martedì 8 ottobre 2013

Costruire per l'umanità futura

Costruire per l'umanità futura

 Nell'impegnarci a dare un'educazione religiosa ai nostri figli costruiamo per l'umanità futura,  di generazione in generazione. Decidiamo di essere parte di una tradizione che andrà oltre i nostri figli, oltre la nostra vita, oltre la loro vita. Questo proiettarsi oltre la propria vita è tipico dell'esperienza religiosa. Ma lo è anche il riflettere sul passato che ci ha preceduto, spingendosi idealmente fino ai primordi dell'umanità  e addirittura all'origine dell'universo. E poi molto avanti nel futuro, fino ai più  lontani posteri e alla fine dell'umanità. L'animo si scopre religioso quando non basta più a sé stesso e allora cerca di costruire legami oltre sé stesso, anche con realtà invisibili, ad esempio con coloro che sono morti o non ancora nati o che ancora non conosce  o non vede, ma ci sono. L'esperienza religiosa è stata descritta anche come una apertura dello spirito che lo porta a superare la realtà così com'è. Crescere i figli può far vivere un'esperienza spirituale di questo tipo. Dico può, perché non me la sento di generalizzare, non so se accada o sia accaduto veramente a tutti. Le religioni di solito spingono in questo senso.
 Quale sia precisamente il nostro ruolo in questo, a volte non ci  è proprio chiaro. In particolare nell'educazione religiosa dei nostri figli. Parlo sulla base di ciò che ho vissuto prima come figlio e poi come genitore. Che cosa rimane di noi, come esseri spirituali, nei nostri figli? Se ci riuscirà di  indurre in loro quello spirito di apertura religiosa di cui dicevo, quanto sarà frutto dei nostri sforzi e quanto invece dell'organizzazione educativa a cui li abbiamo affidati fin da piccoli, e quanto di altro ancora? E quanto di addirittura controproducente deriverà da noi o da altri impegnati nell'attività educativa? Di solito chi matura convinzioni religiose da adulto ne attribuisce parte del merito ai propri avi, ma questi ultimi spesso rimangono sorpresi dei risultati e, a ben considerare, riconoscono onestamente che c'è stato un di più che non possono onestamente fare dipendere da loro e, insomma, alla fine, grati ammettono evangelicamente di essere stati servi inutili di un disegno superiore.
 Uno dei pregi che riconosco nel catechismo come si praticava nella nostra parrocchia quando ero bimbo è che i genitori erano messi in condizione di conoscere ciò che si insegnava ai propri figli  e ciò che essi dovevano imparare. Questo perché l'insegnamento religioso era basato su un libretto a domande e risposte, che dovevano essere imparate a memoria. Quindi  i genitori, e, a quei tempi in particolare le mamme che non lavoravano, sentivano la lezione ai figli, vale a dire che facevano le domande del catechismo e ascoltavano le risposte date a memoria dai figli. Ad esempio:
Dio è uno solo?
Dio è uno solo, ma in tre Persone uguali e distinte che sono la santissima Trinità.
  In quel libretto erano esposti tutti i trattati, vale a dire le argomentazioni, della grande teologia. Questo però l'ho scoperto dopo. La Creazione, Dio, gli angeli, il peccato, la salvezza in Gesù Cristo, la Grazia, la Chiesa, i sacramenti, i Comandamenti e  la vita morale, la preghiera, il destino degli esseri umani e le realtà ultime. C'erano le preghiere comuni, i precetti fondamentali, ci si soffermava sulla liturgia della Confessione e della Messa. Se a catechismo non sapevo le risposte, il  catechista se ne lamentava con la mia mamma, che mi faceva ripetizione a casa. L'anno della Prima Comunione, che all'epoca si faceva insieme alla Cresima, c'era il timore che se non si sapeva il catechismo il parroco non ci avrebbe ammesso ai sacramenti. E allora, addio festa. Da bambino non ho mai conosciuto uno a cui fosse veramente successo.
 Ai tempi nostri le cose sono cambiate. Fare catechismo è diventato più complicato. E questo anche considerando solo il catechismo come iniziazione cristiana ai sacramenti, e in particolare l'attività che la Diocesi organizza nelle parrocchie per far accedere i bambini già battezzati da neonati alla Prima Comunione e alla Cresima. Ci sono infatti anche attività catechistiche per gli adulti che chiedono il Battesimo e quei sacramenti, poi il catechismo che si fa prima del matrimonio religioso e infine quella particolare attività catechistica, come formazione permanente, che caratterizza fortemente il Movimento Neocatecumenale strutturandone l'organizzazione.
 I concetti che i bambini una volta  imparavano al catechismo da piccoli non potrebbero essere bene intesi dai bambini di oggi. Facevano riferimento a un contesto culturale che non c'è più e che non può essere recuperato. Non dobbiamo farci illusioni su questo. Certe cose che un tempo erano evidenti, vale a dire che non avevano bisogno di essere dimostrate, oggi non lo sono più. Non è  che ai tempi nostri si sia diventati più intelligenti, è che sono mutate le convenzioni sociali. Diciamo così che nella nostra epoca si vuole essere veramente persuasi di ciò che un tempo si accettava in ossequio all'autorità altrui. Ma non è che, anche quando io ero bambino, questo lavoro di persuasione interiore non si facesse, è che lo si faceva un po' più in là: dai bambini, come nella scuola civile, si pretendeva fondamentalmente che imparassero a memoria certe formule e imparassero come comportarsi nelle liturgie. Ma c'erano anche momenti di forte spiritualità. Io ne ho vissuti di simili nella preparazione alla Prima Confessione e durante le liturgie del mese mariano.
 Da genitore non sono mai riuscito a capire bene che cosa le mie figlie  dovessero imparare a catechismo. Ciò che si insegnava loro là mi è rimasto sempre un po' misterioso. Eppure imparavano. Ma io, per quanto riguarda il loro catechismo, mi sono sentito un po' emarginato. Leggevo i loro libretti di catechismo, molto interessanti, ma non riuscivo a cogliere l'essenziale. Non mi è mai capitato, quindi, di sentire  il catechismo alle mie figlie, come aveva fatto mia madre con me. Un po', certo, dipendeva che dal fatto che non era un catechismo a domande e risposte, ma un po' dal fatto che non ero stato portato a conoscenza di ciò che si veniva insegnando loro, anche se, indubbiamente, potevo immaginarmelo. Questo può essere vissuto dalle famiglie come se vi fosse una certa diffidenza nei loro confronti e allora non è positivo, è controproducente. Per quanto si sappia che l'organizzazione catechistica non è solo cosa delle famiglie, che è un lavoro collettivo organizzato scrupolosamente in Diocesi, e che poi, alla fine, noi genitori ci sentiremo forse servi inutili, si desidererebbe esserne messi a parte meglio. Appunto perché non portiamo i nostri figli al catechismo per far mettere la ciliegina sulla torta, per un abbellimento interiore, un po' come periodicamente li portiamo dal barbiere o dal parrucchiere, ma perché vogliamo essere parte viva di una tradizione religiosa che ci oltrepassa, che unisce avi e posteri, il passato e il futuro, e di cui ci sentiamo responsabili di fronte alla storia. Si vuole essere riconosciuti come tali, non solo, come dire, come portatori di materia prima da plasmare.
 So che a volte le famiglie possono anche costituire un problema dal punto di vista dell'educazione religiosa, ad esempio quando vorrebbero che la parrocchia si limitasse a dare una raddrizzata etica ai bambini, affidandole sostanzialmente il compito di un istituto di correzione minorile. Ma alcuni dei problemi che in passato ho constatato sono derivati proprio dal non riconoscere sufficientemente le famiglie di provenienza come parti vive della Chiesa, specialmente se portatrici di qualche diversità rispetto al modello ritenuto ideale o comunque preferibile.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli