giovedì 14 novembre 2013

Chiesa - mondo


Chiesa - mondo

Ci sono, nelle collettività umane, modi di pensare radicati in un'antica tradizione che, ad un certo punto, vengono accettati senza molto ragionarci su, fondamentalmente perché frutto di un lungo e persistente passato. Uno di questi riguarda la relazione tra la nostra collettività religiosa e il mondo. Prevede che da una parte vi sia una comunità di santi, nel senso di persone sinceramente animate da principi basati su concezioni soprannaturali con frutti nel campo dell'etica, e dall'altra parte il mondo, vale a dire la collettività animata da diversi principi e da una diversa etica, fondamentalmente dall'etica della violenza e dell'interesse personale. Questo modo di pensare ha forte radicamento evangelico. Le parole che lo esprimono sono infatti tratte dagli scritti sacri specificamente della nostra confessione religiosa. E tuttavia certi insegnamenti, che vengono ancora oggi presi come riferimento, vennero impartiti in contesto sociale e politico molto differente da quello in cui viviamo e, quindi, se applicati a quest'ultimo, senza alcun adattamento, possono far danno.
  La nostra confessione religiosa si affermò nel giudaismo dell'antica Palestina sotto occupazione romana. E si sviluppò inizialmente in quella parte del grande impero mediterraneo che dominava in quel tempo impregnata della cultura ellenistica. L'esigenza principale di quell'epoca era di resistere nel contrasto tra la tradizione religiosa da cui si era distaccato (e ancor oggi di questo distacco non si è presa, mi pare, piena coscienza), le altre tradizioni religiose all'epoca prevalenti nell'impero e il regime politico dominante, che da queste ultime tradizioni religiose derivava la propria legittimazione sacrale. Nonostante queste difficoltà il movimento religioso basato sugli insegnamenti del Nazareno si caratterizzò subito come esperienza  di massa, a differenza di molte altre simili aggregazioni che invece si strutturavano in piccoli gruppi ai quali si procedeva con particolari selezioni (movimenti iniziatici). Esso venne quindi incontro ad esigenze molto diffuse tra la gente della sua epoca, anche nel mondo ellenistico e, più in generale, tra i popoli dominati dall'antico impero mediterraneo. Come riferiscono le scritture sacre, esso attraeva in base a una sua particolare caratterizzazione etica, la dottrina veniva dopo ed era oggetto di spiegazioni (la catechesi, quella più concentrata, e la didachè, quella più estesa) che poi sfociavano in specifiche liturgie di accettazione e riconoscimento, in cui venivano assunti impegni reciproci di fedeltà. In quelle spiegazioni una parte importante avevano i ricordi dell'attività e degli insegnamenti del Maestro. Nel contatto con il mondo ellenistico e latino si svilupparono presto una dottrina e un pensiero  sociale, che non è la dottrina che così viene denominata a partire dall'Ottocento ma che furono determinata dalle medesime esigenze, vale a dire un pensiero, prettamente su base teologica, su quale dovesse essere l'atteggiamento dei fedeli rispetto alla istituzioni. Essi seguirono l'espansione delle nostre collettività religiose e vennero incontro alla necessità di spiegarsi i tempi nuovi. Bisogna dire che questo pensiero non era contenuto negli insegnamenti delle origini, fu quindi uno sviluppo culturale. Una grande opera che lo manifesta è La città di Dio  di Agostino d'Ippona (354-430 della nostra era), che è piena di storia contemporanea (dell'autore)  e antica, di considerazioni filosofiche e teologiche e di insegnamenti sociali. Essa ebbe notevolissimo influsso sul pensiero politico di marca confessionale e presenta l'opposizione tra una civiltà animata da principi religiosi e un'altra in preda all'azione del demonio. E tuttavia propose anche dei principi di conciliazione di questa frattura, nell'attesa del perfezionamento finale soprannaturale, mediante un miglioramento  dello spirito dei popoli e delle istituzioni che li governano.
"Si può partire però da un'altra definizione di popolo: «Il popolo è l'insieme degli esseri ragionevoli, associato nella concorde comunione delle cose che ama»; in tal caso, per conoscere la natura di ciascun popolo, bisogna guardare alle cose che esso ama. Tuttavia, indipendentemente dall'oggetto del suo amore, se c'è un insegnamento di creature razionali e non d'animali, unito dalla concorde comunione delle cose che esso ama, non è assurdo parlare di popolo; esso è tale in un senso più o meno buono, quanto più o meno buone sono le cose che fondano la sua concordia. Secondo questa nostra definizione il popolo romano è indubbiamente un popolo e il suo è indubbiamente uno stato. La storia attesta che cosa quel popolo amò alle origini e successivamente, e  sulla base di quali costumi abbia spezzato e corrotto la stessa concordia, che è in certo senso la salute del popolo, giungendo alle sommosse più sanguinose e da qui alle guerre sociali e civili; di tutto ciò abbiamo parlato molto nei libri precedenti. Non sarei comunque propenso ad affermare o che quello non sia un popolo, o che il suo non sia uno Stato, finché rimane in certo senso un insieme di esseri razionali, associato nella concorde comunione delle cose che ama. Ciò che ho detto di questo popolo e di questo Stato si può riferire anche agli Ateniesi, ai Greci, agli Egiziani o all'antica Babilonia degli Assiri, quando i loro Stati reggevano imperi più o meno grandi, e a qualsiasi altra nazione. In senso generale comunque la città degli empi, alla quale Dio non chiede d'essere obbedito allorché invita a scarificare a Lui soltanto, e nella quale perciò l'anima non comanda in modo retto e leale al corpo e la ragione ai vizi, manca la giustizia vera"
[Da La Città di Dio, libro 19°, n. 24, traduzione in italiano di Luigi Alici, Bompiani, 2010]
 Questa tradizione di pensiero si fondò molto, sul piano teologico, anche sugli scritti che la nostra confessione religiosa aveva acquisito, del resto su indicazioni espresse del Maestro il quale insegnò che neppure la minima delle sue lettere dovesse andare persa, dall'antico giudaismo e che oggi denominiamo come Antico Testamento. Lì appunto si trovavano le narrazioni di molte vicende relative a problemi di governi di stati che volevano essere ispirati a principi religiosi, alla degenerazioni ricorrenti dei costumi dei loro popoli e ai modi in cui ricostituire la rettitudine sociale e politica, fondamentalmente riscoprendo l'antica legge di santità. Questa tradizione accompagnò, con varie manifestazioni, vari orientamenti e varie applicazioni pratiche, tutta la storia  della nostra collettività religiosa ed è vivissima anche ai tempi nostri. Per riassumerne molto sommariamente il senso si può osservare che in modo ricorrente si passò dal modo della contrapposizione al modo della conciliazione e viceversa in applicazione di corrispondenti teologie politiche. Ad esempio, dagli anni '40 dell'Ottocento agli anni '20 del Novecento prevalse il modo della contrapposizione, successivamente si tentarono varie forme di conciliazione, alcune delle quali, in particolare quella con il regime fascista italiano e con altri regimi di analoga impostazione, sentite oggi come gravemente disonorevoli. Tutte le teologie politiche che fondarono questi modi di porsi verso la società civile del tempo in cui la nostra collettività religiosa viveva furono fondate su una considerazione abbastanza realistica dell'andamento storico contemporaneo, vagliato attraverso i principi religiosi desunti dalla tradizione di fede dei secoli passati e dall'interpretazione della scrittura sacre insegnata dal magistero. Se consideriamo un documento molto autorevole e normativo come l'enciclica Caritas in veritate di Joseph A. Ratzinger vi troviamo questa caratteristica.
 Quella tradizione di pensiero a cui ho fatto riferimento ha avuta un'importanza eccezionale nello sviluppo dei popoli europei, tanto da dare all'Unione Europea di oggi uno dei suoi fondamentali principi organizzativi, quello di sussidiarietà. E, in particolare, i laici cristiani, non più i sovrani cristiani federati con i prìncipi religiosi, stanno ancora solvendo un ruolo rilevantissimo nella guida  dei popoli europei. Tuttavia di questo non vi è sufficientemente consapevolezza nelle masse dei nostri fedeli e questo fondamentalmente per una grave insufficienza nell'azione di didaché, di spiegazione approfondita delle concezioni di fede e delle loro applicazioni pratiche, e, in particolare, sociali. Forse ciò dipende dal fatto che con maggiore difficoltà si riesce ad arrivare dal primo annuncio e dalla prima iniziazione catechistica allo stadio della didachè. Quest'ultimo comporta anche i confrontarsi con una lunga storia, di popoli e di idee, che presente anche aspetti dolorosi e addirittura sconvolgenti. Al modo degli antichi israeliti, la vita delle nostre collettività religiose nelle società del loro tempo è anche una storia di cadute, pentimenti, conversioni. Qualche volta, in una prospettiva marcatamente apologetica, di difesa ad oltranza della religione, che può apparire affine alla  pura propaganda, si saltano a piè pari questi problemi e si preferisce indicare la via del ritorno alle origini, alla contrapposizione antica Chiesa-mondo della Palestina del primo secolo, a quelle prime nostre collettività religiose in cui tutto questo problema del pensiero sociale non c'era e la nostra fede risplendeva  nella società per una sorta di diversità etica che emanava (anche se proprio nelle nostre scritture delle origini vengono poi narrate anche storie di gravi lacerazioni). Si pone quindi a modello di una collettività laicale di oggi una aggregazione in cui non si era sviluppato quel pensiero sociale che ha tanta rilevanza ha avuto nella storia dell'Europa, tanto da produrre quella che, a volte nostalgicamente, viene denominata civiltà cristiana.
 Nell'ultima riunione del nostro gruppo, ad un certo punto della riflessione sulle letture bibliche della Messa di domenica prossima, ci si è chiesti che cosa penserebbero di noi, cristiani del Secondo Millennio, i fedeli di cui si parla negli Atti degli apostoli e si è concluso che penserebbero male di noi, perché troppo poco diversi dagli altri in mezzo ai quali viviamo. Con tutte le riserve che bisogna fare quando si fanno parlare i morti, io penso che invece non la penserebbero così, perché, ad esempio, si troverebbero davanti una società, quella della nostre Europa di oggi, in cui la fede non è perseguitata e tutti possono manifestarsi come cristiani e agire liberamente di conseguenza. Vi pare poco?
  C'è all'epoca nostra un problema di democratizzazione del pensiero che riguarda le relazione tra fede e società civile, quest'ultima il terreno su cui i laici sono chiamati primariamente ad impegnarsi, nel senso che, attraverso un lavoro di formazione, che è tipico dell'Azione Cattolica, la riflessione sulle responsabilità che, particolarmente nella nostra Europa, si hanno come cristiani davanti alla storia delle civiltà, deve essere fatta uscire dalle cattedrali e dalle università religiose per coinvolgere (nuovamente) le masse  dei fedeli laici, al modo in cui, in fondo, con molta diffidenza da parte delle autorità religiose, si fece negli anni '40-'60 del secolo scorso, in gran parte determinando poi la svolta epocale che si produsse all'inizio degli anni '60. E' un lavoro che va quindi  ripreso, dopo essere stato messo un po' da parte negli ultimi tre decenni, nei quali, come fattore unitario nel sociale, ha prevalso tra i fedeli l'afflato emotivo verso personalità carismatiche più che la riflessione realistica sui problemi dell'oggi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli