lunedì 14 ottobre 2013

Le ragioni dell'allontanamento dei più giovani


Le ragioni dell'allontanamento dei più giovani

 
Un genitore deve mettere in preventivo che i figli dopo la Prima Comunione possano disaffezionarsi alla vita di chiesa. Diventa faticoso convincerli ad andare in parrocchia. A volte può accadere di non riuscire neanche a condurli alla Cresima. A scuola diventano turbolenti durante l'ora di religione. Possono anche cominciare a manifestare una ostentata ostilità verso tutto ciò che riguarda la fede religiosa. E' esperienza comune. Allora c'è un rimando responsabilità tra la parrocchia e le famiglie che si accusano a vicenda di essere state la causa di tutto. Le famiglie sostengono che in parrocchia si è stati troppo rigidi, bigotti; la parrocchia accusa le famiglie di non aver dato buoni esempi e di aver impartito, per quieto vivere, un'educazione lassista, non esercitando come si deve l'autorità genitoriale. Alla fine tutti ce la si prende con i tempi in cui viviamo, che sarebbero tanto peggiori di quelli di prima. Ma questo non migliora la situazione.
 Per come la vedo io, una generazione la si comprende veramente solo quando se ne fa parte. Questo era particolarmente vero quando io fui adolescente, negli anni '70 del secolo scorso. All'epoca noi giovani avevamo veramente l'impressione di vivere in un altro mondo rispetto a quello degli adulti. Oggi noto una maggiore omogeneità tra le diverse classi d'età, ma in senso opposto a quello che vedevo da bambino nella società in cui ero immerso: a quel tempo i più giovani cercavano di apparire più grandi d'età, oggi è l'inverso. Questo si nota in particolare nell'abbigliamento, che è un indicatore importante dei fenomeni d'evoluzione delle culture umane.  I più anziani hanno adottato il modo di vestire dei più giovani.  Ma non solo in questo li imitano.
 Facendo appello ai miei ricordi lontani devo dire che la scelta di staccarsi dalla frequentazione della chiesa non era in genere, negli  scorsi anni '70, una scelta di anticonformismo, come altre che si facevano in quegli anni, ad esempio proprio nel modo di vestire o nei primi rapporti d'amore. In realtà in quegli anni era semplicemente ritenuto sconveniente, in particolare per i maschi, essere troppo religiosi. Non si trattava di un portato della controcultura giovanile, ma di una convinzione molto diffusa anche tra gli adulti, in particolare tra gli uomini. La religiosità si fermava al livello dell'iniziazione religiosa infantile e non si riteneva veramente necessario, nella considerazione della maggior parte della gente, andare oltre. Quest'idea era abbastanza risalente nel tempo. Più o meno nella stessa forma la si ritrova fin dall'Ottocento. Ma anche nei secoli precedenti ve ne erano state versioni simili. L'approfondimento religioso e l'adozione di stili di vita in tutto più coerenti alla fede venivano considerate cose da preti, monache e monaci, suore e frati, diciamo per chierici. Questi ultimi vivevano la propria condizione di vita in una maniera separata, anche giuridicamente, dal resto dei fedeli.
 Dagli anni '60 nella Chiesa si cominciò a pensarla diversamente. Si pensò che tutti fossero chiamati a crescere nella fede, anche i laici. L'Azione Cattolica, in particolare, si sentì particolarmente impegnata in questo lavoro di formazione e mutò profondamente la propria ideologia costitutiva che, fino ad allora, la vedeva impegnata essenzialmente a difendere nella società civile le ragioni, gli insegnamenti e l'autorità dei capi religiosi attraverso una mobilitazione delle masse. L'approfondimento religioso, ad esempio attraverso la buona stampa, era finalizzato a questo. Ciò diede particolare visibilità alla differenza tra due modi di intendere l'impegno religioso, quello che impegnava a crescere nella fede, approfondendola e adottando stili di vita coerenti, e quello tradizionale, che riteneva sufficiente, in religione, il modo di vedere le cose  imparato da bambini, perché, per il resto, gli adulti dovevano seguire le costumanze degli adulti. Tra queste due esperienze ci fu poca comunicazione e la situazione si cristallizzò nei due fronti dei progressisti  e dei tradizionalisti. Bisogna dire che il nuovo ruolo che una parte del laicato voleva svolgere non fu sempre accettato di buon grado dal clero, che ancora a volte era solito valutare il successo dell'azione religiosa dal numero delle ostie consacrate distribuite nelle messe domenicali. I giovani, negli anni '70, apparivano abbastanza sensibili ai discorsi che si facevano su un maggiore impegno per rendere le società in cui vivevano maggiormente conformi a grandi principi umanitari, molti dei quali avevano uno specifico fondamento religioso. Poiché questa propensione era spesso vista con sospetto in parrocchia, allora cercavano altre forme e luoghi per metterla in pratica. Uno dei settori a cui ci si rivolgeva era quello dell'attività politica. Questo era dunque lo schema ideologico secondo cui agiva parte dei  giovani: si voleva cambiare la società in meglio e poiché la Chiesa si poneva in genere nel fronte conservatore la si abbandonava. Poi c'era l'altra parte che riteneva sufficiente in religione ciò che si era imparato per la Prima Comunione e che però, con queste idee, non veniva più veramente accettata in parrocchia, perché la Chiesa aveva cominciato a volere di più da fedeli. Queste, secondo la mia esperienza, le cause della crisi che nella Chiesa si visse in quel periodo storico.
 Com'è che vanno le cose oggi fra i giovani? Francamente non lo so. Uno di cinquantasei anni come me è praticamente invisibile per un adolescente, salvo che per i suoi figli. Non c'è una vera comunicazione con le nuove generazioni, nella fase immediatamente successiva alla prima iniziazione religiosa. L'unico modo che i genitori hanno per capirne qualcosa è di confrontare le rispettive esperienze riguardanti i loro figli. In questo sta la grande utilità di incontro tra genitori sull'educazione religiosa dei figli. Altrimenti ci si deve affidare ad idee approssimative, spesso basate su pregiudizi e su eclatanti apparenze che non sempre corrispondono veramente a realtà interiori, tipo, parafrasando un titolo di una canzone degli anni '70, i giovani come preda di  sex & drugs & rock & roll.
  Per quanto si noti un grande afflusso di giovani ad alcune manifestazioni religiose di massa, in genere mi pare di notare ancora una certa difficoltà a trattenerli in parrocchia dalla pubertà in poi. Probabilmente a questo corrisponde l'oblio di certe cose fondamentali in religione, che però non ci vuole molto  a recuperare, e l'abbandono della vita di preghiera, che invece mi pare  molto, molto, più difficile da restaurare. Pregare non  è come andare in bicicletta, che quando si impara non si scorda più: c'è effettivamente la possibilità, anche per chi ha avuto una buona iniziazione religiosa, di non riuscire più a farlo e di non sentire neppure più la necessità di farlo. Arriva il momento in cui non  ci si ricorda più delle prime formule di preghiera apprese da bambini: il Padre Nostro, l'Ave Maria. Rimane, forse, solo una certa vaga nostalgia, che riaffiora in periodi dell'anno ancora caratterizzati da feste religiose.
 E' possibile fare qualcosa per evitare il peggio? Io penso di sì, anche se non si deve avere fretta. Il lavoro sulle persone dura quanto tutta la loro vita. E' in fondo ciò che caratterizza il mestiere del genitore. Un figlio è per tutta la vita.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli