Relazioni tra collettività religiosa e società civile
La
nostra confessione religiosa tra il primo e il quarto secolo della nostra era
ha soppiantato il complesso delle antiche religioni politeistiche dei Greci e
dei Romani. Noi siamo abituati a definire queste ultime come pagane, termine la cui etimologia, vale
a dire la cui origine come parola, viene fatta derivare dal vocabolo che
significava "abitante di un villaggio rurale" e che, se è vera questa
ricostruzione, risale al tempo in cui la nostra religione si era già affermata
nelle città e doveva ancora penetrare nelle zone periferiche. In realtà, nel
primo secolo della nostra era, quando la nostra religione iniziò a diffondersi
nell'Impero romano, dalla Palestina alla Siria, alle antiche colonie greche
dell'Asia Minore e alla Grecia e poi, via mare, a Roma e progressivamente in
tutte le altre terre bagnate dal Mediterraneo, le antiche religioni
politeistiche erano culti di stato ed erano ben radicate soprattutto nelle principali
città e, innanzi tutto a Roma, la capitale e sede del potere supremo. Esse
erano da secoli ben integrate con le società civili e con il potere politico
dei quali costituivano la principale ideologia collettiva. Nel primo secolo
l'imperatore di Roma era anche pontefice massimo,
vale a dire che ricopriva la più alta carica religiosa del modo romano.
L'attrito con il nostro monoteismo in fase fortemente espansiva derivò in
particolare proprio da questa loro integrazione profonda con le società del
loro tempo, perché la pretesa di esclusività della nostra confessione
religiosa, che stava fortemente sviluppandosi nelle società dominate
dall'impero coinvolgendo strati sempre più ampi della popolazione, compreso il
ceto dei funzionari imperiali, e che
escludeva di potersi a sua volta integrare con gli altri culti sotto il dominio
del potere politico imperiale, la fece apparire presto come sediziosa,
sovversiva, quindi una minaccia per l'integrità dello stato. Questo non accadde
nel confronto delle antiche religioni con il giudaismo, il quale aveva
prodotto, sempre dal primo secolo, un intenso fenomeno migratorio verso Roma, e
che era una religione che i fedeli delle
antiche fedi politeistiche romane e greche agli inizi avevano difficoltà a
distinguere dalla nostra. Del resto il
giudaismo non intendeva conquistare la civiltà greco-romana, dalla quale, anzi,
curava bene di rimanere separato per ragioni propriamente rituali. Nella
diaspora, vale a dire nelle collettività ebraiche che vivevano tra le nazioni, al di fuori della Palestina,
si seguiva, per quello che ho capito, il principio, di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio,
fruendo di uno statuto nazionale di relative autonomia e libertà al pari di altre popolazioni assoggettate all'impero,
ma non da esso assimilate. I problemi del giudaismo con gli imperiali sorsero nel primo secolo in
Palestina a seguito di rivolte politiche contro gli occupanti occidentali,
represse assai duramente e crudelmente dai romani, del resto secondo il loro
costume.
Noi oggi tendiamo
superficialmente a considerare quelli che chiamiamo pagani, vale a dire i fedeli delle antiche religioni politeistiche
greco-romane, come delle persone non religiose. E' chiaramente un errore, anche
solo considerando l'imponente architettura monumentale dei loro edifici
dedicati al culto, come, a Roma, il Pantheon
e le grandiose rappresentazione scultoree dei loro dei. La religiosità pagana era espressione di vera fede, di
autentica fiducia nel soprannaturale. Queste antiche religioni furono rapidamente
cancellate (ad un certo punto anche con la forza) una volta che la nostra
confessione le sostituì, a partire dal quarto secolo della nostra era, come
ideologia dell'impero. Compiuta questa metamorfosi gli imperatori romani
divennero per qualche tempo, anche per la nostra confessione religiosa, ciò che il pontefice
massimo era stato per gli antichi
culti politeistici.
Ma come avvenne che
la nostra fede, da perseguitata che era, giunse a convertire i capi politici dell'impero in cui si era diffusa? Al
catechismo di solito non viene spiegato. Nella mia esperienza, nella narrazione
si passa direttamente dai tempi delle persecuzioni a quelli di Costantino I e
dell'editto di Milano (313), che segna l'inizio dell'integrazione tra la nostra
fede e l'ideologia politica imperiale. Eppure i tempi della prima espansione
della nostra fede a Roma potrebbero forse fornirci notizie utili per orientarci
su come agire nell'attuale contesto sociale non più caratterizzato dall'unicità
della nostra fede nella nazione, ma dalla coesistenza di più fedi (l'ateismo e
l'agnosticismo sono invece, per quel che ne so, un fenomeno quasi sconosciuto
nel primi secoli della nostra era). Bisogna aggiungere che quella coesistenza,
nei primi secoli della nostra fede e anche dopo ma con parti perseguitate
invertite, non fu mai pacifica, mentre ai tempi nostri si pretende che lo sia:
è legge dello stato, ma non solo, è legge della nuova Europa.
Per alcuni aspetti la
nostra fede ha anche assorbito alcuni aspetti dell'antica, sia a livello di
massa, popolare, sia nell'architettura e nell'arte, sia nelle concezioni che
riguardano le sue istituzioni. Ma, indubbiamente, la differenza con l'antico politeismo
è notevole. Qual è stata la ragione del suo repentino successo nei primi secoli
della nostra era? Perché coeve religioni di origine orientale non ebbero una
analoga diffusione e presa sulla gente, tanto da indurla addirittura a farsi
giustiziare pur di resistere alle
pretese di dominio degli imperiali? Com'è che l'antica fede, così fortemente
radicata a livello popolare, ha ceduto rapidamente il passo alla nostra
religione, la quale a un romano del primo secolo appariva probabilmente
un'eccentricità orientale?
Uno dei lavori interessanti che può farsi,
ragionando di fede in Azione Cattolica, è proprio quello di migliorare le
nostre conoscenze per rispondere a quelle domande, per poi chiederci che cosa
sia cambiato nelle società di oggi nella quale sembra, ma è un'impressione che andrebbe confermata e non limitarsi
a osservazioni superficiali, che la nostra fede, pur coinvolgendo in vario
modo, più o meno intenso, un numero di persone che si stima in circa ottocento
milioni, sia in ritirata, specialmente nell'Occidente più evoluto,
La nostra religione vive per espandersi,
secondo l'esempio dei primi secoli: si dice infatti che la missione ne è una caratteristica fondamentale e insieme una ragione di esistenza. La sua
presenza nel mondo si giustifica in quanto riteniamo di essere stati
lanciati verso tutto il
genere umano. Non è fatta per presidiare contesti limitati, regionali. Se
non si espande muore. Ed inoltre essa
si propone di incidere nei cambiamenti sociali e sul potere politico (questa è
un orientamento che però non era presente nei primi secoli, quelli delle
persecuzioni, e deriva dall'esperienza storica successiva). Storicamente sono
stati realizzati diversi forme organizzative per svolgere quella missione.
Oggi, grosso modo, sono tre i modelli secondo i quali ci si struttura come
collettività per realizzare quegli scopi ed essi corrispondono a tre modi di
ricostruire e comprendere il senso della presenza della fede nelle società
contemporanee. Essi sono fondamentalmente alternativi:
ciascuno di essi si pone come esclusivo; da qui una serie di tensioni che
attraversano la nostra collettività religiosa.
Il primo modello
concepisce la nostra collettività come una presenza minoritaria nella società e
prende a modello l'organizzazione delle comunità nei primi secoli, poco
integrata con le società intorno: si viveva osservando le leggi dello stato, ma
come stranieri in patria. Nei tempi
delle persecuzioni si cercava, stringendosi in comunità, di resistere contro la violenza dello stato
e l'inimicizia popolare.
Il secondo modello
prende ad esempio quello della civiltà
cristiana, di una collettività religiosa fortemente integrata con quella
sociale e politica tanto da assumersi alcuni degli oneri e delle responsabilità
della conservazione e difesa dello stato,
e concepisce la nostra collettività ancora
come maggioritaria nelle società in cui è insediata, in particolare nella
nostra Europa di oggi, ma minacciata da un lato dall'ateismo e dall'agnosticismo,
che con il consumismo si è fatto
religione di massa, ormai assecondati anche dai poteri politici i quali hanno
sancito la piena libertà di coscienza, e
dall'altra dallo sviluppo del pluralismo religioso, determinato in particolare
dai fenomeni migratori dall'Oriente e dall'Africa mediterranea.
Il terzo modello non
ha precedenti storici prima della metà dell'Ottocento ed è quello
dell'integrazione forte, basata però su principi ideali, con le realtà
istituzionali civili sfruttando le opportunità offerte dall'affermarsi delle
democrazie politiche. Esso pensa di agire come fermento nell'azione di
rinnovamento civile, utilizzando per cooperare con non credenti o credenti in
altre religioni il principio della mediazione culturale, vale a dire la
trasposizione, sul fondamento delle esigenze della comune umanità, in termini
non esplicitamente religiosi di idealità di fede, in modo da coinvolgere gli
altri superando le prevenzioni antireligiose.
I primi due modelli
sono fondamentalmente centrati sulla difesa,
il terzo sull'apertura. I primi due diffidano delle società civili del loro
tempo, viste o come pagane o come contaminate. Il terzo è portatore di una
visione più fiduciosa nelle potenzialità di bene che possono essere offerte da
dialogo con altre componenti culturali della società. I primi due modelli
pensano di affermarsi nella società presentandosi come molto coesi e
caratterizzati, il terzo è alla continua ricerca di come si debba vivere la
propria fede nelle società contemporanee, tenendo realisticamente conto dei
problemi e degli altri: questa caratteristica lo rende più permeabile agli
apporti che vengono dall'esterno.
Un esempio di
organizzazione basata sul secondo modello è quella della collettività religiosa
polacca degli anni '80, che aveva la caratteristica particolare di basare la
sua forte coesione, su base sia religiosa che nazionalista, nella
contrapposizione ad un regime politico esplicitamente ateo. Venuto meno
quest'ultimo quel modello di collettività religiosa perse molto rapidamente la
sua presa sulla società, divenuta preda del consumismo agnostico. Ma anche
l'Azione Cattolica del primo dopoguerra, nella seconda metà degli scorsi anni
'40 e nei successivi anni '50, aveva, a livello di massa, quel tipo di
ideologia organizzativa.
Nella seconda metà
degli anni '60, l'Azione Cattolica abbracciò invece quello che ho chiamato terzo modello. Negli anni '80 rifiutò
con molta forza di seguire il modello polacco, che pure sembrava piuttosto
promettente e che aveva fatto seguaci in altri movimenti religiosi italiani. Si
determinò una frattura ideale molto marcata tra la cosiddetta cultura della presenza, basata sulla
riscoperta di fattori aggreganti basati su comuni costumanze etniche e, in
genere sociali, le quali si affermavano
tra la gente prima di qualsiasi
ragionamento, e quella della mediazione,
che si proponeva di trovare, nel dialogo, punti di incontro con le culture del
proprio tempo, basate sulle esigenze della comune umanità. L'Azione Cattolica
la quale, pur nel diminuire del numero dei suoi aderenti, si è sempre concepita
come organizzazione di massa, non ha
neppure seguito il metodo, che si è diffuso in Italia, in particolare a partire
dagli anni '70, di organizzarsi per piccole collettività molto coese che si
concepivano come assediate da un modo
ostile, secondo l'esempio dei primi secoli della nostra era. Bisogna
riconoscere però che le differenziazioni ideali che ho sopra descritto si sono
venute pian piano ripianando, sebbene periodicamente si ravvivino, e oggi si cerca in genere di integrare tutte
le concezioni in un unico disegno, sotto la guida religiosa dei vescovi. Molte
asprezze del passato, quando ad esempio, venne lanciata l'accusa, da parte di
esponenti della cultura della presenza, di protestantesimo
contro Giuseppe Lazzati, uno degli uomini simbolo del modo di pensare
dell'Azione Cattolica, sono sopite.
Per come la vedo io,
l'unico modello che consente ancora, in una società pluralistica e democratica,
una espansione della nostra esperienza religiosa è quello seguito dall'Azione
Cattolica. Tuttavia esso richiede sotto
certi aspetti una maggiore fatica, un maggiore impegno, rispetto a quegli altri di cui ho parlato, perché
necessita di sforzarsi di capire realisticamente la società in cui si vive e
con cui si vuole entrare in dialogo.
Compattarsi in gruppi molto coesi seguendo regole etiche comuni presenta
difficoltà di altro genere, naturalmente, ma si può prescindere dallo sforzo di
capire ciò che c'è fuori, bastando in
fondo quello di capire quello che c'è nel
mondo molto coeso di cui si vuole far parte e del quale, per imitazione, si
vogliono assimilare i costumi sociali. L'unica fortezza assediata che mi
pare abbia resistito molto bene nei millenni, nonostante un clima di generale
ostilità, in particolare ad opera di gente nostra nei tempi passati, è quella
del giudaismo, che però, paradossalmente,
per quello che credo di aver capito, ma correggetemi se sbaglio, è
caratterizzato da un lato da una sorta di chiusura
rituale a protezione della propria
identità, ma dall'altro da una straordinaria apertura al dialogo su tutto, apparendomi come una delle religioni
meno dogmatiche che esistano.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli.