giovedì 5 dicembre 2013

Relazioni tra collettività religiosa e società civile


Relazioni tra collettività religiosa e società civile

 
  La nostra confessione religiosa tra il primo e il quarto secolo della nostra era ha soppiantato il complesso delle antiche religioni politeistiche dei Greci e dei Romani. Noi siamo abituati a definire queste ultime come pagane, termine la cui etimologia, vale a dire la cui origine come parola, viene fatta derivare dal vocabolo che significava "abitante di un villaggio rurale" e che, se è vera questa ricostruzione, risale al tempo in cui la nostra religione si era già affermata nelle città e doveva ancora penetrare nelle zone periferiche. In realtà, nel primo secolo della nostra era, quando la nostra religione iniziò a diffondersi nell'Impero romano, dalla Palestina alla Siria, alle antiche colonie greche dell'Asia Minore e alla Grecia e poi, via mare, a Roma e progressivamente in tutte le altre terre bagnate dal Mediterraneo, le antiche religioni politeistiche erano culti di stato ed erano ben radicate soprattutto nelle principali città e, innanzi tutto a Roma, la capitale e sede del potere supremo. Esse erano da secoli ben integrate con le società civili e con il potere politico dei quali costituivano la principale ideologia collettiva. Nel primo secolo l'imperatore di Roma era anche pontefice massimo, vale a dire che ricopriva la più alta carica religiosa del modo romano. L'attrito con il nostro monoteismo in fase fortemente espansiva derivò in particolare proprio da questa loro integrazione profonda con le società del loro tempo, perché la pretesa di esclusività della nostra confessione religiosa, che stava fortemente sviluppandosi nelle società dominate dall'impero coinvolgendo strati sempre più ampi della popolazione, compreso il ceto dei funzionari imperiali,  e che escludeva di potersi a sua volta integrare con gli altri culti sotto il dominio del potere politico imperiale, la fece apparire presto come sediziosa, sovversiva, quindi una minaccia per l'integrità dello stato. Questo non accadde nel confronto delle antiche religioni con il giudaismo, il quale aveva prodotto, sempre dal primo secolo, un intenso fenomeno migratorio verso Roma, e che era  una religione che i fedeli delle antiche fedi politeistiche romane e greche agli inizi avevano difficoltà a distinguere dalla nostra.  Del resto il giudaismo non intendeva conquistare  la civiltà greco-romana, dalla quale, anzi, curava bene di rimanere separato per ragioni propriamente rituali. Nella diaspora, vale a dire nelle collettività ebraiche che vivevano tra le nazioni, al di fuori della Palestina, si seguiva, per quello che ho capito, il principio, di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, fruendo di uno statuto nazionale di relative autonomia e libertà al pari  di altre popolazioni assoggettate all'impero, ma non da esso assimilate. I problemi del giudaismo con gli imperiali sorsero nel primo secolo in Palestina a seguito di rivolte politiche contro gli occupanti occidentali, represse assai duramente e crudelmente dai romani, del resto secondo il loro costume.
 Noi oggi tendiamo superficialmente a considerare quelli che chiamiamo pagani, vale a dire i fedeli delle antiche religioni politeistiche greco-romane, come delle persone non religiose. E' chiaramente un errore, anche solo considerando l'imponente architettura monumentale dei loro edifici dedicati al culto, come, a Roma, il Pantheon e le grandiose rappresentazione scultoree dei loro dei. La religiosità pagana era espressione di vera fede, di autentica fiducia nel soprannaturale. Queste antiche religioni furono rapidamente cancellate (ad un certo punto anche con la forza) una volta che la nostra confessione le sostituì, a partire dal quarto secolo della nostra era, come ideologia dell'impero. Compiuta questa metamorfosi gli imperatori romani divennero per qualche tempo, anche per la nostra confessione religiosa, ciò che il pontefice massimo  era stato per gli antichi culti politeistici.
 Ma come avvenne che la nostra fede, da perseguitata che era, giunse a convertire i capi politici dell'impero in cui si era diffusa? Al catechismo di solito non viene spiegato. Nella mia esperienza, nella narrazione si passa direttamente dai tempi delle persecuzioni a quelli di Costantino I e dell'editto di Milano (313), che segna l'inizio dell'integrazione tra la nostra fede e l'ideologia politica imperiale. Eppure i tempi della prima espansione della nostra fede a Roma potrebbero forse fornirci notizie utili per orientarci su come agire nell'attuale contesto sociale non più caratterizzato dall'unicità della nostra fede nella nazione, ma dalla coesistenza di più fedi (l'ateismo e l'agnosticismo sono invece, per quel che ne so, un fenomeno quasi sconosciuto nel primi secoli della nostra era). Bisogna aggiungere che quella coesistenza, nei primi secoli della nostra fede e anche dopo ma con parti perseguitate invertite, non fu mai pacifica, mentre ai tempi nostri si pretende che lo sia: è legge dello stato, ma non solo, è legge della nuova Europa.
 Per alcuni aspetti la nostra fede ha anche assorbito alcuni aspetti dell'antica, sia a livello di massa, popolare, sia nell'architettura e nell'arte, sia nelle concezioni che riguardano le sue istituzioni. Ma, indubbiamente, la differenza con l'antico politeismo è notevole. Qual è stata la ragione del suo repentino successo nei primi secoli della nostra era? Perché coeve religioni di origine orientale non ebbero una analoga diffusione e presa sulla gente, tanto da indurla addirittura a farsi giustiziare pur di resistere alle pretese di dominio degli imperiali? Com'è che l'antica fede, così fortemente radicata a livello popolare, ha ceduto rapidamente il passo alla nostra religione, la quale a un romano del primo secolo appariva probabilmente un'eccentricità orientale?
  Uno dei lavori interessanti che può farsi, ragionando di fede in Azione Cattolica, è proprio quello di migliorare le nostre conoscenze per rispondere a quelle domande, per poi chiederci che cosa sia cambiato nelle società di oggi nella quale sembra, ma è un'impressione che andrebbe confermata e non limitarsi a osservazioni superficiali, che la nostra fede, pur coinvolgendo in vario modo, più o meno intenso, un numero di persone che si stima in circa ottocento milioni, sia in ritirata, specialmente nell'Occidente più evoluto,
  La nostra religione vive per espandersi, secondo l'esempio dei primi secoli: si dice infatti che la missione ne è una caratteristica fondamentale  e insieme una ragione di esistenza. La sua presenza nel mondo  si giustifica in quanto riteniamo di essere stati lanciati verso  tutto il genere umano. Non è fatta per presidiare contesti limitati, regionali. Se non si espande muore. Ed inoltre essa si propone di incidere nei cambiamenti sociali e sul potere politico (questa è un orientamento che però non era presente nei primi secoli, quelli delle persecuzioni, e deriva dall'esperienza storica successiva). Storicamente sono stati realizzati diversi forme organizzative per svolgere quella missione. Oggi, grosso modo, sono tre i modelli secondo i quali ci si struttura come collettività per realizzare quegli scopi ed essi corrispondono a tre modi di ricostruire e comprendere il senso della presenza della fede nelle società contemporanee. Essi sono fondamentalmente alternativi: ciascuno di essi si pone come esclusivo; da qui una serie di tensioni che attraversano la nostra collettività religiosa.
 Il primo modello concepisce la nostra collettività come una presenza minoritaria nella società e prende a modello l'organizzazione delle comunità nei primi secoli, poco integrata con le società intorno: si viveva osservando le leggi dello stato, ma come stranieri in patria. Nei tempi delle persecuzioni si cercava, stringendosi in comunità, di resistere contro la violenza dello stato e l'inimicizia popolare.
 Il secondo modello prende ad esempio quello della civiltà cristiana, di una collettività religiosa fortemente integrata con quella sociale e politica tanto da assumersi alcuni degli oneri e delle responsabilità della conservazione e difesa dello stato,  e concepisce la nostra collettività ancora come maggioritaria nelle società in cui è insediata, in particolare nella nostra Europa di oggi, ma minacciata  da un lato dall'ateismo e dall'agnosticismo, che con il consumismo si è fatto religione di massa, ormai assecondati  anche dai poteri politici i quali hanno sancito la piena libertà di coscienza, e dall'altra dallo sviluppo del pluralismo religioso, determinato in particolare dai fenomeni migratori dall'Oriente e dall'Africa mediterranea.
 Il terzo modello non ha precedenti storici prima della metà dell'Ottocento ed è quello dell'integrazione forte, basata però su principi ideali, con le realtà istituzionali civili sfruttando le opportunità offerte dall'affermarsi delle democrazie politiche. Esso pensa di agire come fermento nell'azione di rinnovamento civile, utilizzando per cooperare con non credenti o credenti in altre religioni il principio della mediazione culturale, vale a dire la trasposizione, sul fondamento delle esigenze della comune umanità, in termini non esplicitamente religiosi di idealità di fede, in modo da coinvolgere gli altri superando le prevenzioni antireligiose.
  I primi due modelli sono fondamentalmente centrati sulla difesa, il terzo sull'apertura. I primi due diffidano delle società civili del loro tempo, viste o come pagane o come contaminate. Il terzo è portatore di una visione più fiduciosa nelle potenzialità di bene che possono essere offerte da dialogo con altre componenti culturali della società. I primi due modelli pensano di affermarsi nella società presentandosi come molto coesi e caratterizzati, il terzo è alla continua ricerca di come si debba vivere la propria fede nelle società contemporanee, tenendo realisticamente conto dei problemi e degli altri: questa caratteristica lo rende più permeabile agli apporti che vengono dall'esterno.
 Un esempio di organizzazione basata sul secondo modello è quella della collettività religiosa polacca degli anni '80, che aveva la caratteristica particolare di basare la sua forte coesione, su base sia religiosa che nazionalista, nella contrapposizione ad un regime politico esplicitamente ateo. Venuto meno quest'ultimo quel modello di collettività religiosa perse molto rapidamente la sua presa sulla società, divenuta preda del consumismo agnostico. Ma anche l'Azione Cattolica del primo dopoguerra, nella seconda metà degli scorsi anni '40 e nei successivi anni '50, aveva, a livello di massa, quel tipo di ideologia organizzativa.
 Nella seconda metà degli anni '60, l'Azione Cattolica abbracciò invece quello che ho chiamato terzo modello. Negli anni '80 rifiutò con molta forza di seguire il modello polacco, che pure sembrava piuttosto promettente e che aveva fatto seguaci in altri movimenti religiosi italiani. Si determinò una frattura ideale molto marcata tra la cosiddetta cultura della presenza, basata sulla riscoperta di fattori aggreganti basati su comuni costumanze etniche e, in genere sociali, le quali  si affermavano tra la gente prima di qualsiasi ragionamento, e quella della mediazione, che si proponeva di trovare, nel dialogo, punti di incontro con le culture del proprio tempo, basate sulle esigenze della comune umanità. L'Azione Cattolica la quale, pur nel diminuire del numero dei suoi aderenti, si è sempre concepita come organizzazione di massa, non ha neppure seguito il metodo, che si è diffuso in Italia, in particolare a partire dagli anni '70, di organizzarsi per piccole collettività molto coese che si concepivano come assediate da un modo ostile, secondo l'esempio dei primi secoli della nostra era. Bisogna riconoscere però che le differenziazioni ideali che ho sopra descritto si sono venute pian piano ripianando, sebbene periodicamente si ravvivino,  e oggi si cerca in genere di integrare tutte le concezioni in un unico disegno, sotto la guida religiosa dei vescovi. Molte asprezze del passato, quando ad esempio, venne lanciata l'accusa, da parte di esponenti della cultura della presenza, di protestantesimo contro Giuseppe Lazzati, uno degli uomini simbolo del modo di pensare dell'Azione Cattolica, sono sopite.
 Per come la vedo io, l'unico modello che consente ancora, in una società pluralistica e democratica, una espansione della nostra esperienza religiosa è quello seguito dall'Azione Cattolica.  Tuttavia esso richiede sotto certi aspetti una maggiore fatica, un maggiore impegno, rispetto   a quegli altri di cui ho parlato, perché necessita di sforzarsi di capire  realisticamente la società in cui si vive e con cui si vuole entrare in dialogo. Compattarsi in gruppi molto coesi seguendo regole etiche comuni presenta difficoltà di altro genere, naturalmente, ma si può prescindere dallo sforzo di capire ciò che c'è fuori, bastando in fondo quello di capire quello che c'è nel mondo molto coeso di cui si vuole far parte e del quale, per imitazione, si vogliono assimilare i costumi sociali. L'unica fortezza assediata  che mi pare abbia resistito molto bene nei millenni, nonostante un clima di generale ostilità, in particolare ad opera di gente nostra nei tempi passati, è quella del giudaismo, che però, paradossalmente,   per quello che credo di aver capito, ma correggetemi se sbaglio, è caratterizzato da un lato da una sorta di chiusura rituale  a protezione della propria identità, ma dall'altro da una straordinaria apertura al dialogo su tutto, apparendomi come una delle religioni meno dogmatiche che esistano.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.