Costruire per l'umanità futura
Nell'impegnarci a dare un'educazione
religiosa ai nostri figli costruiamo per l'umanità futura, di generazione in generazione.
Decidiamo di essere parte di una tradizione che andrà oltre i nostri figli,
oltre la nostra vita, oltre la loro vita. Questo proiettarsi oltre la propria
vita è tipico dell'esperienza religiosa. Ma lo è anche il riflettere sul
passato che ci ha preceduto, spingendosi idealmente fino ai primordi
dell'umanità e addirittura all'origine
dell'universo. E poi molto avanti nel futuro, fino ai più lontani posteri e alla fine dell'umanità. L'animo
si scopre religioso quando non basta più a sé stesso e allora cerca di
costruire legami oltre sé stesso, anche con realtà invisibili, ad esempio con
coloro che sono morti o non ancora nati o che ancora non conosce o non vede, ma ci sono. L'esperienza
religiosa è stata descritta anche come una apertura
dello spirito che lo porta a superare la realtà così com'è. Crescere i figli
può far vivere un'esperienza spirituale di questo tipo. Dico può, perché non me la sento di
generalizzare, non so se accada o sia accaduto veramente a tutti. Le religioni
di solito spingono in questo senso.
Quale sia
precisamente il nostro ruolo in questo, a volte non ci è proprio chiaro. In particolare
nell'educazione religiosa dei nostri figli. Parlo sulla base di ciò che ho
vissuto prima come figlio e poi come genitore. Che cosa rimane di noi, come
esseri spirituali, nei nostri figli? Se ci riuscirà di indurre in loro quello spirito di apertura
religiosa di cui dicevo, quanto sarà frutto dei nostri sforzi e quanto invece
dell'organizzazione educativa a cui li abbiamo affidati fin da piccoli, e
quanto di altro ancora? E quanto di addirittura controproducente deriverà da
noi o da altri impegnati nell'attività educativa? Di solito chi matura
convinzioni religiose da adulto ne attribuisce parte del merito ai propri avi,
ma questi ultimi spesso rimangono sorpresi dei risultati e, a ben considerare, riconoscono
onestamente che c'è stato un di più che non possono onestamente fare dipendere
da loro e, insomma, alla fine, grati ammettono evangelicamente di essere stati servi inutili di un disegno superiore.
Uno dei pregi che
riconosco nel catechismo come si praticava nella nostra parrocchia quando ero
bimbo è che i genitori erano messi in condizione di conoscere ciò che si
insegnava ai propri figli e ciò che essi
dovevano imparare. Questo perché l'insegnamento religioso era basato su un
libretto a domande e risposte, che dovevano essere imparate a memoria.
Quindi i genitori, e, a quei tempi in
particolare le mamme che non lavoravano, sentivano
la lezione ai figli, vale a dire che facevano
le domande del catechismo e ascoltavano
le risposte date a memoria dai figli. Ad esempio:
Dio è uno solo?
Dio è uno solo, ma in
tre Persone uguali e distinte che sono la santissima Trinità.
In quel libretto erano esposti tutti i trattati, vale a dire le argomentazioni,
della grande teologia. Questo però l'ho scoperto dopo. La Creazione, Dio, gli
angeli, il peccato, la salvezza in Gesù Cristo, la Grazia, la Chiesa, i
sacramenti, i Comandamenti e la vita
morale, la preghiera, il destino degli esseri umani e le realtà ultime. C'erano
le preghiere comuni, i precetti fondamentali, ci si soffermava sulla liturgia
della Confessione e della Messa. Se a catechismo non sapevo le risposte, il
catechista se ne lamentava con la mia mamma, che mi faceva ripetizione a
casa. L'anno della Prima Comunione, che all'epoca si faceva insieme alla
Cresima, c'era il timore che se non si
sapeva il catechismo il parroco non ci avrebbe ammesso ai sacramenti. E
allora, addio festa. Da bambino non ho mai conosciuto uno a cui fosse veramente
successo.
Ai tempi nostri le
cose sono cambiate. Fare catechismo è diventato più complicato. E questo anche
considerando solo il catechismo come iniziazione cristiana ai sacramenti, e in
particolare l'attività che la Diocesi organizza nelle parrocchie per far
accedere i bambini già battezzati da neonati alla Prima Comunione e alla
Cresima. Ci sono infatti anche attività catechistiche per gli adulti che
chiedono il Battesimo e quei sacramenti, poi il catechismo che si fa prima del
matrimonio religioso e infine quella particolare attività catechistica, come
formazione permanente, che caratterizza fortemente il Movimento Neocatecumenale
strutturandone l'organizzazione.
I concetti che i
bambini una volta imparavano al
catechismo da piccoli non potrebbero essere bene intesi dai bambini di oggi.
Facevano riferimento a un contesto culturale che non c'è più e che non può
essere recuperato. Non dobbiamo farci illusioni su questo. Certe cose che un
tempo erano evidenti, vale a dire che
non avevano bisogno di essere dimostrate,
oggi non lo sono più. Non è che ai tempi
nostri si sia diventati più intelligenti, è che sono mutate le convenzioni
sociali. Diciamo così che nella nostra epoca si vuole essere veramente persuasi
di ciò che un tempo si accettava in ossequio all'autorità altrui. Ma non è che,
anche quando io ero bambino, questo lavoro di persuasione interiore non si
facesse, è che lo si faceva un po' più in là: dai bambini, come nella scuola
civile, si pretendeva fondamentalmente che imparassero a memoria certe formule e
imparassero come comportarsi nelle liturgie. Ma c'erano anche momenti di forte
spiritualità. Io ne ho vissuti di simili nella preparazione alla Prima Confessione
e durante le liturgie del mese mariano.
Da genitore non sono
mai riuscito a capire bene che cosa le mie figlie dovessero imparare a catechismo. Ciò che si
insegnava loro là mi è rimasto sempre un po' misterioso. Eppure imparavano. Ma
io, per quanto riguarda il loro catechismo, mi sono sentito un po' emarginato. Leggevo
i loro libretti di catechismo, molto interessanti, ma non riuscivo a cogliere
l'essenziale. Non mi è mai capitato, quindi, di sentire il catechismo alle
mie figlie, come aveva fatto mia madre con me. Un po', certo, dipendeva che dal
fatto che non era un catechismo a domande
e risposte, ma un po' dal fatto che non ero stato portato a conoscenza di
ciò che si veniva insegnando loro, anche se, indubbiamente, potevo
immaginarmelo. Questo può essere vissuto dalle famiglie come se vi fosse una
certa diffidenza nei loro confronti e allora non è positivo, è
controproducente. Per quanto si sappia che l'organizzazione catechistica non è
solo cosa delle famiglie, che è un lavoro collettivo organizzato scrupolosamente
in Diocesi, e che poi, alla fine, noi genitori ci sentiremo forse servi inutili, si desidererebbe esserne
messi a parte meglio. Appunto perché non portiamo i nostri figli al catechismo
per far mettere la ciliegina sulla torta,
per un abbellimento interiore, un po' come periodicamente li portiamo dal
barbiere o dal parrucchiere, ma perché vogliamo essere parte viva di una tradizione religiosa che ci oltrepassa, che
unisce avi e posteri, il passato e il futuro, e di cui ci sentiamo responsabili
di fronte alla storia. Si vuole essere riconosciuti come tali, non solo, come
dire, come portatori di materia prima
da plasmare.
So che a volte le
famiglie possono anche costituire un problema dal punto di vista
dell'educazione religiosa, ad esempio quando vorrebbero che la parrocchia si
limitasse a dare una raddrizzata etica
ai bambini, affidandole sostanzialmente il compito di un istituto di correzione
minorile. Ma alcuni dei problemi che in passato ho constatato sono derivati
proprio dal non riconoscere sufficientemente le famiglie di provenienza come
parti vive della Chiesa, specialmente se portatrici di qualche diversità
rispetto al modello ritenuto ideale o comunque preferibile.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli