Essere audaci e
creativi, generosi e coraggiosi, senza divieti né paure
32. Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri,
devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di
Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio
ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli
e alle necessità attuali dell’evangelizzazione. Il Papa Giovanni Paolo II
chiese di essere aiutato a trovare «una forma di esercizio del primato che, pur
non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad
una situazione nuova».(1) Siamo avanzati poco in questo senso. Anche il papato
e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello
ad una conversione pastorale. Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo
analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono
«portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità
si realizzi concretamente».(2) Ma questo auspicio non si è pienamente
realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto
delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni
concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale (3).
Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e
la sua dinamica missionaria.
33. La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”.
Invito tutti ad essere audaci e creativi
in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie
comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata
a tradursi in mera fantasia. Esorto tutti ad applicare con generosità e
coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure. L’importante è non camminare da soli,
contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei Vescovi, in un
saggio e realistico discernimento pastorale.
richiami in nota:
(1)
dall'Enciclica Ut unum sint [=perché
siano una cosa sola] (25 maggio 1995), n. 95:
(2) dalla costituzione
dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium [=Luce
per le genti] (7 dicembre 1965), n.23;
(3)
come previsto dal Motu proprio [=per
iniziativa propria (del Papa); provvedimento o atto normativo deciso dal Papa
senza essere stato proposto da alcuno degli uffici che lo coadiuvano nel suo
ministero di governo della Chiesa] del papa Giovanni Paolo 2° , Apostolos suos [=i suoi apostoli;
nella frase iniziale del documento: "Il Signore costituì i suoi apostoli sotto la forma di un
collegio o gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto in mezzo a loro"]
(21 maggio 1998), sulla natura teologica e giuridica delle conferenze dei
vescovi. Disponibile sul Web all'indirizzo
http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_22071998_apostolos-suos_it.html
[dall'Esortazione
apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia
del Vangelo), del papa Francesco; 24 novembre 2013]
L'attuale struttura gerarchica della nostra
collettività religiosa si fa risalire al travagliato regno religioso del papa
Gregorio 7° (1073-1085), deposto con la forza delle armi nel 1084 dall'imperatore
tedesco Enrico 4°, re di Germania, Italia e Borgogna, liberato lo stesso anno dall'esercito
dei normanni di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, (che conquistarono e
saccheggiarono Roma) dalla fortezza di Castel Sant'Angelo dove si era rifugiato
e morto in esilio a Salerno pochi mesi dopo (ad esempio: Gian Luca Potestà /
Giovanni Vian, Storia del Cristianesimo,
Il Mulino, 2010, pagg.187-189) e, in
particolare, all'atto normativo di quel
Papa denominato Dictatus Papae [=Comando
del Papa] del 1075, contenente, in 27 punti, l'esposizione di quelli che,
secondo il Papa regnante, erano i poteri papali (l'atto comincia con "Il Papa stabilisce:"). Da
allora ogni tentativo di iniziare una riflessione su una sua riforma ha
rischiato l'accusa di sovversione ed eresia.
In definitiva solo una autorizzazione del Papa regnante avrebbe potuto consentire di
affrontare con relativa tranquillità, dal punto di vista progettuale, teorico, questo
tema in cerchie più o meno vaste, fermo restando che la decisione sulle
proposte di cambiamento sarebbero comunque rimaste di esclusiva competenza del
Papa. Questa autorizzazione non è mai
venuta prima dello scorso 24 novembre, anche se dal 1995, con l'Enciclica Ut unum sint [=perché siano una cosa
sola], del Papa Giovanni Paolo 2°, venne riconosciuta la necessità di
cambiamenti nelle forme di esercizio del primato papale, che comportavano
correlative modifiche dell'esercizio dei poteri dell'episcopato. Non vi è quindi alcuna sorpresa nel constatare, come
si fa nella recente Esortazione apostolica, nel passo sopra riportato, che
"siamo avanzati poco in questo senso"
e che "questo
auspicio [di cambiamenti] non si è
pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno
statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di
attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale".
Ma risalta in modo eclatante la stupefacente novità dell'invito, contenuto in
quell'Esortazione apostolica, a tutti
(non solo quindi a cerchie ristrette di partecipi del potere gerarchico o
di intellettuali addetti ai lavori) "ad essere audaci e creativi in questo
compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità".
Ora che quell'autorizzazione è venuta, inaspettata per la grandissima parte
dei fedeli -laici, clero e religiosi- ma senz'altro a lungo meditata e
decisamente voluta dai nostri capi religiosi riuniti nel Conclave dello scorso
marzo e da larga parte dell'episcopato mondiale dei quali essi erano rappresentativi,
scopriremo forse che non si sa come fare
e anche che mancano le parole per
dire e organizzare quello che va fatto. Noi laici, in particolare, non siamo mai stati invitati all'audacia e
alla creatività nel ripensare
l'organizzazione delle nostre collettività religiose. Chi si è azzardato ad
affrontare il tema (a tutti i livelli) in maniera appena un po' meno
conformistica dell'ideologia corrente ha rischiato, e a volte effettivamente
subìto, l'emarginazione nella propria collettività religiosa di riferimento.
Non molti, per quanto ho potuto constatare, se la sono sentita di correre
questo rischio e non ritengo certo, dato il clima dei tempi passati, di farne
una colpa a chi non ha osato. Un
esempio? Sappiamo che un parroco ha una sorta di diritto di vita e di morte sulle associazioni, movimenti,
confraternite laicali che operano nella sua parrocchia; egli è, in questa
materia, un sovrano, un monarca, che non ha limitazioni se non
dall'alto della gerarchia religiosa. Decide lui se un'esperienza possa essere
iniziata, e come, e quando debba essere interrotta. Di solito, ma non sempre e dovunque, questo
potere viene esercitato con grande magnanimità. E' possibile pensarne un modo
di esercizio che tenga più conto della volontà dei fedeli che intendono
associarsi? Quanti hanno mai provato ad articolare una qualche ragionevole
obiezione a questo potere?
La
novità introdotta dalla recente Esortazione apostolica, che in quanto
proveniente dal sovrano assoluto della nostra confessione religiosa ha natura
normativa di grande rilievo, è tanto grande che ci si può chiedere se il tempo
del regno del nostro anziano vescovo e padre universale basterà a produrre quei
cambiamenti che sono stati riconosciuti necessari e, innanzi tutto, a
mobilitare tutte le forze disponibili per concepirli e sperimentarli
nella pratica (come si conviene a mutamenti la cui esigenza
sorge principalmente da esigenze pastorali,
vale a dire per aver cura dei bisogni spirituali e materiali delle genti). Io penso
che si possa essere ottimisti. Infatti se l'attuale struttura molto accentrata
della nostra collettività religiosa dipende dall'attivismo personale sviluppato
nell'arco di meno di dieci anni da un
antico sovrano religioso medievale, penso che con la collaborazione di
centinaia di milioni di fedeli e con gli strumenti di comunicazione e di
informazione consentiti dalle tecnologie contemporanee potrebbe bastare anche molto
meno tempo. Bisognerà vedere però se avremo veramente il cuore di fare ciò che va
fatto o se preferiremo essere religiosi come
si è sempre fatto, aspettando che le novità vengano ideate e diffuse dall'alto (per poi magari dichiararcene scontenti,
mormorando contro chi le ha ideate e attuate, rimpiangendo sterilmente i bei tempi passati). E qui si intende allora anche l'urgenza e l'importanza degli
altri appelli del nostro vescovo e padre universale ad «abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”» e ad agire "con generosità e
coraggio" e "senza divieti né paure".
Sapremo, come dire, prenderlo in
parola?
Ma
come fare ad avviare quella ricerca comunitaria
che, secondo l'Esortazione apostolica, deve essere alla base del lavoro a cui
siamo chiamati se continueremo ad essere, come collettività religiosa, ostili
ai principi democratici, gli unici che veramente consentano quel metodo collettivo e compartecipato
per individuare vie nuove di azione? Riusciranno molto utili, penso, come
esempio per i laici, le aggregazioni, come la nostra Azione Cattolica, che,
sebbene in relazione viva con la gerarchia religiosa, sono organizzate sulla base di statuti
democratici e che il lavoro collettivo democratico hanno da tempo iniziato a svolgere. Nel nostro statuto,
l'Azione Cattolica è definita addirittura palestra
di democrazia.
Dobbiamo quindi essere grati ai nostri soci
più anziani per essere riusciti a mantenere viva, anche nella nostra
parrocchia, l'esperienza dell'Azione Cattolica in anni in cui essa ha subito
qualche incomprensione in sede nazionale, poiché ritenuta espressione di una
cultura e di tempi ormai superati, in quanto molto legati al magistero del papa
Paolo 6°. Ma ora, nella nuova situazione creatasi improvvisamente nella nostra
collettività religiosa, sento di dover rinnovare il pressante appello a tutte
le forze più giovani della nostra parrocchia ad associarsi a loro e alla generazione di mezzo, alla quale io
appartengo, per gettarci con generosità e
coraggio nell'opera straordinaria a
cui siamo stati tutti chiamati,
cogliendo una storica opportunità che
ci si presenta oggi dopo quasi mille
anni. Adeste fideles!
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli