lunedì 18 novembre 2013

Esultare


Esultare

 
 Per come la vedo io l'esperienza profonda della fede si risolve in un esultare, quindi in una manifestazione di gioia. Non si  tratta di uno stato d'animo legato a certe condizioni ambientali o personali, tanto che si riesce ad esultare, religiosamente, anche in condizioni piuttosto difficili. Ma non è neanche un illudersi, il prendere le cose per un certo verso per cui, ad un certo punto, anche il male sembra bene. Alla base della gioia della fede c'è un vivere una liberazione  che deriva da un impegno personale, che si assume in una collettività la quale si propone una certa benevolenza universale facendo affidamento su una voce dall'alto, la quale a sua volta ci arriva dai secoli passati, portata di generazione in generazione da una tradizione amorevole. In qualche modo la fede parte sempre, e si rinnova, da una scoperta. L'interiorità personale viene sicuramente molto coinvolta, ma la fede non viene percepita come qualcosa che uno si inventa da sé medesimo e in sé stesso, ma come qualcosa che uno riceve. Si viene poi coinvolti anche nel tramandare e in questo lavoro si lascia sempre qualcosa di sé in quello che si passa a chi viene dopo. La fede, quindi, a seconda del risultato dell'esistenza di chi la tramanda, ne viene arricchita o  impoverita o addirittura contraffatta. Per cercare di mantenerla fonte di gioia si sono costruite varie organizzazioni con questo scopo preciso. Nell'esaminare il procedere della storia della fede si  hanno quindi davanti molte correzioni di rotta e molti approfondimenti e sviluppi. Ogni generazione ha finora mantenuto la consapevolezza di non aver inventato nulla dell'essenziale  e quindi di doverlo trasmettere così come l'ha ricevuto, integro. Su che cosa sia l'essenziale si è molto discusso e ancora si discute molto e storicamente si sono susseguite molte concezioni in merito. Ma, a mio modo di vedere,          quell'esultare di cui dicevo ne fa parte. Una delle ragioni che motivano ad accostarsi a una delle nostre collettività religiose è che si tratta di un'esperienza interiore che richiede, per prodursi, di essere vissuta insieme ad altri. In un certo senso la si impara, in altro senso se ne è contagiati. Venite e vedrete, è l'appello che di solito si fa ai neofiti. L'esultanza  è spiritualità e quest'ultima non la si impara sui libri, la si vive insieme agli altri. La sensazione che si ha trattando delle cose della nostra fede è  quella di un essere radunati. La fede, in fondo, è un po' come partecipare a una festa. Non per nulla la cena ha un forte connotato simbolico nella nostra religione e il primo prodigio del Maestro avvenne durante un convito di nozze, ad una bella festa.
 Nella mia esperienza, c'è fede dove c'è gioia. La mancanza di gioia indica che c'è qualcosa che non va. Nel nostro quartiere romano non vedo molta gioia, anche se non manca ciò che è indispensabile per vivere. Non ce ne dobbiamo fare una colpa individualmente, sarebbe ingiusto. L'ambiente fisico e sociale in cui viviamo è un risultato collettivo, raramente qualcuno ne è veramente responsabile. Tuttavia penso che ognuno possa fare effettivamente qualcosa per migliorare la situazione. C'è sempre un'area, più o meno grande, che è sotto il nostro controllo diretto. C'è un diverso atteggiamento verso chi si sta intorno, che si può decidere di assumere. In qualche modo il primo passo è uscire dall'isolamento, con un atto di coraggio. La chiesa parrocchiale sta lì a ricordarci che questo è possibile, che c'è già gente che lo sta facendo. Cambiare è possibile. Ma non vendiamo rimedi miracolosi, la parrocchia non è una specie di grande magazzino del sacro e del prodigioso. Ci si viene per incontrarsi ed ascoltare la voce dall'alto che fonda la nostra speranza, e poi anche per assumere impegni reciproci, dopo essersi ben conosciuti.  Di più saremo insieme, più gioia ci sarà, era l'inno di un Jamboree, di un grande raduno scout, di tanti anni fa. In chiesa funziona proprio così.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli