martedì 19 novembre 2013

L'autonomia dei laici


L'autonomia dei laici

 
 La vera svolta epocale prodottasi nella prima metà degli scorsi anni '60 nella nostra collettività religiosa, la ridefinizione teologica del ruolo dei laici, è riassunta in poche frasi contenute nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa nel mondo Lumen Gentium [=Luce per le genti] (approvata il 21-11-64 nel corso della grande congregazione di potenti chierici svoltasi tra il 1962 e il 1965) e nel Decreto sul'apostolato dei laici Apostolicam Actuositatem [=in merito all'attività apostolica]. Dalla fine di quel decennio ad adesso la principale finalità dell'Azione Cattolica Italiana è stata quella di svilupparne, attuandoli, impersonandoli in un nuovo modello di laico, i principi ideali. Si è trattato di un lavoro difficile, caratterizzato da cicliche incomprensioni negli ambienti religiosi e anche da conflitti piuttosto accesi. Esso è stato caratterizzato da una vivace produzione culturale e da varie forme di sperimentazione pratica, soprattutto nel sociale che c'è fuori delle chiese, degli spazi liturgici, regno del clero. E' per proseguire in quest'opera che anche dal nostro gruppo di AC, qui, in Roma, Monte Sacro, Valli, viene un appello all'impegno alla gente di fede del quartiere. E' possibile però che un quarantenne, o chi è più giovane, di oggi non conosca i termini della questione. Infatti i tempi si sono fatti più difficili, per la messa in pratica delle nuove idee, dalla fine degli anni '70. Semplicemente ci si è concentrati su altre cose, su altre urgenze. A volte si è anche avuto il timore di perdere il controllo di quello che, in una certa prospettiva, poteva presentarsi come un insieme di fattori di disgregazione dell'unità. In questi anni hanno quindi svolto un ruolo preponderante le istituzioni che, nella nostra collettività religiosa, hanno il compito di presiedere all'unità. Essa, in questi anni, si è caratterizzata come un convergere attorno ai vertici romani. Proprio quest'anno si è entrati in una fase di cambiamento dovuta a molti fattori, alcuni dei quali particolarmente critici. I tempi nuovi, dei quali sulla base dell'antica sapienza della nostra fede, dobbiamo cercare di scorgere  e interpretare  i segni, vale a dire le caratteristiche e la direzione, lanciano verso  i laici, vale a dire verso la maggioranza del popolo della fede, una forte vocazione all'impegno, a riprendere discorsi che forse erano stati un po' accantonati almeno per la maggior parte della gente: questo per costituire una vasta e solida unità sui principi, in un momento in cui la forza di attrazione carismatica dei vertici del clero non basta più.
 Non è, questo, un discorso che si può esaurire in poche righe. Mi propongo quindi di dedicarvi una serie di interventi e di proporre al gruppo di ragionarci sopra, anche sulla base delle memorie storiche di ciascuno (nel nostro gruppo sono rappresentata tutte le età della vita adulta, dai ventenni ai novantenni.
 Il senso sommario della storia che sto raccontando è questo: dal primo consolidamento dell'organizzazione del clero come autorità anche politica in Europa, dal Quinto secolo della nostra era, e fino alla fine del Settecento il popolo dei laici  è stato fondamentalmente subordinato a due autorità tra loro federate, quelle dei sovrani civili e quelli dei sovrani religiosi, i quali pretendevano fondamentalmente obbedienza. L'autonomia dei laici era vista, quando non sottomessa a quei sovrani, come sovversione o eresia o tutte e due le cose insieme.
 Lo sviluppo e l'affermarsi delle democrazie di popolo, passando per quelle borghesi, nelle mani di classi che detenevano competenze culturali e poteri economici, ha condotto al crollo, in Europa, delle dinastie sovrane e al protagonismo politico delle masse. A lungo questo fenomeno fu considerato in Italia, dai vertici del clero, sovversione ed eresia. E tuttavia anche nella nostra collettività religiosa l'impegno autonomo dei laici, non in mera obbedienza ai prìncipi religiosi ma sulla base di princìpi ideali a partire dalle concezioni di fede, ebbe uno sviluppo, un'attuazione pratica, che, visti come positivi dai vertici gerarchici, produssero quel complesso corpo di autorizzazioni e  nulla osta che costituisce la ragione normativa di ciò che viene definito dottrina sociale della Chiesa. Con ciò intendo dire che nulla di veramente nuovo venne introdotto, ma ci si limitò, in genere, ad autorizzare attività che precedentemente era state semplicemente vietate.
 Questo processo di autorizzazione ebbe una manifestazione eclatante nel celebre radiomessaggio natalizio del '44 del papa Pio 12°, dove si riconosce che un maggiore affidamento sullo sviluppo della democrazia avrebbe potuto evitare i guasti provocati dai regimi totalitari (con i quali i vertici del clero si erano in vario modo compromessi con lo scopo di evitare il peggio). Riporto il testo che qui interessa:
Inoltre — e questo è forse il punto più importante —, sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?"
 Dopo la caduta dei regimi nazista tedesco e fascista italiano e dei loro alleati in Europa, fu dato il via libera, dai vertici del clero, a quella più marcata autonomia nel sociale e nel politico dei fedeli cattolici che poi fu, come dire, consacrata all'inizio degli anni '60.  La democrazia politica di popolo italiana fu strutturata sulle idee dei cattolico-democratici, vale a dire di quel movimento che, dalla fine dell'Ottocento, pensava possibile, contro i divieti canonici, conciliare fede e democrazia. Per l'influsso di Alcide De Gasperi (1881-1954) i capi religiosi furono indotti a esercitare la loro azione politica, che in passato  era stata caratterizzata in senso anti-democratico, soprattutto nel compromesso con il fascismo mussoliniano, per sostenere lo sviluppo di una democrazia sociale, come disegnata nella Costituzione repubblicana entrata in vigore nel 1948. Questo accordo entrò in crisi negli anni '70 per vari motivi. Innanzi tutto il laicato italiano, sulla scorta dei principi affermati nel decennio precedente dai capi religiosi, ritenne che esso avesse finito per configurare un nuovo compromesso, vale a dire un accomodamento per cui, per sorreggere un sistema politico inserito nell'Occidente capitalistico, si mettevano in sordina i principi di giustizia sociale che scaturivano dagli impegni di fede. Dall'altro il sistema politico, compresa la formazione in cui ancora si esprimeva l'impegno cattolico-democratico, intese rendersi autonomo da un sostegno elettorale che, venendo da un'organizzazione strutturata su basi non democratiche, come quella della nostra collettività religiosa, veniva considerato in contraddizione con i principi sui quali si basava la nuova democrazia di popolo  e soprattutto una remora di carattere conservatore, se non francamente reazionario, agli sviluppi normativi degli ideali di libertà individuale e dei diritti umani, che si venivano allora  affermando. Siamo all'inizio degli scorsi anni '80. E' un'epoca in cui, tra i laici italiani, si parlò di ricomposizione, vale a dire di una ricostituzione dell'unità  sul diversi princìpi. Il tentativo fallì, sia per le divergenze ideali che c'erano nel laicato italiano, che non riuscirono a comporsi nell'organizzazione religiosa, per cui l'azione tipica del laicato, quella di rinnovamento del mondo cercando il Regno, rimase fuori delle chiese, sia per l'affermarsi della figura carismatica di un prìncipe religioso, che divenne il nuovo fattore di unità. L'insufficienza di questa sistemazione cominciò ad avvertirsi nei primi anni del nuovo millennio e nel decadere fisico di quella figura carismatica. Ne fu manifestazione la “Lettera ai fedeli laici «Fare di Cristo il cuore del mondo»”, pubblicata il 27 marzo 2005 dalla Commissione episcopale per il laicato della Conferenza Episcopale Italiana in cui si legge:
"Non sempre l’auspicata corresponsabilità ha avuto adeguata realizzazione e non mancano segnali contraddittori. Si ha talora la sensazione che lo slanci conciliare si sia attenuato. Sembra di notare, in particolare, una diminuita passione per l’animazione cristiana del mondo del lavoro e delle professioni, della politica e della cultura ecc. Vi è in alcuni casi anche un impoverimento del servizio pastorale all’interno della comunità ecclesiale. Serve un’analisi attenta ed equilibrata della ragioni dei ritardi e delle distonie, per poterle colmare con il concorso di tutti.
 A volte, può essere che il laico nella Chiesa si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. Oppure, all’opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Dobbiamo superare questa situazione. La diversità dei carismi e dei ministeri nell’unico popolo di Dio riguarda le forme della risposta, non l’universalità della chiamata. Nel mistero della comunione ecclesiale dobbiamo ricercare la coralità di una risposta armonica e differenziata alla chiamata e alla missione che il Signore affida a ogni membro della Chiesa. Il momento attuale richiede cristiani missionari, non abitudinari."
  In un bel libro del 2008,  un autore italiano, Fulvio De Giorgi, ha paragonato il laicato italiano al brutto anatroccolo  della fiaba. I prìncipi religiosi non erano soddisfatti dei laici italiani, e addirittura ne diffidavano. I laici italiani pativano di essere sostanzialmente ancora tenuti in uno stato di minorità, chiamati anche all'obbedienza spicciola, con ristrettissimi spazi di autonomia ideativa. E vivevano come umiliante il brillante attivismo politico della gerarchia, non più mediato dall'azione di quello che lo storico Gianni Baget Bozzo definì il partito cristiano.
  Siamo arrivati ai nostri giorni, a quelli in cui si è prodotta una crisi di carattere epocale che ha riguardato apparentemente solo il vertice romano, ma che, in realtà, ha ad oggetto il rapporto tra la nostra collettività religiosa e il mondo di fuori. Il clero si è accorto di essere rimasto confinato negli spazi liturgici e vuole uscire fuori. Nonostante la risonanza pubblica che ancora i suoi interventi hanno, sente di stare perdendo la presa sulla società del suo tempo. Perché le chiese sono vuote? Ma fuori ci sono già i fedeli laici, i brutti anatroccoli. Le cose non miglioreranno solo con un nuovo attivismo dei chierici e dei religiosi. Occorre produrre qualcosa di più profondo. Occorrere riporre più fiducia nei laici e nella loro autonoma capacità di elaborare principi di azione in una dimensione pluralistica, secondo le loro specifiche competenze e responsabilità, abbandonando lo storico atteggiamento di diffidenza, la strategia della presa di distanza. E questo rimanendo i laici, anche quando lavorano nel mondo, Chiesa e manifestandosi in questo propriamente come Chiesa. E' il tema centrale del nostro tempo: il grido che scaturisce dal laicato europeo, "Noi siamo Chiesa!".
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli