domenica 20 ottobre 2013

Le chiavi del Regno


Le chiavi del Regno

 
 "Le chiavi del Regno" è un bel romanzo di Cronin, ambientato nella Cina di tanti anni fa, che tratta dell'impegno missionario. Ne consiglio la lettura a coloro che pensano di essere pronti per quel lavoro o che già lo stanno facendo. Quel titolo mi è venuto alla mente leggendo di una predica proprio sul tema delle "chiavi" tenuta da un sacerdote  di Roma, ma venuto da lontano, nella chiesa di Santa Marta, nei pressi del rione Borgo.
  Dunque, fin dalle origini abbiamo la consapevolezza di potere influire in vari modi, nei vari ruoli che ricopriamo nella nostra vita, sull'adesione degli altri alla fede. La possiamo facilitare o ostacolare, così come possiamo favorirne la crescita o provocarne addirittura la fine. Questa è stata da sempre sentita come una grave responsabilità, anche tenendo conto della dinamica fortemente missionaria  della nostra collettività, che in ciò si differenziò molto dal giudaismo delle origini. Riteniamo infatti nostro dovere suscitare attivamente nuove adesioni che però per non si mantengano solo a livello emotivo o intellettuale, di simpatia e condivisione di concetti e principi, ma riguardino anche una vita comunitaria, un impegno più stringente, un coinvolgimento più forte, passando dal piano delle idee a quello delle relazioni personali con una collettività. Nei due millenni della nostra fede questo ha creato vari seri problemi, quando si tentò di diffondere o di difendere la fede con la forza, ciò che ai tempi nostri abbiamo ripudiato ritenendolo contrario ai principi supremi. E parlando di "problemi" non rendo bene l'idea e devo aggiungere, in spirito di verità, che vi furono guerre sanguinose e addirittura, nella conquista delle Americhe, delle stragi che si avvicinarono a un genocidio, anche se l'intenzione manifesta, almeno per quanto riguarda l'aspetto religioso, non era sicuramente quella di fare un genocidio e gli stragisti, benché si facessero scudo della religione, erano prevalentemente mossi da volontà predatoria. Non potremmo semplicemente ripudiare quelle brutte storie e, in tal modo, distaccarcene, ricominciando da capo? Purtroppo non è così semplice, anche se questo lavoro di distacco  è effettivamente in corso e si chiama purificazione della memoria, l'espressione introdotta dal Papa Giovanni Paolo II nella fase di indizione e preparazione del Grande Giubileo dell'Anno 2000. Infatti, poiché per noi è essenziale stabilire una continuità tra l'era nostra e quella delle origini, una continuità non solo ideale ma anche fatta di relazioni personali tra generazioni, di un mandato che passa da chi c'è prima a chi viene dopo, attraverso la storia,  per cui la missione non ce l'inventiamo noi ma appunto riteniamo di essere inviati e per così dire legittimati da chi c'era prima, allora bisogna riconoscere che quella storia è ancora la nostra storia, per cui, per quanto non se ne sia personalmente responsabili poiché si è venuti dopo, si sente nondimeno la necessità, per andare avanti, di pentircene e di proclamare solennemente dei mai più, ciò che è stato fatto solennemente, nella giornata della richiesta del perdono celebrata in quell'Anno Santo di cui ho detto, il 12 marzo 2000, sotto la guida di quel Papa.
 Si pensa in genere che solo il clero detenga quel potere delle chiavi e dal punto di vista del diritto canonico, della legge che si è data la nostra organizzazione religiosa (dalla quale bisogna saper distinguere i principi supremi che invece riteniamo di aver ricevuto dall'alto, benché ci si sia sempre sforzati di ispirare quella legge a questi principi), è così. Di fatto però quel potere  è anche, nelle relazioni con gli altri, nelle mani di tutti noi, ad esempio dei genitori verso i figli, ma anche, ad un certo punto, viceversa, o del catechista nei confronti dei suoi alunni, del capo di un gruppo nei confronti degli altri aderenti e, infine, del semplice fedele nei confronti degli altri fedeli. Insomma una collettività, anche una collettività religiosa, ha, di fatto, il potere, anche a prescindere dalla volontà dei suoi capi e addirittura dei principi ai quali si ispira, di accogliere  o di escludere, anche se, nel caso di una collettività religiosa che decida  al di là dei principi e delle regole, non è  sicuro che ciò che viene determinato sulla Terra venga poi ratificato nei Cieli.
 Ora, bisogna dire che le dimensioni dell'accogliere  e dell'escludere sono state sempre compresenti nella vita della nostra collettività religiosa, del resto sulla base delle nostre stesse Scritture sacre, quindi dei fondamenti. Operativamente, passando quindi alle indicazioni pratiche, in passato si pose molto l'accento sull'escludere coloro che sbagliavano, anche se poi si facevano ponti d'oro ai pentiti; oggi invece si pone molto l'accento sull'accogliere, in particolare come reazione ad eccessi che ci sono stati e in special modo come direttiva nella vita quotidiana delle nostre comunità e nei rapporti con coloro che ne consideriamo per vari motivi distanti, lontani. E poi, per quanto riguarda noi fedeli laici, bisogna tener conto che in realtà l'esclusione non ci compete, perché le decisioni in materia, secondo le regole che ci siamo impegnati a obbedire, spettano a ministri ordinati, per cui essa, se prodotta da altre persone, è addirittura un arbitrio e un'usurpazione.
 Ma, mi può essere obiettato, come la mettiamo con quelle parti delle Scritture che ci fanno obbligo, sotto pena di essere trattati come lui nel giudizio finale, di richiamare chi sbaglia, segnalandogli l'errore, e che ci spingono (si veda, su questo stesso blog, la seconda lettura della Messa di oggi) a insistere al momento opportuno e non opportuno, ammonire, rimproverare, esortare? E' vero, sta scritto questo, ma osservo che  sta anche scritto che tutto deve essere fatto con ogni magnanimità e insegnamento (in greco: didachè), il che, per come la vedo io, significa non sferrare randellate teologiche, maneggiando disinvoltamente e confusamente concetti piuttosto sofisticati, sulle teste di coloro che, per vari motivi, ci sono antipatici e soprattutto significa, per come credo di aver capito, che si deve agire secondo quello spirito di benevolenza (espresso dalle parole greche, usate negli scritti sacri che riflettono le prime esperienze della nostra fede, agàpe, filìa, coinonìa che vogliono intendere che, per quanto possiamo pensarla diversamente e sbagliare nell'agire, ci vogliamo sempre bene, miriamo a un fine comune e, a sera, siamo sempre disposti a una bella cena insieme; ci proponiamo quindi che i dissapori tra di noi non vadano al giorno dopo) che, come ci è stato insegnato, deve sempre caratterizzare la nostra vita comune perché manifesta agli altri l'effetto della nostra fede. Noi, per come la vedo io, non siamo autorizzati a cercare ricostruire le vite degli altri secondo le nostre personali, sempre limitate, concezioni del bene e del male e ad escludere  gli altri se fanno resistenza. La conversione degli altri non è opera nostra, ma opera dall'alto. Non è così? A volte, per come ho osservato, mi pare che presumiamo un po' troppo da noi stessi quando, nelle nostre comunità, tagliamo i panni addosso agli altri. Ho sentito che poi i sacerdoti se ne lamentano e ci rimproverano per questo, per tutte le chiacchiere cattive che ci facciamo addosso gli uni gli altri. Chi siamo noi per giudicare? Siamo proprio sicuri della nostra dottrina e, soprattutto, di avere la competenza per interferire nei delicati processi psicologici dello spirito umano? Non è che poi, talvolta, ci lasciamo dietro solo macerie umane, che altri, faticosamente e amorevolmente, secondo quello spirito veramente evangelico che a noi è mancato, dovranno cercare di sanare?
 Noi dobbiamo proporci di non maltrattare il santo popolo di Dio, è stato detto in quella predica da cui sono partito. E per questo, ha consigliato quel sacerdote, dobbiamo proporci di curare di più la nostra interiorità di fede, in particolare nella preghiera, per essere trasformati dalla fede invece di trasformare quest'ultima in una nostra particolare ideologia moralistica, estranea all'eterno e soprannaturale fondamento di tutto.
 Non vi nascondo che anch'io  personalmente mi sono sentito tirato per le orecchie. Quanta presunzione ho riscontrato talvolta in ciò che ho scritto, leggendolo qualche tempo dopo! E' per questo che quasi sempre, quando affronto specificamente argomenti di fede, invito tutti alla prudenza nell'accogliere le mie parole, a verificare personalmente, criticamente, in particolare leggendo scritti più autorevoli, specialmente quelli del nostro magistero ecclesiale, la correttezza di ciò che ho sostenuto. Lo faccio anche qui, adesso. Ed è anche per questo che utilizzo con molta parsimonia espressioni e concetti propri della teologia, che sono stati oggetto di definizioni molto precise e che vanno utilizzati solo in senso proprio, perché altrimenti possono anche fare molto male.
 In coscienza mi propongo di evitare il peccato di esclusione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli