Chiesa - mondo
Ci sono, nelle collettività umane, modi di pensare radicati
in un'antica tradizione che, ad un certo punto, vengono accettati senza molto
ragionarci su, fondamentalmente perché frutto di un lungo e persistente
passato. Uno di questi riguarda la relazione tra la nostra collettività
religiosa e il mondo. Prevede che da
una parte vi sia una comunità di santi,
nel senso di persone sinceramente animate da principi basati su concezioni
soprannaturali con frutti nel campo dell'etica, e dall'altra parte il mondo, vale a dire la collettività
animata da diversi principi e da una diversa etica, fondamentalmente dall'etica
della violenza e dell'interesse personale. Questo modo di pensare ha forte
radicamento evangelico. Le parole che lo esprimono sono infatti tratte dagli
scritti sacri specificamente della nostra confessione religiosa. E tuttavia
certi insegnamenti, che vengono ancora oggi presi come riferimento, vennero
impartiti in contesto sociale e politico molto differente da quello in cui
viviamo e, quindi, se applicati a quest'ultimo, senza alcun adattamento,
possono far danno.
La nostra confessione religiosa si affermò nel
giudaismo dell'antica Palestina sotto occupazione romana. E si sviluppò
inizialmente in quella parte del grande impero mediterraneo che dominava in
quel tempo impregnata della cultura ellenistica. L'esigenza principale di
quell'epoca era di resistere nel contrasto tra la tradizione religiosa da cui
si era distaccato (e ancor oggi di questo distacco
non si è presa, mi pare, piena coscienza), le altre tradizioni religiose
all'epoca prevalenti nell'impero e il regime politico dominante, che da queste
ultime tradizioni religiose derivava la propria legittimazione sacrale. Nonostante queste difficoltà il movimento
religioso basato sugli insegnamenti del Nazareno si caratterizzò subito come
esperienza di massa, a differenza di molte altre
simili aggregazioni che invece si strutturavano in piccoli gruppi ai quali si
procedeva con particolari selezioni (movimenti iniziatici). Esso venne quindi incontro ad esigenze molto diffuse
tra la gente della sua epoca, anche nel mondo ellenistico e, più in generale,
tra i popoli dominati dall'antico impero mediterraneo. Come riferiscono le
scritture sacre, esso attraeva in base a una sua particolare caratterizzazione
etica, la dottrina veniva dopo ed era oggetto di spiegazioni (la catechesi,
quella più concentrata, e la didachè,
quella più estesa) che poi sfociavano in specifiche liturgie di accettazione e riconoscimento, in cui venivano assunti
impegni reciproci di fedeltà. In quelle spiegazioni una parte importante
avevano i ricordi dell'attività e degli insegnamenti del Maestro. Nel contatto
con il mondo ellenistico e latino si svilupparono presto una dottrina e un pensiero sociale, che non è la dottrina che così viene denominata a partire dall'Ottocento ma che furono
determinata dalle medesime esigenze, vale a dire un pensiero, prettamente su base teologica, su quale dovesse essere
l'atteggiamento dei fedeli rispetto alla istituzioni. Essi seguirono
l'espansione delle nostre collettività religiose e vennero incontro alla
necessità di spiegarsi i tempi nuovi.
Bisogna dire che questo pensiero non era
contenuto negli insegnamenti delle origini, fu quindi uno sviluppo
culturale. Una grande opera che lo manifesta è La città di Dio di Agostino
d'Ippona (354-430 della nostra era), che è piena di storia contemporanea
(dell'autore) e antica, di
considerazioni filosofiche e teologiche e di insegnamenti sociali. Essa ebbe
notevolissimo influsso sul pensiero politico
di marca confessionale e presenta l'opposizione tra una civiltà animata da principi religiosi e un'altra in preda
all'azione del demonio. E tuttavia
propose anche dei principi di conciliazione di questa frattura, nell'attesa del
perfezionamento finale soprannaturale, mediante un miglioramento dello spirito
dei popoli e delle istituzioni che li governano.
"Si può partire
però da un'altra definizione di popolo: «Il popolo è l'insieme degli esseri
ragionevoli, associato nella concorde comunione delle cose che ama»; in tal
caso, per conoscere la natura di ciascun popolo, bisogna guardare alle cose che
esso ama. Tuttavia, indipendentemente dall'oggetto del suo amore, se c'è un
insegnamento di creature razionali e non d'animali, unito dalla concorde comunione
delle cose che esso ama, non è assurdo parlare di popolo; esso è tale in un
senso più o meno buono, quanto più o meno buone sono le cose che fondano la sua
concordia. Secondo questa nostra definizione il popolo romano è indubbiamente
un popolo e il suo è indubbiamente uno stato. La storia attesta che cosa quel
popolo amò alle origini e successivamente, e
sulla base di quali costumi abbia spezzato e corrotto la stessa
concordia, che è in certo senso la salute del popolo, giungendo alle sommosse
più sanguinose e da qui alle guerre sociali e civili; di tutto ciò abbiamo
parlato molto nei libri precedenti. Non sarei comunque propenso ad affermare o
che quello non sia un popolo, o che il suo non sia uno Stato, finché rimane in
certo senso un insieme di esseri razionali, associato nella concorde comunione
delle cose che ama. Ciò che ho detto di questo popolo e di questo Stato si può
riferire anche agli Ateniesi, ai Greci, agli Egiziani o all'antica Babilonia
degli Assiri, quando i loro Stati reggevano imperi più o meno grandi, e a qualsiasi
altra nazione. In senso generale comunque la città degli empi, alla quale Dio
non chiede d'essere obbedito allorché invita a scarificare a Lui soltanto, e
nella quale perciò l'anima non comanda in modo retto e leale al corpo e la
ragione ai vizi, manca la giustizia vera"
[Da La Città di Dio, libro 19°, n. 24, traduzione
in italiano di Luigi Alici, Bompiani, 2010]
Questa tradizione di pensiero si fondò molto,
sul piano teologico, anche sugli scritti che la nostra confessione religiosa
aveva acquisito, del resto su indicazioni espresse del Maestro il quale insegnò
che neppure la minima delle sue lettere dovesse andare persa, dall'antico
giudaismo e che oggi denominiamo come Antico
Testamento. Lì appunto si trovavano le narrazioni di molte vicende relative
a problemi di governi di stati che volevano essere ispirati a principi
religiosi, alla degenerazioni ricorrenti dei costumi dei loro popoli e ai modi
in cui ricostituire la rettitudine sociale e politica, fondamentalmente riscoprendo l'antica legge di santità. Questa tradizione
accompagnò, con varie manifestazioni, vari orientamenti e varie applicazioni
pratiche, tutta la storia della nostra collettività religiosa ed è
vivissima anche ai tempi nostri. Per riassumerne molto sommariamente il senso
si può osservare che in modo ricorrente si passò dal modo della contrapposizione al modo della conciliazione e viceversa in
applicazione di corrispondenti teologie
politiche. Ad esempio, dagli anni '40 dell'Ottocento agli anni '20 del
Novecento prevalse il modo della contrapposizione,
successivamente si tentarono varie forme di conciliazione,
alcune delle quali, in particolare quella con il regime fascista italiano e con
altri regimi di analoga impostazione, sentite oggi come gravemente
disonorevoli. Tutte le teologie politiche
che fondarono questi modi di porsi verso la società civile del tempo in cui la
nostra collettività religiosa viveva furono fondate su una considerazione
abbastanza realistica dell'andamento storico contemporaneo, vagliato attraverso
i principi religiosi desunti dalla tradizione di fede dei secoli passati e
dall'interpretazione della scrittura sacre insegnata dal magistero. Se
consideriamo un documento molto autorevole e normativo come l'enciclica Caritas in veritate di Joseph A. Ratzinger
vi troviamo questa caratteristica.
Quella tradizione di pensiero a cui ho fatto
riferimento ha avuta un'importanza eccezionale nello sviluppo dei popoli
europei, tanto da dare all'Unione Europea di oggi uno dei suoi fondamentali
principi organizzativi, quello di sussidiarietà.
E, in particolare, i laici cristiani,
non più i sovrani cristiani federati con
i prìncipi religiosi, stanno ancora solvendo un ruolo rilevantissimo nella guida dei popoli europei. Tuttavia di questo non vi
è sufficientemente consapevolezza nelle masse
dei nostri fedeli e questo fondamentalmente per una grave insufficienza
nell'azione di didaché, di
spiegazione approfondita delle concezioni di fede e delle loro applicazioni
pratiche, e, in particolare, sociali. Forse ciò dipende dal fatto che con
maggiore difficoltà si riesce ad arrivare dal primo annuncio e dalla prima iniziazione catechistica allo stadio della didachè. Quest'ultimo comporta anche i
confrontarsi con una lunga storia, di popoli e di idee, che presente anche
aspetti dolorosi e addirittura sconvolgenti. Al modo degli antichi israeliti,
la vita delle nostre collettività religiose nelle società del loro tempo è
anche una storia di cadute, pentimenti, conversioni. Qualche volta, in una prospettiva marcatamente apologetica, di difesa ad oltranza della
religione, che può apparire affine alla pura propaganda,
si saltano a piè pari questi problemi e si preferisce indicare la via del ritorno alle origini, alla
contrapposizione antica Chiesa-mondo della
Palestina del primo secolo, a quelle prime nostre collettività religiose in cui
tutto questo problema del pensiero
sociale non c'era e la nostra fede risplendeva
nella società per una sorta di diversità etica che emanava (anche se
proprio nelle nostre scritture delle origini vengono poi narrate anche storie
di gravi lacerazioni). Si pone quindi a modello di una collettività laicale di
oggi una aggregazione in cui non si era sviluppato quel pensiero sociale che ha tanta rilevanza ha avuto nella storia
dell'Europa, tanto da produrre quella che, a volte nostalgicamente, viene
denominata civiltà cristiana.
Nell'ultima riunione del nostro gruppo, ad
un certo punto della riflessione sulle letture bibliche della Messa di domenica
prossima, ci si è chiesti che cosa penserebbero di noi, cristiani del Secondo
Millennio, i fedeli di cui si parla negli Atti
degli apostoli e si è concluso che penserebbero male di noi, perché troppo
poco diversi dagli altri in mezzo ai
quali viviamo. Con tutte le riserve che bisogna fare quando si fanno parlare i morti, io penso che invece non
la penserebbero così, perché, ad esempio, si troverebbero davanti una società,
quella della nostre Europa di oggi, in cui la
fede non è perseguitata e tutti
possono manifestarsi come cristiani e agire liberamente di conseguenza. Vi
pare poco?
C'è all'epoca nostra un problema di democratizzazione del pensiero che
riguarda le relazione tra fede e società civile, quest'ultima il terreno su cui
i laici sono chiamati primariamente ad impegnarsi, nel senso che, attraverso un
lavoro di formazione, che è tipico dell'Azione
Cattolica, la riflessione sulle responsabilità che, particolarmente nella
nostra Europa, si hanno come cristiani davanti alla storia delle civiltà, deve
essere fatta uscire dalle cattedrali e dalle università religiose per
coinvolgere (nuovamente) le masse dei fedeli laici, al modo in cui, in fondo,
con molta diffidenza da parte delle autorità religiose, si fece negli anni
'40-'60 del secolo scorso, in gran parte determinando poi la svolta epocale che
si produsse all'inizio degli anni '60. E' un lavoro che va quindi ripreso,
dopo essere stato messo un po' da parte negli ultimi tre decenni, nei quali,
come fattore unitario nel sociale, ha prevalso tra i fedeli l'afflato emotivo
verso personalità carismatiche più che la riflessione realistica sui problemi
dell'oggi.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli