Religiosità come manifestazione sociale dell'animo umano
In dottrina si parte
dal presupposto che ogni essere umano sia capace di intendere un discorso
religioso. Ai nostri giorni sento però dire anche che la gente, in Occidente,
vale a dire nelle parti del mondo in cui gli europei sono ancora un modello
sociale di riferimento, dà poca
importanza a queste cose, vi si interessa molto meno di un tempo, è diventata indifferente.
Nelle antiche culture asiatiche e africane, espresse anche in Occidente dai migranti
intercontinentali, sembra che invece tutto sia un po' come prima. Da un punto
di vista ideologico si interpreta ciò come una conseguenza di una maggiore
importanza che in Occidente si dà alla razionalità come fondamento delle
convinzioni personali e sociali. Si è passati, si osserva, da fantasie sociali
alla presa d'atto realistica di come funzionano effettivamente il mondo e gli
esseri umani, come organismi biologici e sociali, in esso. Poi però vediamo che
in Occidente persone di grande cultura e razionalità si mostrano sensibili al
fatto religioso.
In realtà, per come
la vedo io, il punto di partenza della religiosità non è costituito da fantasie,
ma da una realistica considerazione della situazione degli esseri umani e,
innanzi tutto, del loro essere limitati e soggetti alle dinamiche della natura.
Sotto un certo aspetto, le pretese umane di autosufficienza possono essere
messe facilmente in ridicolo. Ecco dunque che l'Uomo, il quale vorrebbe ergersi
a supremo regolatore dell'universo, fa due piani di scale in salita a casa sua
e già ha il fiatone.
La nostra vita è
soggetta a potenze naturali e sociali che ci sovrastano. Le troviamo già sui
troni quando nasciamo. Esse operano anche nel nostro proprio organismo: ci
sentiamo vivere, ma questa nostra vita biologica non dipende da noi se non in
minima parte. Ci prendiamo cura del nostro corpo, lo nutriamo, lo proteggiamo,
lo copriamo, ma è come se lo abitassimo, funziona da sé, e da sé ad un certo
punto decide di non funzionare più, e, in fin dei conti, non ci si può fare
nulla. Anche le organizzazioni sociali umane presentano questi aspetti. Le
troviamo già belle e fatte, come il
firmamento e l'ambiente che ci circonda, ed esse ci dominano, che lo vogliamo o
no. Gli esseri umani, fin dall'antichità preistorica, hanno spiritualizzato
queste esperienze dando loro dei nomi. Questo consentiva di spiegarne il senso,
umanizzandole. Le potenze preesistevano, i nomi no. Per gli antichi ogni
potenza era manifestazione di un dio. Il sole, la luna, le stelle, i monti, le
fonti, i corsi d'acqua, i mari, le forze interne della Terra, il vento, il
tuono, le piogge, gli alberi e le altre piante, gli animali, le etnie e le
dinastie umane e via dicendo, fino ad arrivare alla fortuna e al destino. Di fronte a queste potenze
spiritualizzate erano possibili due atteggiamenti: quello religioso e quello
magico. Il primo consisteva nel cercare di capire lo spirito di quelle potenze
e di entrare in contatto con esso come con una persona, il secondo nel prendere
il controllo di quelle potenze mediante certi rituali e formule.
L'atteggiamento religioso è stato da sempre un fatto sociale, una reazione
collettiva ai limiti del singolo essere umano e un tentativo di porvi rimedio.
Le religioni si apprendono e poi si interiorizzano. La dimensione sociale della
religiosità ha avuto una grandiosa conferma storica in Europa, dove le antiche
e affermate religioni degli antichi romani e greci furono completamente
soppiantate dal cristianesimo, tanto che spesso si considerano i tempi
precristiani come un'era pagana, nel
senso di non religiosa. Questo trapasso non è stato repentino, come a volte si
tende a credere, ma è durato almeno sette secoli, quattro prima della nostra
era e tre dopo. In particolare, nell'antica Grecia il progresso speculativo
aveva portato a una generale insoddisfazione verso l'eccessiva umanizzazione
delle potenze deificate, le cui relazioni e influssi erano spiegati facendo un
riferimento ai moventi umani (ad esempio: amore carnale, invidia, rabbia) che
ad un certo punto fu considerato sconveniente. Quando il cristianesimo
primitivo cominciò a diffondersi, sulle vie della diaspora giudaica che lo
portarono prima in Grecia e poi a Roma, il centro del grande impero
mediterraneo di quell'epoca, trovò un ambiente sociale particolarmente
favorevole e ricettivo. E le persecuzioni, allora? Quelle vennero dalle
autorità, perché anche il potere politico era una delle potenze deificate verso
le quali quell'insoddisfazione di cui ho parlato si rivolgeva.
Il cristianesimo fin dalle origini si distinse dalle religioni
di tipo primitivo perché negava la spiritualizzazione delle potenze naturali e
sociali. Ma questa caratteristica, che si esprimeva in una concezione monoteistica, la derivò dal giudaismo
antico, del quale adottò tutti gli scritti da esso ritenuti fondativi e alcuni
altri e poi alcune concezioni, alcune narrazioni, alcuni miti, alcuni riti. Il
contatto con la cultura ellenistica lo trasformò profondamente e gli impresse
la straordinaria dinamica universalistica che tuttora lo denota. Il processo di
separazione del cristianesimo dal giudaismo delle origini fu molto rapido, durò
solo alcuni decenni, e fu estremamente traumatico, fino a generare, già dal
primo secolo della nostra era, conflitti sociali violenti. Il giudaismo rifiutò
e ancora oggi rifiuta di farsi soppiantare dal cristianesimo. Esso si evolse
parallelamente al cristianesimo. L'antigiudaismo delle origini segnò
profondamente il cristianesimo e si espresse in una ostilità che cessò solo
molto recentemente, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso per i
cattolici. I cattolici, in particolare dal Grande Giubileo dell'Anno 2000, stanno
vivendo il ripudio dell'antigiudaismo e il pentimento per l'ostilità e le
persecuzioni che ne derivarono come una esperienza di conversione, recuperando
in tal modo alcune delle loro antiche radici culturali.
Il rifiuto di
deificare le potenze naturali e sociali rende oggi compatibile il cristianesimo
con le concezioni moderne del mondo, basate sui progressi scientifici. Al
centro del cristianesimo c'è un'etica basata sulla compassione per le
sofferenze degli esseri umani. Essa porta a considerare imperfetti la natura e
i fatti sociali in quanto generano quelle sofferenze. E' un'etica di salvezza,
perché si propone di salvare gli esseri umani da potenze naturali e sociali
avverse. Il cristianesimo è una religione perché non pensa che gli esseri umani
si possano salvare con le loro proprie forze, si basa ancora quindi sulla
concezione degli umani come esseri limitati,
e perché pensa che la spiegazione del senso della natura risieda al di fuori e
al di sopra di essa. Non è una religione dell'osservazione, perché nella sua concezione il soprannaturale non è visibile: è invece una religione
dell'ascolto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli