Le chiavi del Regno
"Le chiavi del
Regno" è un bel romanzo di Cronin, ambientato nella Cina di tanti anni fa,
che tratta dell'impegno missionario. Ne consiglio la lettura a coloro che
pensano di essere pronti per quel lavoro o che già lo stanno facendo. Quel
titolo mi è venuto alla mente leggendo di una predica proprio sul tema delle
"chiavi" tenuta da un sacerdote
di Roma, ma venuto da lontano, nella chiesa di Santa Marta, nei pressi
del rione Borgo.
Dunque, fin dalle origini abbiamo la consapevolezza
di potere influire in vari modi, nei vari ruoli che ricopriamo nella nostra
vita, sull'adesione degli altri alla fede. La possiamo facilitare o ostacolare,
così come possiamo favorirne la crescita o provocarne addirittura la fine.
Questa è stata da sempre sentita come una grave responsabilità, anche tenendo
conto della dinamica fortemente missionaria
della nostra collettività, che in
ciò si differenziò molto dal giudaismo delle origini. Riteniamo infatti nostro
dovere suscitare attivamente nuove adesioni che però per non si mantengano solo
a livello emotivo o intellettuale, di simpatia e condivisione di concetti e
principi, ma riguardino anche una vita
comunitaria, un impegno più stringente, un coinvolgimento più forte,
passando dal piano delle idee a quello delle relazioni personali con una
collettività. Nei due millenni della nostra fede questo ha creato vari seri
problemi, quando si tentò di diffondere o di difendere la fede con la forza,
ciò che ai tempi nostri abbiamo ripudiato ritenendolo contrario ai principi supremi.
E parlando di "problemi" non rendo bene l'idea e devo aggiungere, in
spirito di verità, che vi furono guerre sanguinose e addirittura, nella
conquista delle Americhe, delle stragi che si avvicinarono a un genocidio,
anche se l'intenzione manifesta, almeno per quanto riguarda l'aspetto
religioso, non era sicuramente quella di fare un genocidio e gli stragisti,
benché si facessero scudo della religione, erano prevalentemente mossi da
volontà predatoria. Non potremmo semplicemente ripudiare quelle brutte storie
e, in tal modo, distaccarcene, ricominciando
da capo? Purtroppo non è così semplice, anche se questo lavoro di distacco è effettivamente in corso e si chiama purificazione della memoria,
l'espressione introdotta dal Papa Giovanni Paolo II nella fase di indizione e
preparazione del Grande Giubileo dell'Anno 2000. Infatti, poiché per noi è
essenziale stabilire una continuità
tra l'era nostra e quella delle origini, una continuità non solo ideale ma
anche fatta di relazioni personali tra generazioni, di un mandato che passa da chi c'è prima a chi viene dopo, attraverso la
storia, per cui la missione non ce
l'inventiamo noi ma appunto riteniamo di essere inviati e per così dire legittimati
da chi c'era prima, allora bisogna riconoscere che quella storia è ancora la nostra storia, per cui, per quanto non se
ne sia personalmente responsabili poiché si è venuti dopo, si sente nondimeno la necessità, per andare avanti, di
pentircene e di proclamare solennemente dei mai
più, ciò che è stato fatto solennemente, nella giornata della richiesta del
perdono celebrata in quell'Anno Santo di cui ho detto, il 12 marzo 2000, sotto
la guida di quel Papa.
Si pensa in genere
che solo il clero detenga quel potere
delle chiavi e dal punto di vista del diritto canonico, della legge che si è data la nostra organizzazione
religiosa (dalla quale bisogna saper distinguere i principi supremi che invece
riteniamo di aver ricevuto dall'alto,
benché ci si sia sempre sforzati di ispirare quella legge a questi principi), è
così. Di fatto però quel potere è anche, nelle relazioni con gli altri, nelle
mani di tutti noi, ad esempio dei genitori verso i figli, ma anche, ad un certo
punto, viceversa, o del catechista nei confronti dei suoi alunni, del capo di
un gruppo nei confronti degli altri aderenti e, infine, del semplice fedele nei
confronti degli altri fedeli. Insomma una collettività, anche una collettività
religiosa, ha, di fatto, il potere, anche a prescindere dalla volontà dei suoi
capi e addirittura dei principi ai quali si ispira, di accogliere o di escludere, anche se, nel caso di una
collettività religiosa che decida al di là dei principi e delle regole, non
è sicuro che ciò che viene determinato
sulla Terra venga poi ratificato nei Cieli.
Ora, bisogna dire che
le dimensioni dell'accogliere e dell'escludere
sono state sempre compresenti nella vita della nostra collettività religiosa,
del resto sulla base delle nostre stesse Scritture sacre, quindi dei
fondamenti. Operativamente, passando quindi alle indicazioni pratiche, in
passato si pose molto l'accento sull'escludere
coloro che sbagliavano, anche se poi si facevano ponti d'oro ai pentiti; oggi
invece si pone molto l'accento sull'accogliere,
in particolare come reazione ad eccessi che ci sono stati e in special modo
come direttiva nella vita quotidiana delle nostre comunità e nei rapporti con coloro che ne consideriamo per vari
motivi distanti, lontani. E poi, per quanto riguarda noi fedeli laici, bisogna tener
conto che in realtà l'esclusione non ci compete, perché le decisioni in
materia, secondo le regole che ci siamo impegnati a obbedire, spettano a
ministri ordinati, per cui essa, se prodotta da altre persone, è addirittura un
arbitrio e un'usurpazione.
Ma, mi può essere
obiettato, come la mettiamo con quelle parti delle Scritture che ci fanno
obbligo, sotto pena di essere trattati come lui nel giudizio finale, di richiamare chi sbaglia, segnalandogli
l'errore, e che ci spingono (si veda, su questo stesso blog, la seconda lettura
della Messa di oggi) a insistere al
momento opportuno e non opportuno, ammonire,
rimproverare, esortare? E' vero, sta scritto questo, ma osservo che sta anche scritto che tutto deve essere fatto con ogni magnanimità e insegnamento (in greco: didachè), il
che, per come la vedo io, significa non sferrare randellate teologiche, maneggiando
disinvoltamente e confusamente concetti piuttosto sofisticati, sulle teste di
coloro che, per vari motivi, ci sono antipatici e soprattutto significa, per
come credo di aver capito, che si deve agire secondo quello spirito di
benevolenza (espresso dalle parole greche, usate negli scritti sacri che
riflettono le prime esperienze della nostra fede, agàpe, filìa, coinonìa che vogliono intendere che, per quanto
possiamo pensarla diversamente e sbagliare nell'agire, ci vogliamo sempre bene,
miriamo a un fine comune e, a sera, siamo sempre disposti a una bella cena
insieme; ci proponiamo quindi che i dissapori tra di noi non vadano al giorno
dopo) che, come ci è stato insegnato, deve sempre caratterizzare la nostra vita
comune perché manifesta agli altri l'effetto della nostra fede. Noi, per come
la vedo io, non siamo autorizzati a cercare ricostruire
le vite degli altri secondo le nostre personali, sempre limitate,
concezioni del bene e del male e ad escludere
gli altri se fanno resistenza. La conversione degli altri non è opera
nostra, ma opera dall'alto. Non è
così? A volte, per come ho osservato, mi pare che presumiamo un po' troppo da
noi stessi quando, nelle nostre comunità, tagliamo
i panni addosso agli altri. Ho sentito che poi i sacerdoti se ne lamentano
e ci rimproverano per questo, per tutte le chiacchiere cattive che ci facciamo
addosso gli uni gli altri. Chi siamo noi
per giudicare? Siamo proprio sicuri della nostra dottrina e, soprattutto,
di avere la competenza per interferire nei delicati processi psicologici dello
spirito umano? Non è che poi, talvolta, ci lasciamo dietro solo macerie umane, che altri, faticosamente
e amorevolmente, secondo quello spirito veramente evangelico che a noi è
mancato, dovranno cercare di sanare?
Noi dobbiamo proporci
di non maltrattare il santo popolo di Dio,
è stato detto in quella predica da cui sono partito. E per questo, ha consigliato
quel sacerdote, dobbiamo proporci di curare di più la nostra interiorità di
fede, in particolare nella preghiera, per essere trasformati dalla fede invece
di trasformare quest'ultima in una nostra particolare ideologia moralistica, estranea all'eterno e soprannaturale
fondamento di tutto.
Non vi nascondo che
anch'io personalmente mi sono sentito
tirato per le orecchie. Quanta presunzione ho riscontrato talvolta in ciò che
ho scritto, leggendolo qualche tempo dopo! E' per questo che quasi sempre,
quando affronto specificamente argomenti di fede, invito tutti alla prudenza
nell'accogliere le mie parole, a verificare personalmente, criticamente, in
particolare leggendo scritti più autorevoli, specialmente quelli del nostro
magistero ecclesiale, la correttezza di ciò che ho sostenuto. Lo faccio anche
qui, adesso. Ed è anche per questo che utilizzo con molta parsimonia espressioni
e concetti propri della teologia, che sono stati oggetto di definizioni molto
precise e che vanno utilizzati solo in senso proprio, perché altrimenti possono
anche fare molto male.
In coscienza mi
propongo di evitare il peccato di
esclusione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli