Laici; evangelizzazione; ordinare le cose temporali secondo Dio
" Per la loro vocazione è proprio dei laici
cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio.
Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo
e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro
esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi
all'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il
proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a
manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro
fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di
illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente
legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e
siano di lode al Creatore e Redentore"
[dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium (=Luce per le genti) approvata il 21-11-64 durante il
Concilio Vaticano 2°, n. 31]
"…i laici, anche
consociando le forze, risanino le istituzioni e le condizioni del mondo, se ve
ne siano che provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle
norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l'esercizio delle
virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e le opere umane.
In questo modo il campo del mondo si trova meglio preparato per accogliere il
seme della parola divina, e insieme le porte della Chiesa si aprono più larghe,
per permettere che l'annunzio della pace entri nel mondo.
Per l'economia stessa della salvezza imparino
i fedeli a ben distinguere i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto
membri della Chiesa, e quelli che competono in quanto membri della società umana; cerchino di metterli in
armonia fra loro, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati
dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche nelle cose
temporali, può essere sottratta a Dio".
[dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium (=Luce per le genti) approvata il 21-11-64 durante il
Concilio Vaticano 2°, n. 36]
Uno degli aspetti
più critici del sistema concettuale proposto dal Concilio Vaticano 2° in
materia di costruzione dell'organizzazione e dei principi di azione della
nostra collettività religiosa riguarda il lavoro che si deve fare per cambiare
il mondo secondo i princìpi di fede (ordinare
il mondo secondo Dio). Ne parlo come di un tema critico nel senso di non pienamente e conseguentemente sviluppato dal
punto di vista delle idee e anche nel senso di insufficientemente attuato nella pratica. Il sofisticato linguaggio
teologico, animato dal pressante intento di mantenere fin dove possibile una coerenza generale dell'intero corpo
dottrinale sviluppato nella bimillenaria storia del pensiero della nostra fede,
non facilita le cose. Naturalmente dagli addetti
ai lavori, e innanzi tutto dai Padri conciliari, venne immediatamente colta
la portata rivoluzionaria delle poche
righe della costituzione dogmatica Lumen
Gentium che ho sopra citato. Mai, da quando la nostra fede era
divenuta il fondamento ideologico dell'Europa e degli stati del mondo che avevano
seguito il modello politico e sociale europeo, ai laici della nostra
confessione, che non fossero anche membri di una dinastia sovrana o di dinastie
feudali sue vassalle, era stata
riconosciuta un'autonomia così vasta. E' chiaro che, sotto questo punto di
vista, aveva potentemente influito sulla formulazione dei princìpi in occasione
del Concilio Vaticano 2° l'esperienza delle nuove democrazie di popolo costruite dopo la Seconda Guerra Mondiale con
il contributo determinate di laici della nostra fede, strutturate in modo molto
dissimile da quello dell'impero cristiano,
che era quello più congeniale all'ideologia su base teologica dell'organizzazione
di vertice della nostra collettività religiosa, la quale progressivamente si
era andata strutturando come un impero
religioso. Eppure in quella costituzione dogmatica la parola democrazia non c'è. Ma non si tratta solo di un questione
terminologica: è proprio lo spirito
democratico che manca e ciò anche
quando, come nei testi che ho sopra
citato, si tratta dell'azione dei laici di fede per cambiare il mondo secondo i
princìpi di fede. Questo crea un grosso problema, con pesanti riflessi anche sul
lavoro di evangelizzazione: nei sistemi sociali democratici infatti ogni
cambiamento nel mondo deve essere prodotto secondo princìpi democratici, mentre
la nostra organizzazione religiosa si propone ancora programmaticamente come una potenza
antidemocratica, che quindi, come tale, non
è legittimata nei sistemi di democrazia popolare, neppure in forza di
specifici accordi conclusi con le autorità civili (che in questo subiscono
limiti costituzionali), a produrre cambiamenti sociali. Nella pratica la
questione è superata in quanto in certe occasioni i laici di fede oppongono un'obiezione di coscienza alla pretese di
obbedienza acritica verso le pronunce di tipo ideologico, in materia sociale e politica,
che vengono dalla nostra gerarchia
religiosa e quest'ultima, ma solo verso
il laici, non fa seguire provvedimenti disciplinari punitivi. Ciclicamente
sorgono però attriti, come accadde in Italia in occasione del referendum sul
tema della legislazione in materia di tecniche di procreazione umana assistita,
nel 2005, in occasione del quale dalla Conferenza Episcopale Italiana venne una
pronuncia (che per la fonte e la sede faceva evidente appello all'obbedienza
canonica) in favore dell'astensionismo (scelta che risultò vincente), pronuncia
che ebbe natura significativamente ideologica e politica, oltre che morale, e
alla quale non tutti i fedeli italiani ritennero, in coscienza, di ottemperare. Il principio della distinzione degli "ordini", quello
della Chiesa e dello Stato, entrambi indipendenti
e sovrani, accettato dalla nostra gerarchia religiosa nell'Accordo di
revisione del Concordato del 1984, non serve ad allentare le ricorrenti
tensioni, perché esso comunemente viene inteso nel senso di vietare influenze dirette
tra le gerarchie civili e religiose, quindi di prescrivere il rispetto della
reciproca autonomia, ma non viene esteso ad altri tipi di influenze, come
quelle indirette che lo Stato esercita anche sui fedeli/cittadini, e quindi
sulla Chiesa di cui sono membri, con la sua legislazione e quelle, pure
indirette, che la nostra gerarchia religiosa, quindi la Chiesa della quale
costituisce l'organizzazione di vertice, esercita sullo Stato attraverso le sue
pronunce d'autorità nei confronti dei cittadini/fedeli e la conseguente azione
di questi ultimi in obbedienza a tali direttive.
Solitamente la
principale obiezione che si propone nei confronti di una qualche democratizzazione della nostra collettività religiosa è che i
princìpi di fede non possono essere decisi a
maggioranza, perché fanno parte di un deposito di fede di origine
soprannaturale. In realtà non è il principio maggioritario, che pure è utilizzato correntemente negli organi
collegiali della nostra gerarchia religiosa anche per le decisioni propriamente
dogmatiche, quello sul quale bisognerebbe centrare l'attenzione nel ripensare
le relazioni tra democrazia e fede religiosa, ma quello pluralistico e quello egualitario (inteso come affermazione
della pari dignità della persone), che caratterizzano fortemente le democrazia di
popolo contemporanee le quali costituiscono il principale strumento con cui può essere cambiato
il mondo. Il principio pluralistico
e quello egualitario sono strettamente connessi, in quanto in tanto si può
ammettere la legittimità del pluralismo in quanto si riconosca la pari dignità
delle persone. La nostra collettività religiosa, nella quale pure, dal Concilio
Vaticano 2° in poi, è stata riconosciuta la pari dignità dei fedeli nella nostra collettività religiosa:
"32. La santa Chiesa
è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà. «A quel
modo, infatti, che in uno- stesso corpo abbiamo molte membra, e le membra non
hanno tutte le stessa funzione, così tutti insieme formiamo un solo corpo in
Cristo, e individualmente siano membri gli uni degli altri » (Rm 12,4-5).
Non c'è
quindi che un popolo di Dio scelto da lui: « un solo Signore, una sola
fede, un solo battesimo » (Ef 4,5); comune
è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la
grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c'è che
una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e
nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al
sesso, poiché « non c'è né Giudeo né Gentile, non c'è né schiavo né libero,
non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28 gr.;
cfr. Col 3,11)."
[dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium (=Luce per le genti), sulla Chiesa, approvata il
21-11-64 durante il Concilio Vaticano 2°, n. 32]
e, su scala più vasta, quella di tutte le persone umane:
"Tutti gli uomini,
dotati di un'anima razionale e creati ad immagine di Dio, hanno la stessa
natura e la medesima origine; tutti, redenti da Cristo godono della stessa
vocazione e del medesimo destino divino: è necessario perciò riconoscere ognor
più la fondamentale uguaglianza fra tutti. Sicuramente, non tutti gli uomini
sono uguali per la varia capacità fisica e per la diversità delle forze intellettuali
e morali. Ma ogni genere di discriminazione circa i diritti fondamentali della
persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza,
del colore, della condizione sociale, della lingua o religione, deve essere
superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio."
[Dalla costituzione dogmatica Gaudium
et spes (=la gioia e la speranza), sulla Chiesa nel mondo contemporaneo,
approvata il 7-12-65 durante il Concilio Vaticano 2°, n.29],
non accetta in misura sufficiente, in particolare al proprio interno, il
pluralismo. Questo orientamento si
manifesta in modo molto evidente nei riguardi dei teologi che vogliano
mantenere un riconoscimento come cattolici
della nostra gerarchia religiosa o che addirittura ne costituiscono il personale
dipendente: essi sono soggetti tuttora ad uno stringente sindacato di polizia
concettuale esercitato dal vertice romano della nostra organizzazione
religiosa. Ma, in misura meno pressante, riguarda tutti i fedeli che le cui
opinioni abbiano un qualche rilievo nell'opinione pubblica, quindi al di là
della semplice manifestazione di idee in ambiti molto limitati (che viene in
genere tollerata anche se dissonante con la linea ufficiale).
La questione si è fatta molto più
rilevante da quando, a partire dal Concilio Vaticano 2°, alle attività che tutti i fedeli laici (non solo i capi
politici in qualche modo federati ai nostri sovrani religiosi) esercitano nel
mondo, nel lavoro, nella scienza, nell'impresa industriale, nelle arti, nelle
associazioni di varia natura, nella politica e nella pubblica amministrazione,
nelle organizzazioni internazionali, si è riconosciuto il carattere
propriamente di evangelizzazione, in
quanto siano animate dall'intento di ordinare
il mondo secondo Dio, producendovi le
necessarie modificazioni. Si tratta infatti di forme di evangelizzazione che sono suscettibili
di diverse soluzioni, anche divergenti, le quali, al contrario di certe
divergenze che riguardano i principi fondamentali della nostra teologia, non
solo possono ma devono coesistere, perché è
proprio l'armonizzare la molteplicità (non
nel ridurla) l'unica scelta giusta nelle complesse organizzazioni sociali
contemporanee. Quindi, ad esempio, nell'esercitare quella particolare forma di
carità che è la politica (secondo la definizione che ne dette il papa Paolo 6°)
è possibile che, pur animati dalle medesime esigenze di fede, taluni gruppi di
fedeli propendano per la stabilità, altri per la riforma, altri addirittura per
la rivoluzione. Le varie scelte che si fanno nei campi in cui i laici operano,
secondo la specifica competenza che, a partire dal Concilio Vaticano 2°, è
stata loro riconosciuta, devono poter poi essere materia di dialogo anche all'interno della nostra collettività religiosa, per
potere essere armonizzate alla luce
dei principi evangelici e delle pronunce del magistero in merito, senza però che
si possa prevedere, e senza che ci si debba necessariamente proporre questo
obiettivo, la riduzione della
complessità, ad esempio con la condanna di alcune scelte o tesi e la pretesa che i loro sostenitori abiurino
o si allontanino dalla nostra collettività. Nella prassi corrente, invece, è appunto quest'ultima la scelta che in genere
si fa, per cui di certe cose, in particolare delle questioni sociali e politiche,
o non si discute, perché si è incapaci di sostenere un vero e franco dialogo e
non si tollera il mantenimento di opinioni divergenti, o si discute solo in
gruppi che hanno in merito posizioni omogenee
(che poi però questionano tra loro, cercando di trarre la gerarchia dalla
propria parte).
Nella storia del cristianesimo
democratico europeo, dagli inizi del Novecento ad oggi, si è in questo
movimento acquisita una peculiare capacità che ne spiega i rilevantissimi
successi nelle democrazie contemporanee europee, le quali risultano ancora
profondamente permeate di principi di origine religiosa introdotti mediante
l'azione democratica di componenti cristiane-democratiche, ed essa consiste nel
riuscire a mantenere legami molto forti pur in un contesto di libero e franco
pluralismo. Ciò è stato particolarmente evidente in Italia durante la
gravissima crisi economica, sociale e politica che si è sviluppata a partire
dall'autunno 2011 e nelle vicende politiche della Germania nel corso del
medesimo periodo. Essa non trova praticamente alcuna espressione nella teologia
della nostra confessione religiosa e, conseguentemente, nel magistero della
nostra gerarchia religiosa, la quale parla il linguaggio della teologia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli