L'autonomia dei laici
La vera svolta epocale prodottasi nella
prima metà degli scorsi anni '60 nella nostra collettività religiosa, la
ridefinizione teologica del ruolo dei laici, è riassunta in poche frasi
contenute nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa nel mondo Lumen Gentium [=Luce per le genti] (approvata
il 21-11-64 nel corso della grande congregazione di potenti chierici svoltasi
tra il 1962 e il 1965) e nel Decreto sul'apostolato dei laici Apostolicam Actuositatem [=in merito
all'attività apostolica]. Dalla fine di quel decennio ad adesso la principale
finalità dell'Azione Cattolica Italiana è stata quella di svilupparne,
attuandoli, impersonandoli in un nuovo modello di laico, i principi ideali. Si
è trattato di un lavoro difficile, caratterizzato da cicliche incomprensioni negli
ambienti religiosi e anche da conflitti piuttosto accesi. Esso è stato
caratterizzato da una vivace produzione culturale e da varie forme di
sperimentazione pratica, soprattutto nel sociale che c'è fuori delle chiese, degli spazi liturgici, regno del clero. E' per
proseguire in quest'opera che anche dal nostro gruppo di AC, qui, in Roma,
Monte Sacro, Valli, viene un appello all'impegno alla gente di fede del
quartiere. E' possibile però che un quarantenne, o chi è più giovane, di oggi
non conosca i termini della questione. Infatti i tempi si sono fatti più
difficili, per la messa in pratica delle nuove idee, dalla fine degli anni '70.
Semplicemente ci si è concentrati su altre cose, su altre urgenze. A volte si è
anche avuto il timore di perdere il controllo di quello che, in una certa
prospettiva, poteva presentarsi come un insieme di fattori di disgregazione
dell'unità. In questi anni hanno quindi svolto un ruolo preponderante le
istituzioni che, nella nostra collettività religiosa, hanno il compito di
presiedere all'unità. Essa, in questi anni, si è caratterizzata come un
convergere attorno ai vertici romani.
Proprio quest'anno si è entrati in una fase di cambiamento dovuta a molti
fattori, alcuni dei quali particolarmente critici. I tempi nuovi, dei quali
sulla base dell'antica sapienza della nostra fede, dobbiamo cercare di scorgere e interpretare
i segni, vale a dire le
caratteristiche e la direzione, lanciano verso
i laici, vale a dire verso la maggioranza del popolo della fede, una
forte vocazione all'impegno, a riprendere discorsi che forse erano stati un po'
accantonati almeno per la maggior parte della gente: questo per costituire una
vasta e solida unità sui principi, in un momento in cui la forza di attrazione
carismatica dei vertici del clero non basta più.
Non è, questo, un
discorso che si può esaurire in poche righe. Mi propongo quindi di dedicarvi
una serie di interventi e di proporre al gruppo di ragionarci sopra, anche
sulla base delle memorie storiche di ciascuno (nel nostro gruppo sono
rappresentata tutte le età della vita adulta, dai ventenni ai novantenni.
Il senso sommario
della storia che sto raccontando è questo: dal primo consolidamento
dell'organizzazione del clero come autorità anche politica in Europa, dal Quinto secolo della nostra era, e fino alla
fine del Settecento il popolo dei laici
è stato fondamentalmente subordinato a due autorità tra loro federate,
quelle dei sovrani civili e quelli dei sovrani religiosi, i quali pretendevano
fondamentalmente obbedienza. L'autonomia dei laici era vista, quando non
sottomessa a quei sovrani, come sovversione o eresia o tutte e due le cose
insieme.
Lo sviluppo e
l'affermarsi delle democrazie di popolo, passando per quelle borghesi, nelle
mani di classi che detenevano competenze culturali e poteri economici, ha
condotto al crollo, in Europa, delle dinastie sovrane e al protagonismo
politico delle masse. A lungo questo fenomeno fu considerato in Italia, dai
vertici del clero, sovversione ed eresia. E tuttavia anche nella nostra
collettività religiosa l'impegno autonomo dei laici, non in mera obbedienza ai
prìncipi religiosi ma sulla base di princìpi ideali a partire dalle concezioni
di fede, ebbe uno sviluppo, un'attuazione pratica, che, visti come positivi dai
vertici gerarchici, produssero quel complesso corpo di autorizzazioni e nulla osta che costituisce la ragione
normativa di ciò che viene definito dottrina
sociale della Chiesa. Con ciò intendo dire che nulla di veramente nuovo venne introdotto, ma ci si limitò, in genere, ad
autorizzare attività che
precedentemente era state semplicemente vietate.
Questo processo di autorizzazione ebbe una manifestazione
eclatante nel celebre radiomessaggio natalizio del '44 del papa Pio 12°, dove
si riconosce che un maggiore affidamento sullo sviluppo della democrazia
avrebbe potuto evitare i guasti provocati dai regimi totalitari (con i quali i
vertici del clero si erano in vario modo compromessi con lo scopo di evitare il peggio). Riporto il testo
che qui interessa:
Inoltre — e questo è
forse il punto più importante —, sotto il sinistro bagliore della guerra che li
avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si
sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato,
di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente.
Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di
un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema
di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
Queste
moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi,
sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai
incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di
correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato
trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per
l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo
stesso efficaci garanzie.
In tale disposizione degli animi, vi è
forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene
largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più
efficacemente ai destini degli individui e della società?"
Dopo la caduta dei regimi nazista tedesco e
fascista italiano e dei loro alleati in Europa, fu dato il via libera, dai
vertici del clero, a quella più marcata autonomia nel sociale e nel politico
dei fedeli cattolici che poi fu, come dire, consacrata all'inizio degli anni
'60. La democrazia politica di popolo
italiana fu strutturata sulle idee dei cattolico-democratici, vale a dire di
quel movimento che, dalla fine dell'Ottocento, pensava possibile, contro i
divieti canonici, conciliare fede e democrazia. Per l'influsso di Alcide De
Gasperi (1881-1954) i capi religiosi furono indotti a esercitare la loro azione
politica, che in passato era stata caratterizzata in senso
anti-democratico, soprattutto nel compromesso con il fascismo mussoliniano, per
sostenere lo sviluppo di una democrazia sociale, come disegnata nella Costituzione
repubblicana entrata in vigore nel 1948. Questo accordo entrò in crisi negli
anni '70 per vari motivi. Innanzi tutto il laicato italiano, sulla scorta dei
principi affermati nel decennio precedente dai capi religiosi, ritenne che esso
avesse finito per configurare un nuovo compromesso,
vale a dire un accomodamento per cui,
per sorreggere un sistema politico inserito nell'Occidente capitalistico, si
mettevano in sordina i principi di giustizia sociale che scaturivano dagli
impegni di fede. Dall'altro il sistema politico, compresa la formazione in cui ancora
si esprimeva l'impegno cattolico-democratico, intese rendersi autonomo da un
sostegno elettorale che, venendo da
un'organizzazione strutturata su basi non democratiche, come quella della nostra
collettività religiosa, veniva considerato in contraddizione con i principi sui
quali si basava la nuova democrazia di popolo
e soprattutto una remora di carattere conservatore, se non francamente
reazionario, agli sviluppi normativi degli ideali di libertà individuale e dei
diritti umani, che si venivano allora affermando. Siamo all'inizio degli scorsi anni
'80. E' un'epoca in cui, tra i laici italiani, si parlò di ricomposizione, vale a dire di una ricostituzione dell'unità sul diversi princìpi. Il tentativo fallì, sia
per le divergenze ideali che c'erano nel laicato italiano, che non riuscirono a
comporsi nell'organizzazione religiosa, per cui l'azione tipica del laicato, quella di rinnovamento del mondo cercando il
Regno, rimase fuori delle chiese,
sia per l'affermarsi della figura carismatica di un prìncipe religioso, che
divenne il nuovo fattore di unità. L'insufficienza di questa sistemazione
cominciò ad avvertirsi nei primi anni del nuovo millennio e nel decadere fisico
di quella figura carismatica. Ne fu manifestazione la “Lettera
ai fedeli laici «Fare
di Cristo il cuore del mondo»”, pubblicata il 27 marzo 2005 dalla Commissione
episcopale per il laicato della Conferenza Episcopale Italiana in cui si legge:
"Non sempre
l’auspicata corresponsabilità ha
avuto adeguata realizzazione e non mancano segnali contraddittori. Si ha talora
la sensazione che lo slanci conciliare si sia attenuato. Sembra di notare, in
particolare, una diminuita passione per l’animazione cristiana del mondo del
lavoro e delle professioni, della politica e della cultura ecc. Vi è in alcuni
casi anche un impoverimento del servizio pastorale all’interno della comunità
ecclesiale. Serve un’analisi attenta ed equilibrata della ragioni dei ritardi e
delle distonie, per poterle colmare con il concorso di tutti.
A volte, può essere che il laico nella Chiesa
si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. Oppure,
all’opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici
da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o
per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Dobbiamo superare questa
situazione. La diversità dei carismi e dei ministeri nell’unico popolo di Dio
riguarda le forme della risposta, non l’universalità della chiamata. Nel
mistero della comunione ecclesiale dobbiamo ricercare la coralità di una
risposta armonica e differenziata alla chiamata e alla missione che il Signore
affida a ogni membro della Chiesa. Il momento attuale richiede cristiani
missionari, non abitudinari."
In un bel libro del 2008, un autore italiano, Fulvio De Giorgi, ha
paragonato il laicato italiano al brutto
anatroccolo della fiaba. I prìncipi
religiosi non erano soddisfatti dei laici italiani, e addirittura ne
diffidavano. I laici italiani pativano di essere sostanzialmente ancora tenuti
in uno stato di minorità, chiamati anche all'obbedienza spicciola, con
ristrettissimi spazi di autonomia ideativa. E vivevano come umiliante il brillante
attivismo politico della gerarchia, non più mediato dall'azione di quello che
lo storico Gianni Baget Bozzo definì il partito
cristiano.
Siamo arrivati ai nostri giorni, a quelli in
cui si è prodotta una crisi di carattere epocale che ha riguardato
apparentemente solo il vertice romano, ma che, in realtà, ha ad oggetto il
rapporto tra la nostra collettività religiosa e il mondo di fuori. Il clero si è accorto di essere rimasto confinato
negli spazi liturgici e vuole uscire fuori.
Nonostante la risonanza pubblica che ancora i suoi interventi hanno, sente di
stare perdendo la presa sulla società del suo tempo. Perché le chiese sono
vuote? Ma fuori ci sono già i fedeli
laici, i brutti anatroccoli. Le cose
non miglioreranno solo con un nuovo attivismo dei chierici e dei religiosi. Occorre
produrre qualcosa di più profondo. Occorrere riporre più fiducia nei laici e
nella loro autonoma capacità di elaborare principi di azione in una dimensione
pluralistica, secondo le loro specifiche competenze e responsabilità,
abbandonando lo storico atteggiamento di diffidenza, la strategia della presa di distanza. E questo rimanendo i laici, anche quando lavorano nel
mondo, Chiesa e manifestandosi in questo propriamente come Chiesa. E' il
tema centrale del nostro tempo: il grido che scaturisce dal laicato europeo, "Noi siamo Chiesa!".
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli