Esultare
Per come la vedo io l'esperienza profonda
della fede si risolve in un esultare,
quindi in una manifestazione di gioia.
Non si tratta di uno stato d'animo
legato a certe condizioni ambientali o personali, tanto che si riesce ad
esultare, religiosamente, anche in condizioni piuttosto difficili. Ma non è
neanche un illudersi, il prendere le cose per un certo verso per
cui, ad un certo punto, anche il male sembra bene. Alla base della gioia della
fede c'è un vivere una liberazione che deriva da un impegno personale, che si assume in una collettività la quale si
propone una certa benevolenza universale facendo affidamento su una voce
dall'alto, la quale a sua volta ci arriva dai secoli passati, portata di
generazione in generazione da una tradizione amorevole. In qualche modo la fede
parte sempre, e si rinnova, da una scoperta. L'interiorità personale viene sicuramente
molto coinvolta, ma la fede non viene percepita come qualcosa che uno si
inventa da sé medesimo e in sé stesso, ma come qualcosa che uno riceve. Si viene poi coinvolti anche nel
tramandare e in questo lavoro si
lascia sempre qualcosa di sé in quello che si passa a chi viene dopo. La fede,
quindi, a seconda del risultato dell'esistenza di chi la tramanda, ne viene
arricchita o impoverita o addirittura
contraffatta. Per cercare di mantenerla fonte di gioia si sono costruite varie
organizzazioni con questo scopo preciso. Nell'esaminare il procedere della
storia della fede si hanno quindi davanti
molte correzioni di rotta e molti approfondimenti e sviluppi. Ogni generazione
ha finora mantenuto la consapevolezza di non
aver inventato nulla dell'essenziale e quindi di doverlo trasmettere così come l'ha
ricevuto, integro. Su che cosa sia l'essenziale
si è molto discusso e ancora si discute molto e storicamente si sono susseguite
molte concezioni in merito. Ma, a mio modo di vedere, quell'esultare di
cui dicevo ne fa parte. Una delle ragioni che motivano ad accostarsi a una
delle nostre collettività religiose è che si tratta di un'esperienza interiore
che richiede, per prodursi, di essere vissuta insieme ad altri. In un certo
senso la si impara, in altro senso se ne è contagiati. Venite e vedrete, è l'appello che di solito si fa ai neofiti. L'esultanza è spiritualità
e quest'ultima non la si impara sui libri, la si vive insieme agli altri. La
sensazione che si ha trattando delle cose della nostra fede è quella di un
essere radunati. La fede, in fondo, è un po' come partecipare a una festa.
Non per nulla la cena ha un forte
connotato simbolico nella nostra religione e il primo prodigio del Maestro avvenne durante un convito
di nozze, ad una bella festa.
Nella mia esperienza,
c'è fede dove c'è gioia. La mancanza di gioia indica che c'è qualcosa che non
va. Nel nostro quartiere romano non vedo molta gioia, anche se non manca ciò
che è indispensabile per vivere. Non ce ne dobbiamo fare una colpa
individualmente, sarebbe ingiusto. L'ambiente fisico e sociale in cui viviamo è
un risultato collettivo, raramente qualcuno ne è veramente responsabile. Tuttavia
penso che ognuno possa fare effettivamente qualcosa per migliorare la
situazione. C'è sempre un'area, più o meno grande, che è sotto il nostro
controllo diretto. C'è un diverso atteggiamento verso chi si sta intorno, che
si può decidere di assumere. In qualche modo il primo passo è uscire
dall'isolamento, con un atto di coraggio. La chiesa parrocchiale sta lì a
ricordarci che questo è possibile, che c'è già gente che lo sta facendo.
Cambiare è possibile. Ma non vendiamo rimedi miracolosi, la parrocchia non è
una specie di grande magazzino del sacro e del prodigioso. Ci si viene per
incontrarsi ed ascoltare la voce dall'alto che fonda la nostra speranza, e poi
anche per assumere impegni reciproci, dopo essersi ben conosciuti. Di più saremo insieme, più gioia ci sarà, era l'inno di un Jamboree, di un grande raduno scout, di tanti anni fa. In chiesa funziona proprio così.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli