sabato 21 dicembre 2013

Imparare dalla storia


Imparare dalla storia

  In genere nella nostra collettività religiosa si ha consapevolezza del fatto che la nostra confessione religiosa ha avuto una lunga storia, se non altro perché ancora oggi contiamo gli anni a partire dall'evento della nascita del Nazareno, anche se esso è stato situato in un'epoca che oggi si ritiene non essere quella reale, ma posticipata da sei a quattro anni rispetto a quella vera (questa mancanza di precisione, come molte altre cose del genere in religione, però non ci disturba). Ma nell'iniziazione religiosa c'è veramente poca storia e quella che c'è è in genere estremamente ideologizzata, vale a dire piegata, e spesso distorta, per convincere la gente di fede di certi assunti teologici che si ritengono fondamentali e irrinunciabili. Questo ci impedisce di imparare dalla storia. E' come se, nella nostra spiritualità, vivessimo sempre nei tempi delle origini, ma in tempi immaginari, per come vorremmo che fossero veramente stati a nostra consolazione. Si sostiene però che è per questo che la nostra fede è durata tanto, ma, osservo, come è possibile che le nostre più profonde convinzioni si basino su pie bugie? Bisognerebbe esaminare anche l'ipotesi che la nostra fede sia durata tanto nonostante questo. Ed in effetti le durissime controversie di ordine ideologico/teologico che hanno caratterizzato fin dai primi tempi la nostra esperienza religiosa hanno determinato il molto male che si è fatto nella nostra storia di collettività di fede, con uno spreco incredibile di idee, opportunità e anche di vite umane, su grande scala. Questo male, più di quello che c'è in natura e che apparentemente contrasta con l'idea di un disegno creatore animato da benevolenza verso le nostre vite, è il principale argomento avverso, in ecclesialese  si direbbe la principale controtestimonianza, nei riguardi della nostra fede. In religione di solito lo si supera ignorandolo e, in particolare, costruendo una narrazione storica ideologizzata e poco rispettosa della verità storica a beneficio delle verità di fede, in cui quel male si tramuta in bene, perché, si dice, l'eterna provvidenza anche dal male fa scaturire il bene, anche se, in genere, si ammette di non sapere come e si copre tutto affermando che questo è un mistero. In tale prospettiva, si capisce il significato veramente rivoluzionario che ha avuto il comando, impartito con la massima autorità apostolica del papa Giovanni Paolo 2° nella fase di preparazione del Grande Giubileo dell'Anno 2000, di purificare la nostra memoria, che significa purificare la nostra memoria collettiva dalle distorsioni ideologiche che essa presenta e che ci impediscono di imparare dalla storia e di essere migliori delle generazioni precedenti e veramente conformi ai nostri ideali religiosi, decidendo di non prendere esempio dal male che è stato fatto e, in tal modo, di non perpetuarlo nei secoli. Il comando di purificare la nostra memoria collettiva è stato accolto anche da fortissime resistenze e ciò è comprensibile perché questo lavoro a cui siamo stati chiamati è stato addirittura considerato illecito per la gran parte della nostra storia religiosa. Esso a livello delle masse non è mai neppure iniziato ed è rimasto sostanzialmente ancora limitato alle cerchie degli intellettuali. Questo è veramente paradossale in una religione di massa in cui si insegna che la verità rende liberi. Ecco che allora la tara delle origini, il nostro peccato originale storico, vale a dire l'incapacità di accettare con benevolenza il pluralismo delle concezioni e delle esperienze religiose, ciclicamente risorge impetuosa e travaglia le nostre collettività religiose, in un affannoso combattersi di tutti contro tutti per imporre ideologie di fazione, in particolare per cercare di esercitare un'influenza sul supremo vertice romano della nostra confessione, che giuridicamente e teologicamente, in forza di uno dei dogmi più recenti, controversi  e paradossali della nostra fede, ha la forza di imporsi su tutti. Quest'anno queste lotte ideologiche hanno determinato una delle più gravi crisi del vertice romano della nostra confessione religiosa mai prodottasi nella nostra lunga storia di fede, tanto più grave in quanto quel vertice era impersonato da un uomo buono e animato da alti sentimenti religiosi. Questa drammatica fase della nostra collettività religiosa non si è ancora risolta. Il recente invito del nostro nuovo vescovo e padre universale  a riscoprire la gioia del Vangelo, vale a dire ciò che nella nostra esperienza religiosa dà ancora gioia e ancora sorregge la determinazione personale e quella collettiva di rimanere nella nostra fede comune nonostante tutto, può essere visto come un angoscioso appello, in tempi di grave sofferenza determinati dal male che c'è tra noi e in noi, ad essere diversi, a cambiare, da come, in fondo, continuiamo ad essere in continuità con la storia, per molti aspetti tremenda, della nostra collettiva esperienza religiosa.
 A cinquantasei anni comincio ad avere una discreta esperienza di vita. Ho vissuto personalmente, a partire dagli anni '70, le lotte intestine che in Italia hanno opposto gruppi portatori di diverse concezioni religiose i quali volevano avere la supremazia su tutti gli altri, dove possibile cancellando le diverse esperienze di fede altrui. In genere esse hanno tratto insegnamento dal vivo spirito polemico e dall'aggressività che hanno caratterizzato, fin dai primi secoli, le nostre controversie teologiche, certe asprezze delle quali oggi ci sembrano prive di senso se riferite al lontano passato, salvo poi riproporle a cuor leggero nella contemporaneità. Abbiamo ancora la scomunica e l'anatema facili, noi oggi.
  Facendo un bilancio della storia religiosa della quale sono stato partecipe e di cui mi sento personalmente responsabile, riconosco che non c'è un solo modo giusto  di intendere e di vivere l'esperienza religiosa, ma una pluralità  di modi, e che la pienezza dell'esperienza di fede, la sua gioia, si raggiunge quando si accetta benevolmente di convivere con questo pluralismo, nello spirito di agàpe, del festoso convito a cui nessuno deve essere o sentirsi escluso, salvo coloro che, dismessi gli abiti della festa, hanno indossato il superbo armamentario di guerra.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli