Cittadini del mondo
Negli scorsi anni
'70, quando fui adolescente, si pensava ancora che la nostra fede e la nostra
religione fossero destinate a un declino abbastanza rapido, così come era
accaduto tra il primo e il quinto secolo della nostra era all'antica religione
politeistica greco-romana. Si trattava di una versione più recente dell'idea
dell'illuminismo settecentesco secondo la quale la luce della ragione avrebbe sconfitto l'oscurantismo delle fedi religiose, in particolare quello della fede egemone tra gli europei, la
nostra. Talvolta l'eco di questa opinione si manifesta nelle considerazioni di
nostra gente di fede, anche tra il clero, di fronte alla constatazione che le
nostre chiese si vanno svuotando, sostanzialmente perché la gente non si
appassiona più alle nostre liturgie. E tuttavia, come ho cercato di spiegare in
miei precedenti interventi, le cose stanno andando in modo molto diverso. E' in
realtà la religione civile del
secolarismo pragmatico, quella che insegna a orientare la propria vita a
prescindere da concezioni universali cercando di comprendere giorno per giorno,
realisticamente, ciò che accade e a reagire razionalmente di conseguenza per
sfruttare le opportunità offerte dalla contemporaneità, a recedere. E, ma non
sempre ce ne rendiamo conto, non è più scontato nella pubblica opinione
l'accostamento fede religiosa-ignoranza-irrazionalità che a lungo produsse
l'emarginazione dei cattolici in diversi campi della filosofia e della scienza.
Per chi, come me, si è formato negli scorsi anni '70 è stupefacente, ad
esempio, constatare che, come è accaduto quest'anno, talvolta le prime tre
pagine del quotidiano La Repubblica,
che fu l'alfiere del più duro laicismo italiano,
sono occupate, non da articoli sulla
nostra religione, ma da lettere di un
Papa, vale a dire di chi impersona l'istituzione che in passato fu vista come la
fonte principale dell'oscurantismo
clericale.
Spiegare il senso di
ciò che accade, al di là della semplice descrizione di ciò che sta succedendo,
non è facile, sia perché si tratta di un fenomeno che coinvolge le moltitudini
e sfugge ai tentativi di semplificazione, sia perché la nostra religione, al di
là di come viene presentata, semplificandone l'immagine, nell'iniziazione di
fede, presenta molti aspetti, spesso tra loro abbastanza divergenti, e non
tutti sono coinvolti in questo processo che si potrebbe definire di contro-secolarizzazione. Ad esempio, non
si può negare che tra le nostre esperienze e concezioni religiose ve ne sono
alcune che hanno carattere realmente oscurantistico
e che, come tali, non hanno piena cittadinanza
anche in quelle parti del mondo di oggi che pure sono profondamente permeate
delle nostre concezioni religiose, e quindi , sebbene piuttosto diffuse, sono
in genere anche lì avversate sia sul piano ideale sia su quello pratico. Inoltre
la nostra religione, attraverso diverse prassi di contaminazione con diverse
concezioni del soprannaturale, alcune a fondamento magico, fornisce l'orizzonte
culturale e sociale nel quale sono espresse esigenze ingenue e fideistiche di controllo della natura e degli eventi
sociali, in un mondo fattosi troppo complesso per essere capito dai singoli, al
modo in cui ciò avveniva, e ancora avviene, nelle religioni politeistiche,
laddove si cerca di placare divinità
capricciose o di ottenere il favore delle stesse.
Alcuni hanno visto le
ragioni del persistente successo sociale della nostra fede nel suo potenziale ateistico: ed in effetti la nostra fede
ha fatto fuori l'antico politeismo e,
con esso, concezioni che impedivano di capire a fondo e realisticamente le
dinamiche della natura intorno a noi. Essa ha messo fine, dove si è affermata,
alla divinizzazione dei fenomeni
naturali e delle forze della natura, fisiche e fisiologiche, che caratterizzava
fortemente gli antichi culti. Spesso nell'opinione comune questo effetto della
nostra religione non è compreso bene, perché ci si concentra sui forti attriti
che ci furono tra teologie della nostra religione e le scienze della natura dal
Cinquecento in poi, con concezioni scientifiche trattate come eresie con tutto ciò che ne conseguiva in
termini polizieschi, giudiziari e penali. Eppure la nostra fede ha superato
tutto sommato indenne il confronto con le scienze naturali, anche nell'era del
loro più impetuoso sviluppo che è quella che appunto stiamo vivendo, tanto che
l'organizzazione un tempo ritenuta il centro dell'oscurantismo antiscientifico promuove oggi una propria Accademia di scienziati ad alto livello.
In linea di prima
approssimazione e facendo il bilancio della mia esperienza di vita, di ciò che ho potuto direttamente e
personalmente osservare e capire finora,
ritengo che una delle ragioni per cui la nostra fede è tuttora, inaspettatamente,
attuale risieda nella sua capacità di
fare unità tra moltitudini umani e
nella storia umana, per cui, pensando religiosamente,
possiamo entrare in dialogo con ere del passato e nostri simili assai distanti
da noi e ciò, paradossalmente, ragionando biblicamente,
vale a dire su vicende storiche molto lontane dai nostri tempi e, per di più,
narrate con criteri molto diversi da quelli degli storici contemporanei.
Agli inizi del
Novecento si pensava che applicare nuove metodologie scientifiche di ermeneutica
(ermeneutica= tecniche per capire meglio e meglio interpretare) alle nostre
Scritture sacre, per capirle meglio così come si andava facendo con altri testi
dell'antichità, ad esempio sui poemi omerici, l'Iliade e l'Odissea, le avrebbe fatte a
brandelli, distruggendone la credibilità religiosa. E' andata invece molto
diversamente. Riconoscere ai miti in esse contenuti la loro qualità
propriamente di miti, per cui oggi non si ritiene (generalmente) che l'universo
sia stato creato veramente in sei giorni e che tutta l'umanità discenda veramente da due signori primordiali, o che il pollo
come lo vediamo oggi sia stato veramente
creato dal nulla come il pollo così come oggi ci si presenta, non ha inciso
sulla spiritualità che su di essi era
stata costruita e che aveva comportato da un lato la dedivinizzazione della
natura, per cui in un animale si vede solo un animale e mai più un dio di
qualche genere e, d'altro lato, l'elevazione
dell'essere umano, concepito non più come schiavo di potenze naturali
divinizzate ma come immagine del divino. Questa elevazione dell'essere umano, espressa teologicamente nell'idea di figliolanza divina, richiamata
espressamente ed esplicitamente, ad esempio, nell'atto fondativo degli Stati
Uniti d'America, il modello ideologico da cui ha preso piede la nostra nuova
Europa contemporanea, è alla base dell'ideologia dei diritti umani fondamentali e dell'idea che a ciascun essere umano
competa, per il solo fatto di esistere e a prescindere da un suo legame con un
determinato sistema politico, una cittadinanza
universale, per cui, religiosamente, riteniamo, in fondo, di non poter più ammettere l'esistenza di apolidi, di persone senza cittadinanza. Una questione che ai nostri
tempi in Italia è di calda attualità: infatti, su base sostanzialmente
religiosa, ci si sente in colpa a trattare i
migranti dall'Africa e dell'Asia che giungono stremati sulle nostre coste
meridionali come stranieri o apolidi e del resto effettivamente lo si
è se li si tratta come tali, perché le norme della Nazioni Unite attualmente in
vigore impongono, anche qui su base essenzialmente religiosa (vale a dire sulla
base di idealità assolute che prescindono dalla constatazione del mondo così com'è, della natura così com'è), di riconoscere loro una cittadinanza universale, un complesso di
diritti incomprimibili che
prescindono da una determinata cittadinanza politica.
Come si è passati dal
duro nazionalismo religioso di impronta biblica, basato sull'antica
esperienza degli israeliti molto ideologizzata nelle nostre più antiche
Scritture sacre, a questa apertura universale che oggi caratterizza fortemente la
nostra fede, improntando sensibilmente anche le nostre concezioni missionarie, a quelli che ho definito,
con Giorgio La Pira, i tempi di Isaia?
Bisogna prendere consapevolezza che questa concezione è veramente nuova nel senso che alle origini della
nostra collettività religiosa era solo una potenzialità.
Essa, sostanzialmente, è stata sviluppata e progressivamente attuata solo a
partire dalla metà del Settecento e si è imposta a livello globale solo nel
secolo scorso. Sebbene abbia un chiaro fondamento religioso, le sue
caratteristiche di novità sono tanto
marcate che spesso quella sua base non viene riconosciuta e ciò anche in ambito
propriamente religioso, in cui ancora manca una teologia in grado di integrarla
veramente nelle nostre concezioni di fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli