sabato 16 novembre 2013

L'orizzonte. Segni dei tempi. Quanti e come siamo


L'orizzonte. Segni dei tempi. Quanti e come siamo

 
 Riprendo il discorso sulla Bozza di lavoro per il documento assembleare della diocesi di Roma che stiamo esaminando nella nostra associazione parrocchiale, come accade in ogni altra parrocchia dove è presente l'AC.
 Innanzi tutto una mozione d'ordine che riguarda il linguaggio. A me piace molto ascoltare il teologhese, i discorsi infarciti di concetti e simboli tratti dal gergo teologico, e lo uso molto nella mia preghiera personale e quando, nella mia interiorità, faccio progetti per ciò che c'è oltre  l'orizzonte della mia vita. Ma non me ne servo mai nel lavoro che faccio da fedele laico nel mondo, nelle occasioni pubbliche, ad eccezione delle occasioni liturgiche e delle formule che in esse si recitano insieme e di quando mi viene chiesto esplicitamente di decrittarlo, di spiegarne, per come sono capace, il senso in parole comuni. Questo perché, innanzi tutto, non sono un teologo e non ho alcun interesse ad esserlo. La teologia, come scienza che lavora sui concetti della fede comune ha un compito e un metodo: io mi sono specializzato in un altro campo e la mia vita (residua: ho passato la cinquantina) non mi basta per curare quest'ultimo e impratichirmi in qualcos'altro di analogamente impegnativo. Poi perché  il teologhese, il servirsi con una certa libertà  e al di fuori di una competenza teologica di espressioni tratte dalla teologia, può creare equivoci e corrispondenti resistenze negli ascoltatori, i quali possono trarre chissà quali conseguenze da parole usate con una certa disinvoltura e riferite a concetti sui quali in teologia si è lavorato molto e che quindi hanno avuto una definizione precisa. E, infine, perché non voglio apparire pretesco che sarebbe come dire voler fare il prete, senza averne avuto il mandato, la vocazione, la preparazione, l'impegno interiore.
 La teologia è affascinante perché ha la capacità di lanciarti oltre l'orizzonte, anche quando tratta del qui ed ora, del tempo e del luogo in cui si vive quotidianamente. Com'è scritto, i secoli diventano giorni, in quest'ottica, e tutto il destino dell'umanità, dalle origini al compimento beato viene abbracciato idealmente e si tenta di parlarne e di spiegarne con discorsi ragionevoli, quindi rispettosi della logica comune e della consequenzialità con le premesse, il senso ultimo.
 Quando però si fa un progetto a medio termine per un'associazione laicale diocesana, quindi limitato nel tempo e nello spazio, nonché nelle moltitudini umane di riferimento, bisogna fare uno sforzo per rimanere entro l'orizzonte, vale a dire saldamente ancorati alla realtà in cui si vive e sulla quale si vuole incidere facendo conto, innanzi tutto, sulle proprie forze comuni. Se, ad esempio, può essere indifferente, nel fare teologia e in certe sue discipline, trovarsi a ragionare in Asia o in America, nell'organizzare il lavoro comune  di laici associati conta molto se si è, per dire, a Buenos Aires o a Roma. Cambia il contesto umano e soprattutto  cambia l'orizzonte, vale a dire quello spazio di realtà fisica e umana che possiamo ragionevolmente controllare. Cambiano anche le dinamiche storiche in atto. E' solo all'interno  di questo orizzonte che possiamo rilevare in modo affidabile  i segni dei tempi, espressione che ci è divenuta familiare a partire dalla prima metà degli scorsi anni '60, nel senso soprattutto di cogliere le opportunità storiche che concretamente si aprono, insieme ai problemi che il tempo in cui si vive presenta.
 All'interno  del nostro orizzonte stiamo vivendo tempi eccezionali. Non è solo la realtà profana che sta mutando velocemente manifestandosi come non era mai stata prima d'ora nella storia dell'umanità, ma è la nostra stessa collettività religiosa che è interessata da mutamenti epocali. Non ne dobbiamo tener conto?
 Da un lato assistiamo al compattarsi di un'unità continentale, fondata su forti principi etici, verso la quale stanno muovendosi moltitudini provenienti da ogni quadrante della Terra. Una realtà che, finora, si è espansa per inclusione pacifica, non per conquista, in un moto dall'esterno verso il centro e non in senso contrario, come sempre avvenne in precedenza. D'altro lato siamo stati spettatori di una crisi profonda delle istituzioni di vertice della nostra collettività religiosa, manifestatasi clamorosamente proprio quest'anno e straripata fuori dei confini presidiati dai Trattati Lateranensi del mini-stato di quartiere in cui esse si sono arroccate proprio qui, a Roma. Questo il punto sulla situazione storica e queste le dinamiche in atto, i nostri orizzonti sociali con riguardo alle collettività civili e alla nostra collettività religiosa. Come incide tutto ciò sui lavori in corso nella nostra associazione nell'epoca che viviamo?
 Il principale nostro lavoro in corso è l'attuazione storica del modello di laico definito, sia dal punto di vista teologico che da quello della spiritualità come anche da quello operativo e organizzativo, dal Concilio Vaticano 2°. Questo è, dal punto di vista ideologico (quindi di idee orientate all'azione) un altro nostro orizzonte.
 Direi che la situazione storica sta rendendo più urgente avanzare nel campo della formazione e della sperimentazione di attuazioni di laicità francamente post-conciliari. Da un lato infatti, il caotico convergere di moltitudini verso il nostro spazio sociale mette a dura prova i principi di civiltà,  in larga parte derivati da originali interpretazioni dei fondamenti ideali cristiani, secondo i quali ci proponiamo in Europa di stabilire le convivenze sociali; dall'altro lato vi è l'esigenza  di sostenere il nostro clero, abituato (e non di rado costretto) a dipendere molto dalla direzione dei vertici della sua organizzazione gerarchica (nella nostra organizzazione religiosa il potere è, e giuridicamente deve essere, nella quasi totalità nelle mani del clero), in un momento in cui ne verrà sollecitata una maggiore autonomia a livello locale.
 Quali sono le forze in campo? Sarebbe interessante saperlo. Quanti sono i nostri gruppi parrocchiali? Quante parrocchie non hanno l'AC? Quanti gruppi hanno una struttura embrionale perché non sono articolati per classi d'età, ma, facendo di necessità virtù, fanno classe comune? Quali sono le difficoltà che si stanno incontrando nel ripristino, nel mantenimento e nello sviluppo dei gruppi parrocchiali di AC. E' possibile pensare, o sono state addirittura in concreto attuate, forme di collaborazione e di aiuto tra gruppi di AC di parrocchie vicine? Pensare  a questo non significa preoccuparsi del proselitismo  associativo, quindi dello sviluppo dei nostri gruppi, ma di quel lavoro in corso di cui dicevo, che richiede una base di umanità per essere svolto. E' un lavoro importante, il nostro, soprattutto perché, nel panorama del laicato italiano, non vi sono molte altre organizzazioni a proporsi di farlo. Questo è un portato di un'altra delle condizioni storiche che costituiscono uno dei nostri orizzonti: negli ultimi trent'anni hanno prevalso orientamenti sfavorevoli, tanto che, ad un certo punto, si è anche pensato che l'AC fosse in definitiva una di quelle forme organizzative superate che era il momento di sostituire con altre, più al passo coi tempi. Si era in questa fase quando la situazione improvvisamente ha iniziato a cambiare, come credo sia noto a tutti, aprendoci nuove opportunità. Noi abbiamo quindi interesse ad assecondare il movimento in corso, che non è senza resistenze. Ogni veloce cambiamento sociale le suscita. Possiamo pensare ragionevolmente che ci sia un conflitto ideale in corso e che esso attraversi anche i laicato italiano. Uno dei maggiori pregi della Bozza che ci è stata proposta per la riflessione è quello di richiamare l'attenzione sulla necessità di servire in maniera sempre più qualificata e responsabile la pastorale ordinaria delle nostre comunità parrocchiali al fine di renderle autentici luoghi di comunione. Il che significa ragionare sugli eventi in corso e risolvere i conflitti  in parrocchia facendo prevalere i principi di unità senza però assecondare tentazioni reazionarie.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli