Le ragioni dell'allontanamento dei più giovani
Un genitore deve mettere in preventivo che i figli dopo la
Prima Comunione possano disaffezionarsi alla vita di chiesa. Diventa faticoso
convincerli ad andare in parrocchia. A volte può accadere di non riuscire
neanche a condurli alla Cresima. A scuola diventano turbolenti durante l'ora di
religione. Possono anche cominciare a manifestare una ostentata ostilità verso
tutto ciò che riguarda la fede religiosa. E' esperienza comune. Allora c'è un
rimando responsabilità tra la parrocchia e le famiglie che si accusano a vicenda
di essere state la causa di tutto. Le famiglie sostengono che in parrocchia si
è stati troppo rigidi, bigotti; la parrocchia accusa le famiglie di non aver dato
buoni esempi e di aver impartito, per quieto vivere, un'educazione lassista,
non esercitando come si deve l'autorità genitoriale. Alla fine tutti ce la si
prende con i tempi in cui viviamo, che sarebbero tanto peggiori di quelli di
prima. Ma questo non migliora la situazione.
Per come la vedo io,
una generazione la si comprende veramente solo quando se ne fa parte. Questo
era particolarmente vero quando io fui adolescente, negli anni '70 del secolo
scorso. All'epoca noi giovani avevamo veramente l'impressione di vivere in un
altro mondo rispetto a quello degli adulti. Oggi noto una maggiore omogeneità
tra le diverse classi d'età, ma in senso opposto a quello che vedevo da bambino
nella società in cui ero immerso: a quel tempo i più giovani cercavano di
apparire più grandi d'età, oggi è l'inverso. Questo si nota in particolare
nell'abbigliamento, che è un indicatore importante dei fenomeni d'evoluzione
delle culture umane. I più anziani hanno
adottato il modo di vestire dei più giovani.
Ma non solo in questo li imitano.
Facendo appello ai
miei ricordi lontani devo dire che la scelta di staccarsi dalla frequentazione
della chiesa non era in genere, negli
scorsi anni '70, una scelta di anticonformismo, come altre che si
facevano in quegli anni, ad esempio proprio nel modo di vestire o nei primi
rapporti d'amore. In realtà in quegli anni era semplicemente ritenuto
sconveniente, in particolare per i maschi, essere troppo religiosi. Non si trattava di un portato della controcultura
giovanile, ma di una convinzione molto diffusa anche tra gli adulti, in particolare
tra gli uomini. La religiosità si fermava al livello dell'iniziazione religiosa
infantile e non si riteneva veramente necessario, nella considerazione della
maggior parte della gente, andare oltre. Quest'idea era abbastanza risalente
nel tempo. Più o meno nella stessa forma la si ritrova fin dall'Ottocento. Ma
anche nei secoli precedenti ve ne erano state versioni simili. L'approfondimento
religioso e l'adozione di stili di vita in tutto più coerenti alla fede
venivano considerate cose da preti, monache e monaci, suore e frati, diciamo
per chierici. Questi ultimi vivevano la propria condizione di vita in una
maniera separata, anche giuridicamente, dal resto dei fedeli.
Dagli anni '60 nella
Chiesa si cominciò a pensarla diversamente. Si pensò che tutti fossero chiamati
a crescere nella fede, anche i laici. L'Azione Cattolica, in particolare, si
sentì particolarmente impegnata in questo lavoro di formazione e mutò
profondamente la propria ideologia costitutiva che, fino ad allora, la vedeva
impegnata essenzialmente a difendere nella società civile le ragioni, gli
insegnamenti e l'autorità dei capi religiosi attraverso una mobilitazione delle
masse. L'approfondimento religioso, ad esempio attraverso la buona stampa, era finalizzato a questo.
Ciò diede particolare visibilità alla differenza tra due modi di intendere
l'impegno religioso, quello che impegnava a crescere nella fede,
approfondendola e adottando stili di vita coerenti, e quello tradizionale, che
riteneva sufficiente, in religione, il modo di vedere le cose imparato da bambini, perché, per il resto,
gli adulti dovevano seguire le costumanze degli adulti. Tra queste due
esperienze ci fu poca comunicazione e la situazione si cristallizzò nei due
fronti dei progressisti e dei tradizionalisti.
Bisogna dire che il nuovo ruolo che una parte del laicato voleva svolgere non
fu sempre accettato di buon grado dal clero, che ancora a volte era solito
valutare il successo dell'azione religiosa dal numero delle ostie consacrate
distribuite nelle messe domenicali. I giovani, negli anni '70, apparivano
abbastanza sensibili ai discorsi che si facevano su un maggiore impegno per rendere le società in cui
vivevano maggiormente conformi a grandi principi umanitari, molti dei quali
avevano uno specifico fondamento religioso. Poiché questa propensione era
spesso vista con sospetto in parrocchia, allora cercavano altre forme e luoghi
per metterla in pratica. Uno dei settori a cui ci si rivolgeva era quello
dell'attività politica. Questo era dunque lo schema ideologico secondo cui
agiva parte dei giovani: si voleva
cambiare la società in meglio e poiché la Chiesa si poneva in genere nel fronte
conservatore la si abbandonava. Poi c'era l'altra parte che riteneva
sufficiente in religione ciò che si era imparato per la Prima Comunione e che
però, con queste idee, non veniva più veramente accettata in parrocchia, perché
la Chiesa aveva cominciato a volere di più da fedeli. Queste, secondo la mia
esperienza, le cause della crisi che nella Chiesa si visse in quel periodo
storico.
Com'è che vanno le
cose oggi fra i giovani? Francamente non lo so. Uno di cinquantasei anni come
me è praticamente invisibile per un adolescente, salvo che per i suoi figli. Non
c'è una vera comunicazione con le nuove generazioni, nella fase immediatamente
successiva alla prima iniziazione religiosa. L'unico modo che i genitori hanno
per capirne qualcosa è di confrontare le rispettive esperienze riguardanti i loro
figli. In questo sta la grande utilità di incontro tra genitori sull'educazione
religiosa dei figli. Altrimenti ci si deve affidare ad idee approssimative,
spesso basate su pregiudizi e su eclatanti apparenze che non sempre corrispondono
veramente a realtà interiori, tipo, parafrasando un titolo di una canzone degli
anni '70, i giovani come preda di sex & drugs & rock & roll.
Per
quanto si noti un grande afflusso di giovani ad alcune manifestazioni religiose
di massa, in genere mi pare di notare ancora una certa difficoltà a trattenerli
in parrocchia dalla pubertà in poi. Probabilmente a questo corrisponde l'oblio
di certe cose fondamentali in religione, che però non ci vuole molto a recuperare, e l'abbandono della vita di
preghiera, che invece mi pare molto,
molto, più difficile da restaurare. Pregare non
è come andare in bicicletta, che quando si impara non si scorda più: c'è
effettivamente la possibilità, anche per chi ha avuto una buona iniziazione
religiosa, di non riuscire più a farlo e di non sentire neppure più la
necessità di farlo. Arriva il momento in cui non ci si ricorda più delle prime formule di
preghiera apprese da bambini: il Padre
Nostro, l'Ave Maria. Rimane,
forse, solo una certa vaga nostalgia, che riaffiora in periodi dell'anno ancora
caratterizzati da feste religiose.
E' possibile fare
qualcosa per evitare il peggio? Io penso di sì, anche se non si deve avere
fretta. Il lavoro sulle persone dura quanto tutta la loro vita. E' in fondo ciò
che caratterizza il mestiere del genitore. Un figlio è per tutta la vita.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma,
Monte Sacro, Valli