Trasmettere l'etica religiosa
Da bambino la
religione mi fu presentata a catechismo come un sistema di regole sociali.
Nelle liturgie invece come un tramite con il soprannaturale. Queste due
dimensioni, che sono effettivamente compresenti nell'esperienza religiosa, non
erano ben integrate. Si era molto vicini a una svolta storica nelle concezioni
della nostra collettività di fede che si era prodotta all'inizio degli anni '60
del secolo scorso. Cominciavano ad esserci cose nuove, ma nell'iniziazione
religiose ci si rifaceva ancora ai metodi di prima. Quando poi tutto iniziò
veramente a cambiare, ci si sentì talvolta smarriti perché sembrò di non
comprendere più la logica, il senso, di
tutto ciò che si faceva. Eppure la correzione di rotta, che indubbiamente ci fu,
ci spinse a recuperare alcuni importanti principi delle origini, che emergono
con molta forza in quella parte delle nostre Scritture sacre che riflettono
l'esperienza delle prime collettività della nostra fede, dopo la morte del primo
Maestro.
Ai tempi nostri, per
reazione a ciò che fu fatto per secoli e che aveva mostrato certi effetti
negativi e certe distorsioni, si tende a dare meno importanza, come aspetto fondamentale
dell'esperienza religiosa, all'etica, vale a dire al sistema dei principi
condivisi in base ai quali si viene riconosciuti come persone di fede. Questo
per significare che la vera giustizia non è di questa Terra, fatto che
corrisponde all'esperienza comune, e che solo con un aiuto soprannaturale si
può tendere ad essa, vale a dire aderendo a degli assoluti che in qualche modo
non sono in linea al mondo così com'è, come va.
Eppure le nostre
decisioni etiche sono molto rilevanti nella fede. E questo anche in un periodo
come quello in cui viviamo in cui si assiste ad un veloce mutamento di
convinzioni e convenzioni sociali. Lo capiamo meglio quando, nell'età più
anziana, cominciamo a fare dei bilanci della vita passata. Di solito non si è
soddisfatti constatando di essersi limitati a seguire la corrente evitando di mettersi nei guai. In che cosa si è
manifestata la nostra fede se constatiamo che nulla è cambiato nel mondo, ad
opera nostra, mentre ci vivevamo dentro?
C'è una corrente di
pensiero che ritiene che, senza la fede, tutto sia permesso. L'esperienza storica
non conferma questa opinione. Non solo, in tutte le civiltà, da quella meno
evolute a quelle più sofisticate, si vive all'interno di un sistema di norme,
di regole sociali, molto preciso e autorevole, in cui è indifferente che si
aderisca o meno, in coscienza, a certi principi ma è centrale l'obbedienza
sotto minaccia di sanzione penale, ma, come si è purtroppo potuto constatare con la massima
evidenza nella nostra Europa nel secolo scorso, la nostra fede non ha
costituito, se non in misura molto limitata rispetto al male sociale in cui si
viveva, una vera remora a fatti gravissimi, come nel caso della decisione di discriminare
e poi di deportare e sterminare gli ebrei europei. Lo stesso può dirsi per i
conflitti, anche a sfondo religioso, che travagliarono, negli anni '90 del
secolo scorso, la Bosnia e il Kosovo.
Un altro filone di
pensiero concepisce la religione come un elemento costitutivo di un sistema di
etica civile, quindi come un puntello soprannaturale delle regole che sono
imposte negli stati. E' il sistema dell'alleanza tra trono e altare che indubbiamente ha funzionato per
millenni e che ha costituito ciò che ricordiamo, a volte con una qualche
nostalgia, come la civiltà cristiana.
Ai tempi nostri si
preferisce, se ho ben capito, presentare l'etica religiosa nel suo aspetto di critica sociale, che
certamente ha sempre avuto, anche se in modi diversi da quelli contemporanei:
per certi versi viviamo esperienze mai vissute prima dall'umanità. Come figura
esemplare di questo modo di pensare possiamo considerare la figura di Francesco
d'Assisi. Nella società c'è molta sofferenza e l'animo religioso non si vuole
rassegnare ad essa, ma capisce che il problema sovrasta le sue forze di
intervento. Ecco che allora presta ascolto alla fede che dice che questo mondo
in cui viviamo è frutto di decadenza e che è bisognoso di redenzione, di
salvazione. Non bisogna però far conto solo sulle proprie forze, perché
l'Eterno creatore di tutto non ha abbandonato l'opera sua a un destino di
rovina, ma la sta trascinando verso di sé, in un disegno provvidenziale. Non
spetta a noi produrre il compimento beato, ma solo di anticiparlo nelle nostre
vite, convertendoci sulla strada indicata dal Maestro.
Non so con precisione
che cosa si insegni oggi ai bambini del catechismo su questo argomento. Un
genitore dovrebbe esserne informato. Penso che nell'insegnare l'esame di coscienza, un esercizio fondamentale
nella vita di fede, abbiano ancora abbastanza importanza, ad esempio, le
mancanze verso i genitori e altre cose che, socialmente non accettate e addirittura
temute, caratterizzano l'esperienza di vita dei più piccoli. Credo tuttavia che
l'aspetto dell'ossequio acritico all'autorità naturale ceda il passo
all'inserimento della vita etica in un contesto di benevolenza verso il
prossimo, caratterizzato in un'ottica religiosa, vale a dire di apertura verso
orizzonti più ampi di quelli familiari. Spesso tuttavia non si ha tempo di
approfondire perché, crescendo, i ragazzi non vanno più in chiesa o, se ci
vanno, sono distratti da altre cose che prendono molto in certe età della vita.
Di modo che capita che, da adulti, si concepisca l'etica religiosa un po' solo
come un presidio genitale, con tutto
ciò che ne consegue. Poi, siccome questo sembra un po' poco, alla fine quando
ci si accosta al sacramento della Confessione/Penitenza/Riconciliazione (i vari
nomi con cui è conosciuto tra la gente
indicano un certo slittamento di accentuazione che storicamente si è avuto) non
si sa nemmeno che cosa dire al prete e, soprattutto, perché dirlo.
Eppure il male c'è
nella vita degli esseri umani, questa è esperienza comune, e ciascuno di noi ne
è corresponsabile, e pure questa è esperienza comune, anche se si preferisce,
come è scritto nel Vangelo, puntare l'attenzione su quello di cui sono causa
gli altri. Rendersene conto realisticamente e onestamente e soffrirne
sinceramente significa crescere.
Non ho avuto problemi
nel tramandare la nostra etica alle mie figlie, perché mi è venuto naturale, ma
il contesto in cui ciò è avvenuto non
può essere generalizzato come via comune. Quando erano molto piccole mi sono
ammalato gravemente e loro, nel crollo fisico della figura paterna, sono
cresciute molto prima degli altri, sono diventate presto adulte, sono state
responsabilizzate, hanno dovuto prendersi cura di un altro ad un'età in cui le
loro coetanee non erano obbligate a farlo. E mi pare che poi abbiano assorbito
un po' della religiosità che io ho sviluppato in quei tempi difficili, ai quali
sono sopravvissuto discretamente restaurato, che è appunto centrata non
sull'accettazione del male in cui si vive, considerato realisticamente e
sinceramente per quello che è, vale a
dire "male", ma sulla speranza di salvezza futura accreditata dal
constatare che già nell'oggi una consolazione
è possibile ed essa ci viene da una
benevolenza che si riceve e alla quale, non essendo fondata sulla constatazione
di come vanno le cose, perché esse vanno male, deve riconoscersi fondamento
soprannaturale.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma,
Monte Sacro, Valli