creazione" ma anche
"con-creazione umana", come suo "ambiente" , e ciò nel
momento stesso in cui pretende di mantenere una legittimità nella società
contemporanea come "bussola",
vale a dire come uno strumento che "non
dice dove si deve andare: dice con certezza non soggettivistica dove ci si
trova nel campo degli orientamenti possibili e indica da quale parte ci si deve
orientare «se si intende» raggiungere una certa meta". Secondo l'autore questo aspetto "rimane decisamente ancora in ombra".
La capacità di ideare
e costruire quell'insieme di relazioni sociali che costituisce la trama delle
società umane è costitutiva della persona umana creata: noi infatti affermiamo, in religione, che l'essere umano è
stato creato come soggetto in relazione, secondo una impronta trinitaria. Quest'idea, che è
affermata esplicitamente e molto chiaramente in teologia nel definire ciò che
l'essere umano è, è assai poco
utilizzata nell'interpretare i fatti storici per ricavarne insegnamenti e
orientamenti. In tal modo però, nell'intento di preservare da contaminazioni storiche la purezza del deposito di
fede, si perde quell'aggancio con la
realtà storica che costituisce una delle innovazioni più straordinarie delle
fedi bibliche rispetto alle teogonie e cosmogonie delle antiche religioni
dell'antichità greco-romana. L'unica storia dalla quale sembra si sia, in
religione, disposti a imparare è sostanzialmente quella che c'è nella nostra
Bibbia. Giustifichiamo questo orientamento sostenendo che, con gli eventi
cristologici, la Rivelazione si è chiusa.
Ma già nei primi secoli della nostra era si è stati posti di fronte a
quest'altra constatazione, vale a dire che la storia non si è conclusa e i
tempi della nostra fede non sono "ultimi" in senso temporale, ma solo
in quello teologico. Il mondo non è finito, il giudizio universale non è
giunto, la seconda venuta di Cristo non si è attuata, né nei tempi immediatamente
successivi alla Risurrezione, né nel volgere di qualche anno da essa, né dopo
qualche secolo, ma il tempo storico ha continuato a fluire molto a lungo e le
società umane ad essere ideate e costruite, plasmate da diverse ideologie, dai
conflitti di potere inter-umani, dagli sviluppi tecnologi, dai movimenti e
dagli incroci etnici e culturali. Paradossalmente, per un tempo lunghissimo,
durato più o meno fino agli scorsi anni Sessanta, non se ne è voluto prendere
atto, ma ancora adesso si è restii a trarne tutte le necessarie conseguenze dal
punto di vista specificamente teologico. Il massimo che si è ottenuto è, nella
concezione dei segni dei tempi, di
accettare l'idea che si debba capire la
società del proprio tempo per approfondire
e sviluppare la comprensione delle idee fondamentali della
nostra fede. In teologia, per quello che ritengo di aver compreso da non
specialista e avendone conoscenze molto limitate ed essenzialmente basate sui
riflessi del magistero sulla mia vita, si vuole sostenere ideologicamente,
quindi quando si tratta di fornire orientamenti sintetici per il che fare come
collettività, che nella storia vi sono state un'unica Chiesa e un'unica
fede religiosa, quindi un soggetto sempre sostanzialmente uguale a sé stesso che ha trasportato nella storia e
nello spazio il medesimo deposito di fede.
Nello sforzo di costruire una teologia normativa improntata a questa concezione
si sono piuttosto sacrificate le relazioni con gli ambienti sociali in cui la
nostra fede è stata vissuta, quindi l'aggancio con la realtà di cui ho parlato.
Per fare un esempio
di ciò a cui mi riferisco, si può prendere in esame il nostro rapporto con gli
stati nostri contemporanei e con le loro ideologie. E' possibile individuare
due modelli di queste relazioni: il primo è basato non sulla realtà come la
viviamo, ma sulla realtà dell'antica Giudea del primo secolo, occupata dagli
imperiali romani, l'altro, anch'esso non basato sulla realtà vissuta, è di tipo
apocalittico e ha come riferimento
l'idea di Gerusalemme celeste. Da un
lato quindi, in religione viviamo ancora l'antitesi con una potenza statale
concepita come pagana, quindi infedele e perfida (nel senso di non animata dai nostri ideali di fede), rispetto
alla quale occorre preservare la nostra purezza:
questo accade nei momenti di crisi tra la nostra collettività religiosa e le
organizzazioni degli stati. Da un altro lato, nei momenti in cui riteniamo
raggiunta l'integrazione tra la nostra fede e gli stati, tendiamo a concepire
la realtà in cui viviamo come un sorta di anticipazione del Regno celeste,
della Gerusalemme celeste, e il potere delle nostra autorità religiose nella
società come quello di una sorta di vice-re:
questo è il modello della civiltà
cristiana. E' chiaro che entrambi i modelli hanno perso oggi qualsiasi aggancio con la realtà, che in sostanza viene semplicemente
rifiutata. Infatti, specialmente in Europa e negli stati di derivazione
europea, da un lato i sistemi statali contemporanei sono profondamente permeati da
principi ideali derivati dalla nostra fede, dall'altro l'ideazione e l'attuazione di tali
principi sono state e sono un lavoro
sempre in corso e, soprattutto, esse non si fanno dall'alto, facendo scendere delle verità da un sovrano, ma in un
contesto relazionale, in cui il
risultato è frutto di un impegno collettivo di moltitudini di esseri umani. Ciò
risulta con particolare chiarezza se si considera uno dei principi fondamentali
delle ideologie dei sistemi statali contemporanei di derivazione europea,
quello dell'uguaglianza politica intesa
come pari dignità degli esseri umani per il solo fatto di esistere, a
prescindere da una condizione di cittadinanza: esso deriva direttamente (come
esplicitato nell'atto costituivo della prima democrazia di tipo contemporaneo,
vale a dire nella Dichiarazione di
indipendenza degli Stati Uniti d'America
del 1776) dall'idea di comune
figliolanza divina, ma non era presente
nell'originaria teologia della nostra confessione religiosa e
costituisce il frutto di una riflessione di molto successiva,
che tuttavia progressivamente sta venendo inglobata nel deposito di fede
(anche se di solito la cosa viene presentata in altro modo, come riscoperta di radici cristiane: in realtà non è sulle radici della pianta che bisognerebbe
concentrare l'attenzione, ma sulle fronde,
sugli sviluppi originali e sicuramente imprevedibili nei tempi delle origini).
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli