sabato 18 gennaio 2014

Cittadini del mondo


Cittadini del mondo


 Negli scorsi anni '70, quando fui adolescente, si pensava ancora che la nostra fede e la nostra religione fossero destinate a un declino abbastanza rapido, così come era accaduto tra il primo e il quinto secolo della nostra era all'antica religione politeistica greco-romana. Si trattava di una versione più recente dell'idea dell'illuminismo settecentesco secondo la quale la luce della ragione avrebbe sconfitto l'oscurantismo   delle fedi religiose, in particolare  quello della fede egemone tra gli europei, la nostra. Talvolta l'eco di questa opinione si manifesta nelle considerazioni di nostra gente di fede, anche tra il clero, di fronte alla constatazione che le nostre chiese si vanno svuotando, sostanzialmente perché la gente non si appassiona più alle nostre liturgie. E tuttavia, come ho cercato di spiegare in miei precedenti interventi, le cose stanno andando in modo molto diverso. E' in realtà la religione civile del secolarismo pragmatico,  quella  che insegna a orientare la propria vita a prescindere da concezioni universali cercando di comprendere giorno per giorno, realisticamente, ciò che accade e a reagire razionalmente di conseguenza per sfruttare le opportunità offerte dalla contemporaneità, a recedere. E, ma non sempre ce ne rendiamo conto, non è più scontato nella pubblica opinione l'accostamento fede religiosa-ignoranza-irrazionalità che a lungo produsse l'emarginazione dei cattolici in diversi campi della filosofia e della scienza. Per chi, come me, si è formato negli scorsi anni '70 è stupefacente, ad esempio, constatare che, come è accaduto quest'anno, talvolta le prime tre pagine del quotidiano La Repubblica, che fu l'alfiere del più duro laicismo italiano, sono occupate, non da articoli sulla nostra religione, ma da lettere di un Papa, vale a dire di chi impersona l'istituzione che in passato fu vista come la fonte principale dell'oscurantismo clericale.
 Spiegare il senso di ciò che accade, al di là della semplice descrizione di ciò che sta succedendo, non è facile, sia perché si tratta di un fenomeno che coinvolge le moltitudini e sfugge ai tentativi di semplificazione, sia perché la nostra religione, al di là di come viene presentata, semplificandone l'immagine, nell'iniziazione di fede, presenta molti aspetti, spesso tra loro abbastanza divergenti, e non tutti sono coinvolti in questo processo che si potrebbe definire di contro-secolarizzazione. Ad esempio, non si può negare che tra le nostre esperienze e concezioni religiose ve ne sono alcune che hanno carattere realmente oscurantistico e che, come tali, non hanno piena cittadinanza anche in quelle parti del mondo di oggi che pure sono profondamente permeate delle nostre concezioni religiose, e quindi , sebbene piuttosto diffuse, sono in genere anche lì avversate sia sul piano ideale sia su quello pratico. Inoltre la nostra religione, attraverso diverse prassi di contaminazione con diverse concezioni del soprannaturale, alcune a fondamento magico, fornisce l'orizzonte culturale e sociale nel quale sono espresse esigenze ingenue  e  fideistiche  di controllo della natura e degli eventi sociali, in un mondo fattosi troppo complesso per essere capito dai singoli, al modo in cui ciò avveniva, e ancora avviene, nelle religioni politeistiche, laddove si cerca di placare divinità capricciose o di ottenere il favore delle stesse.
 Alcuni hanno visto le ragioni del persistente successo sociale della nostra fede nel suo potenziale ateistico: ed in effetti la nostra fede ha fatto fuori l'antico politeismo e, con esso, concezioni che impedivano di capire a fondo e realisticamente le dinamiche della natura intorno a noi. Essa ha messo fine, dove si è affermata, alla divinizzazione dei fenomeni naturali e delle forze della natura, fisiche e fisiologiche, che caratterizzava fortemente gli antichi culti. Spesso nell'opinione comune questo effetto della nostra religione non è compreso bene, perché ci si concentra sui forti attriti che ci furono tra teologie della nostra religione e le scienze della natura dal Cinquecento in poi, con concezioni scientifiche trattate come eresie con tutto ciò che ne conseguiva in termini polizieschi, giudiziari e penali. Eppure la nostra fede ha superato tutto sommato indenne il confronto con le scienze naturali, anche nell'era del loro più impetuoso sviluppo che è quella che appunto stiamo vivendo, tanto che l'organizzazione un tempo ritenuta il centro dell'oscurantismo antiscientifico promuove oggi una propria Accademia di scienziati ad alto livello.
 In linea di prima approssimazione e facendo il bilancio della mia esperienza di vita, di  ciò che ho potuto direttamente e personalmente  osservare e capire finora, ritengo che una delle ragioni per cui la nostra fede è tuttora, inaspettatamente, attuale risieda nella sua capacità di fare unità tra moltitudini umani e nella storia umana, per cui, pensando religiosamente, possiamo entrare in dialogo con ere del passato e nostri simili assai distanti da noi e ciò, paradossalmente, ragionando biblicamente, vale a dire su vicende storiche molto lontane dai nostri tempi e, per di più, narrate con criteri molto diversi da quelli degli storici contemporanei.
 Agli inizi del Novecento si pensava che applicare nuove metodologie scientifiche di ermeneutica (ermeneutica= tecniche per capire meglio e meglio interpretare) alle nostre Scritture sacre, per capirle meglio così come si andava facendo con altri testi dell'antichità, ad esempio sui poemi omerici, l'Iliade e l'Odissea, le avrebbe  fatte a brandelli, distruggendone la credibilità religiosa. E' andata invece molto diversamente. Riconoscere ai miti in esse contenuti la loro qualità propriamente di miti, per cui oggi non si ritiene (generalmente) che l'universo sia stato creato  veramente  in sei giorni e che tutta l'umanità discenda veramente  da due signori primordiali, o che il pollo come lo vediamo oggi sia stato veramente creato dal nulla come il pollo così come oggi ci si presenta, non ha inciso sulla spiritualità che su di essi era stata costruita e che aveva comportato da un lato la dedivinizzazione  della natura, per cui in un animale si vede solo un animale e mai più un dio di qualche genere e, d'altro lato, l'elevazione dell'essere umano, concepito non più come schiavo di potenze naturali divinizzate ma come immagine  del divino. Questa elevazione dell'essere umano, espressa teologicamente nell'idea di figliolanza divina, richiamata espressamente ed esplicitamente, ad esempio, nell'atto fondativo degli Stati Uniti d'America, il modello ideologico da cui ha preso piede la nostra nuova Europa contemporanea, è alla base dell'ideologia dei diritti umani fondamentali e dell'idea che a ciascun essere umano competa, per il solo fatto di esistere e a prescindere da un suo legame con un determinato sistema politico, una cittadinanza universale, per cui, religiosamente, riteniamo, in fondo, di non poter più  ammettere l'esistenza di apolidi, di persone senza  cittadinanza. Una questione che ai nostri tempi in Italia è di calda attualità: infatti, su base sostanzialmente religiosa, ci si sente in colpa a trattare i  migranti dall'Africa e dell'Asia che giungono stremati sulle nostre coste meridionali come stranieri o apolidi e del resto effettivamente lo si è se li si tratta come tali, perché le norme della Nazioni Unite attualmente in vigore impongono, anche qui su base essenzialmente religiosa (vale a dire sulla base di idealità assolute che prescindono dalla constatazione del mondo così com'è, della natura così com'è), di riconoscere loro una cittadinanza universale, un complesso di diritti incomprimibili che prescindono da una determinata cittadinanza politica.
 Come si è passati dal duro nazionalismo  religioso  di impronta biblica, basato sull'antica esperienza degli israeliti molto ideologizzata nelle nostre più antiche Scritture sacre, a questa apertura  universale che oggi caratterizza fortemente la nostra fede, improntando sensibilmente anche le nostre concezioni missionarie, a quelli che ho definito, con Giorgio La Pira, i tempi di Isaia? Bisogna prendere consapevolezza che questa concezione è veramente nuova nel senso che alle origini della nostra collettività religiosa era solo una potenzialità. Essa, sostanzialmente, è stata sviluppata e progressivamente attuata solo a partire dalla metà del Settecento e si è imposta a livello globale solo nel secolo scorso. Sebbene abbia un chiaro fondamento religioso, le sue caratteristiche di novità sono tanto marcate che spesso quella sua base non viene riconosciuta e ciò anche in ambito propriamente religioso, in cui ancora manca una teologia in grado di integrarla veramente nelle nostre concezioni di fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli