Imparare dalla storia
In genere nella
nostra collettività religiosa si ha consapevolezza del fatto che la nostra
confessione religiosa ha avuto una lunga storia, se non altro perché ancora
oggi contiamo gli anni a partire dall'evento della nascita del Nazareno, anche
se esso è stato situato in un'epoca che oggi si ritiene non essere quella
reale, ma posticipata da sei a quattro anni rispetto a quella vera (questa
mancanza di precisione, come molte altre cose del genere in religione, però non
ci disturba). Ma nell'iniziazione religiosa c'è veramente poca storia e quella
che c'è è in genere estremamente ideologizzata, vale a dire piegata, e spesso
distorta, per convincere la gente di fede di certi assunti teologici che si
ritengono fondamentali e irrinunciabili. Questo ci impedisce di imparare dalla
storia. E' come se, nella nostra spiritualità, vivessimo sempre nei tempi delle
origini, ma in tempi immaginari, per come vorremmo che fossero veramente stati
a nostra consolazione. Si sostiene però che è per questo che la nostra fede è
durata tanto, ma, osservo, come è possibile che le nostre più profonde
convinzioni si basino su pie bugie? Bisognerebbe esaminare anche l'ipotesi che
la nostra fede sia durata tanto nonostante
questo. Ed in effetti le durissime controversie di ordine
ideologico/teologico che hanno caratterizzato fin dai primi tempi la nostra
esperienza religiosa hanno determinato il molto male che si è fatto nella
nostra storia di collettività di fede, con uno spreco incredibile di idee,
opportunità e anche di vite umane, su grande scala. Questo male, più di quello
che c'è in natura e che apparentemente contrasta con l'idea di un disegno
creatore animato da benevolenza verso le nostre vite, è il principale argomento
avverso, in ecclesialese si direbbe la principale controtestimonianza, nei riguardi della nostra fede. In religione
di solito lo si supera ignorandolo e, in particolare, costruendo una narrazione
storica ideologizzata e poco rispettosa della verità storica a beneficio delle
verità di fede, in cui quel male si tramuta in bene, perché, si dice, l'eterna
provvidenza anche dal male fa scaturire il bene, anche se, in genere, si
ammette di non sapere come e si copre tutto affermando che questo è un mistero. In tale prospettiva, si capisce
il significato veramente rivoluzionario
che ha avuto il comando, impartito
con la massima autorità apostolica del papa Giovanni Paolo 2° nella fase di
preparazione del Grande Giubileo dell'Anno 2000, di purificare la nostra memoria, che significa purificare la nostra memoria collettiva dalle distorsioni ideologiche che essa presenta e che ci impediscono di imparare dalla storia e di essere migliori
delle generazioni precedenti e veramente conformi ai nostri ideali religiosi, decidendo
di non prendere esempio dal male che è stato fatto e, in tal modo, di non
perpetuarlo nei secoli. Il comando di purificare la nostra memoria collettiva è
stato accolto anche da fortissime resistenze e ciò è comprensibile perché
questo lavoro a cui siamo stati chiamati è stato addirittura considerato
illecito per la gran parte della nostra storia religiosa. Esso a livello delle
masse non è mai neppure iniziato ed è rimasto sostanzialmente ancora limitato
alle cerchie degli intellettuali. Questo è veramente paradossale in una
religione di massa in cui si insegna che la
verità rende liberi. Ecco che allora la tara delle origini, il nostro peccato originale storico, vale a dire
l'incapacità di accettare con benevolenza il pluralismo delle concezioni e
delle esperienze religiose, ciclicamente risorge impetuosa e travaglia le
nostre collettività religiose, in un affannoso combattersi di tutti contro
tutti per imporre ideologie di fazione, in particolare per cercare di
esercitare un'influenza sul supremo vertice romano della nostra confessione,
che giuridicamente e teologicamente, in forza di uno dei dogmi più recenti,
controversi e paradossali della nostra
fede, ha la forza di imporsi su tutti. Quest'anno queste lotte ideologiche hanno
determinato una delle più gravi crisi del vertice romano della nostra
confessione religiosa mai prodottasi nella nostra lunga storia di fede, tanto
più grave in quanto quel vertice era impersonato da un uomo buono e animato da
alti sentimenti religiosi. Questa drammatica fase della nostra collettività
religiosa non si è ancora risolta. Il recente invito del nostro nuovo vescovo e
padre universale a riscoprire la gioia del Vangelo, vale a dire ciò che
nella nostra esperienza religiosa dà ancora gioia
e ancora sorregge la determinazione personale e quella collettiva di rimanere
nella nostra fede comune nonostante tutto,
può essere visto come un angoscioso appello, in tempi di grave sofferenza
determinati dal male che c'è tra noi e in noi, ad essere diversi, a cambiare, da come, in fondo, continuiamo
ad essere in continuità con la storia, per molti aspetti tremenda, della nostra
collettiva esperienza religiosa.
A cinquantasei anni
comincio ad avere una discreta esperienza di vita. Ho vissuto personalmente, a
partire dagli anni '70, le lotte intestine che in Italia hanno opposto gruppi
portatori di diverse concezioni religiose i quali volevano avere la supremazia
su tutti gli altri, dove possibile cancellando le diverse esperienze di fede
altrui. In genere esse hanno tratto insegnamento dal vivo spirito polemico e
dall'aggressività che hanno caratterizzato, fin dai primi secoli, le nostre
controversie teologiche, certe asprezze delle quali oggi ci sembrano prive di
senso se riferite al lontano passato, salvo poi riproporle a cuor leggero nella
contemporaneità. Abbiamo ancora la scomunica e l'anatema facili, noi oggi.
Facendo un bilancio della storia religiosa
della quale sono stato partecipe e di cui mi sento personalmente responsabile,
riconosco che non c'è un solo modo giusto
di intendere e di vivere
l'esperienza religiosa, ma una pluralità di modi, e che la pienezza dell'esperienza di
fede, la sua gioia, si raggiunge
quando si accetta benevolmente di convivere con questo pluralismo, nello
spirito di agàpe, del festoso convito
a cui nessuno deve essere o sentirsi escluso, salvo coloro che, dismessi gli
abiti della festa, hanno indossato il superbo armamentario di guerra.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli