L'orizzonte. Segni
dei tempi. Quanti e come siamo
Riprendo il discorso
sulla Bozza di
lavoro per il documento assembleare della diocesi di Roma che stiamo
esaminando nella nostra associazione parrocchiale, come accade in ogni altra
parrocchia dove è presente l'AC.
Innanzi tutto una mozione
d'ordine che riguarda il linguaggio. A me piace molto ascoltare il teologhese, i discorsi infarciti di
concetti e simboli tratti dal gergo teologico, e lo uso molto nella mia
preghiera personale e quando, nella mia interiorità, faccio progetti per ciò
che c'è oltre l'orizzonte della mia vita. Ma non me ne servo
mai nel lavoro che faccio da fedele
laico nel mondo, nelle occasioni pubbliche, ad eccezione delle occasioni
liturgiche e delle formule che in
esse si recitano insieme e di quando mi viene chiesto esplicitamente di
decrittarlo, di spiegarne, per come sono capace, il senso in parole comuni. Questo
perché, innanzi tutto, non sono un teologo e non ho alcun interesse ad esserlo.
La teologia, come scienza che lavora sui concetti della fede comune ha un
compito e un metodo: io mi sono specializzato in un altro campo e la mia vita
(residua: ho passato la cinquantina) non mi basta per curare quest'ultimo e
impratichirmi in qualcos'altro di analogamente impegnativo. Poi perché il teologhese,
il servirsi con una certa libertà e al
di fuori di una competenza teologica di espressioni tratte dalla teologia, può
creare equivoci e corrispondenti resistenze negli ascoltatori, i quali possono
trarre chissà quali conseguenze da parole usate con una certa disinvoltura e
riferite a concetti sui quali in teologia si è lavorato molto e che quindi
hanno avuto una definizione precisa. E, infine, perché non voglio apparire pretesco che sarebbe come dire voler fare il prete, senza averne avuto
il mandato, la vocazione, la preparazione, l'impegno interiore.
La teologia è affascinante perché
ha la capacità di lanciarti oltre
l'orizzonte, anche quando tratta del qui ed ora, del tempo e del luogo in
cui si vive quotidianamente. Com'è scritto, i secoli diventano giorni, in
quest'ottica, e tutto il destino dell'umanità, dalle origini al compimento
beato viene abbracciato idealmente e si tenta di parlarne e di spiegarne con
discorsi ragionevoli, quindi rispettosi della logica comune e della consequenzialità
con le premesse, il senso ultimo.
Quando però si fa un progetto a
medio termine per un'associazione laicale
diocesana, quindi limitato nel tempo e nello spazio, nonché nelle moltitudini
umane di riferimento, bisogna fare uno sforzo per rimanere entro l'orizzonte, vale a dire saldamente ancorati alla
realtà in cui si vive e sulla quale si vuole incidere facendo conto, innanzi
tutto, sulle proprie forze comuni. Se, ad esempio, può essere indifferente, nel
fare teologia e in certe sue discipline, trovarsi a ragionare in Asia o in
America, nell'organizzare il lavoro comune di laici associati conta molto se si è, per
dire, a Buenos Aires o a Roma. Cambia il contesto umano e soprattutto cambia l'orizzonte, vale a dire quello
spazio di realtà fisica e umana che possiamo ragionevolmente controllare.
Cambiano anche le dinamiche storiche in atto. E' solo all'interno di questo
orizzonte che possiamo rilevare in
modo affidabile i segni dei tempi, espressione che ci è
divenuta familiare a partire dalla prima metà degli scorsi anni '60, nel senso
soprattutto di cogliere le opportunità storiche che concretamente si aprono,
insieme ai problemi che il tempo in cui si vive presenta.
All'interno del nostro
orizzonte stiamo vivendo tempi
eccezionali. Non è solo la realtà profana
che sta mutando velocemente manifestandosi come non era mai stata prima d'ora nella storia dell'umanità, ma è la
nostra stessa collettività religiosa che è interessata da mutamenti epocali. Non
ne dobbiamo tener conto?
Da un lato assistiamo
al compattarsi di un'unità continentale, fondata su forti principi etici, verso
la quale stanno muovendosi moltitudini provenienti da ogni quadrante della
Terra. Una realtà che, finora, si è espansa per inclusione pacifica, non per
conquista, in un moto dall'esterno verso il centro e non in senso contrario,
come sempre avvenne in precedenza. D'altro lato siamo stati spettatori di una
crisi profonda delle istituzioni di vertice della nostra collettività
religiosa, manifestatasi clamorosamente proprio quest'anno e straripata fuori
dei confini presidiati dai Trattati Lateranensi del mini-stato di quartiere in
cui esse si sono arroccate proprio qui, a Roma. Questo il punto sulla
situazione storica e queste le dinamiche in atto, i nostri orizzonti sociali con riguardo alle collettività civili e alla
nostra collettività religiosa. Come incide tutto ciò sui lavori in corso nella nostra
associazione nell'epoca che viviamo?
Il principale nostro lavoro in corso è l'attuazione storica
del modello di laico definito, sia
dal punto di vista teologico che da quello della spiritualità come anche da
quello operativo e organizzativo, dal Concilio
Vaticano 2°. Questo è, dal punto di vista ideologico (quindi di idee orientate all'azione) un altro nostro orizzonte.
Direi che la
situazione storica sta rendendo più
urgente avanzare nel campo della formazione e della sperimentazione di
attuazioni di laicità francamente post-conciliari. Da un lato infatti, il
caotico convergere di moltitudini verso il nostro spazio sociale mette a dura
prova i principi di civiltà, in larga parte derivati da originali interpretazioni
dei fondamenti ideali cristiani, secondo i quali ci proponiamo in Europa di
stabilire le convivenze sociali; dall'altro lato vi è l'esigenza di
sostenere il nostro clero, abituato (e non di rado costretto) a dipendere
molto dalla direzione dei vertici della sua organizzazione gerarchica (nella
nostra organizzazione religiosa il potere
è, e giuridicamente deve essere, nella quasi totalità nelle mani del clero), in
un momento in cui ne verrà sollecitata una maggiore autonomia a livello locale.
Quali sono le forze
in campo? Sarebbe interessante saperlo. Quanti sono i nostri gruppi
parrocchiali? Quante parrocchie non hanno l'AC? Quanti gruppi hanno una struttura embrionale perché non sono
articolati per classi d'età, ma, facendo di necessità virtù, fanno classe comune? Quali sono le difficoltà
che si stanno incontrando nel ripristino, nel mantenimento e nello sviluppo dei
gruppi parrocchiali di AC. E' possibile pensare, o sono state addirittura in
concreto attuate, forme di collaborazione e di aiuto tra gruppi di AC di
parrocchie vicine? Pensare a questo non
significa preoccuparsi del proselitismo associativo, quindi dello sviluppo dei nostri
gruppi, ma di quel lavoro in corso di cui
dicevo, che richiede una base di umanità per essere svolto. E' un lavoro
importante, il nostro, soprattutto perché, nel panorama del laicato italiano, non
vi sono molte altre organizzazioni a proporsi di farlo. Questo è un portato di
un'altra delle condizioni storiche che costituiscono uno dei nostri orizzonti: negli ultimi trent'anni hanno
prevalso orientamenti sfavorevoli, tanto che, ad un certo punto, si è anche pensato
che l'AC fosse in definitiva una di quelle forme organizzative superate che era il momento di
sostituire con altre, più al passo coi tempi. Si era in questa fase quando la
situazione improvvisamente ha iniziato a cambiare, come credo sia noto a tutti,
aprendoci nuove opportunità. Noi abbiamo quindi interesse ad assecondare il
movimento in corso, che non è senza resistenze. Ogni veloce cambiamento sociale
le suscita. Possiamo pensare ragionevolmente che ci sia un conflitto ideale in
corso e che esso attraversi anche i laicato italiano. Uno dei maggiori pregi
della Bozza che ci è stata proposta
per la riflessione è quello di richiamare l'attenzione sulla necessità di servire in maniera sempre più qualificata e
responsabile la pastorale ordinaria delle nostre comunità parrocchiali al fine
di renderle autentici luoghi di comunione. Il che significa ragionare sugli eventi in corso e risolvere i conflitti in
parrocchia facendo prevalere i principi
di unità senza però assecondare tentazioni reazionarie.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli