Uno stile e un metodo
Ormai da molti anni partecipo di quando in
quando a riunioni in cui discuto con gente di fede. Ci sono alcuni problemi
ricorrenti quando si affrontano temi specificamente religiosi. Non derivano
tanto, mi pare di aver capito, dal tipo di persone con cui si parla, dalla loro
emotività e via dicendo: la questione è più profonda e deriva proprio da
atteggiamenti profondamente radicati nell'immagine che si ha di come deve
essere una comunità di fede.
Si può partire, nel
ragionarci su, da diversi punti. Ad esempio, si può constatare che tra i racconti
biblici sono scarsi quelli che possono essere veramente presi come modelli di
riferimento per parlare tra noi in una comunità religiosa di oggi. In questo
possiamo considerarli datati, senza volerne sminuire l'importanza, ma
semplicemente essendo consapevoli che narrano di fatti accaduti molto, molto,
tempo fa, in organizzazioni sociali e culture distanti dalle nostre. In essi
troviamo in genere il popolo, che si
perde o ritorna, senza molte ulteriori distinzioni. Poi dei capi politici e
religiosi, alcuni buoni e altri cattivi. I cattivi seducono il popolo che poi, ad un certo punto, si pente e cambia
strada, seguendone di altri, quelli buoni. Raramente si dà conto di come, nel
popolo, si arriva a certe decisioni collettive; esse ci vengono presentate come già belle e fatte. Anche nei racconti
che riguardano non fatti di dimensione storica e collettiva, ma la vita di
piccole comunità, è un po' lo stesso. Bisogna però tener conto, credo, che in quegli
scritti ci si è concentrati su qualcosa d'altro, non sono manuali di sociologia
o di politica. Al centro di tutto è una voce che viene agli esseri umani nella
loro storia, ma oltre essa, al di là delle società e delle convinzioni che
originano dall'inventiva umana.
Se poi consideriamo la lunga storia della
nostra esperienza religiosa, quindi delle istituzioni che da essa sono
originate e di quelle con cui essa ha dovuto confrontarsi, i modelli che
prevalgono sono quelli centrati sull'autorità di singole persone, o di gruppi
limitati, sulle masse che costituiscono i popoli,
i loro popoli nel senso di genti
in loro dominio e addirittura proprietà. Il re, il principe, il feudatario, il
capo di un gruppo familiare, i consigli regi: l'autorità la vediamo
storicamente impersonata in queste figure. In questa prospettiva non c'era
molta scelta o spazio di dibattito per la gente del popolo: il dissenso era
illecito. Dal punto di vista religioso la questione era centrata se si dovesse
obbedire al sovrano o a quella voce
di cui dicevo, quindi sulla scelta del
giusto sovrano, che era poi, in definitiva, quella del sovrano giusto, nel senso di rispettoso degli imperativi religiosi.
Ai nostri giorni
ragioniamo in modo un po' diverso. Il popolo ha diritto di parola. E quando
scrivo popolo intendo ogni persona che lo compone. Semplificando
possiamo osservare che è stata molto elevata, almeno in linea di principio, la dignità delle persone. Come ho ricordato
su questo stesso blog in altri interventi, questa concezione ha fondamento
religioso e, in particolare, fondamento religioso cristiano. Ma, bisogna anche
ricordare, che essa è stata a lungo avversata, anche dalle autorità religiose.
Essa si è affermata in religione molto di recente, semplificando possiamo dire
dagli anni Sessanta del secolo scorso. E' venuta così molto in risalto la coscienza delle persone, dove un tempo
si centrava il discorso religioso essenzialmente sull'ubbidire al giusto sovrano.
Sono passati più di
cinquant'anni dal mutamento di rotta di cui ho detto e può sembrare un tempo
molto lungo. Effettivamente lo è se si tiene conto della vita di una persona,
ma non se si ragiona in termini di collettività. Sotto questo profilo bisogna riconoscere
che, come comunità religiosa, non abbiamo ancora avuto modo di fare, specialmente
su larga scala, un sufficiente tirocinio. In un certo senso siamo ancora agli
inizi.
Fatto sta che qualche
volta, quando ci troviamo insieme in religione, non sappiamo bene che fare e
che dire. E allora che ci rivolgiamo al sacerdote per spiegarci le cose del
mondo, non solo quelle della fede, e dirci che cosa dobbiamo pensare. Ma il
clero, invece, si attende da noi qualcosa di più, che solo noi possiamo veramente
dare. Sono venuti appelli molto forti in questo senso e ne ho parlato a lungo
in precedenti interventi su questo blog. In sintesi: la semplice obbedienza non basta più, e questo per
un insieme di motivi che possono essere sintetizzati riconoscendo che la
società in cui viviamo è tanto più complessa di quelle del passato che nessuno,
nemmeno i nostri capi religiosi, ha in testa la soluzione di tutti i problemi.
Trovare le soluzioni è divenuto un compito collettivo, comunitario, in cui ogni
persona deve farsi insieme maestra e
discepola.
Trovandoci insieme,
se vogliamo rispondere a quegli appelli, non dobbiamo innanzi tutto
scoraggiarci delle difficoltà che incontriamo in questo lavoro. C'è una parola
greca, usata negli scritti del Nuovo Testamento, che in italiano si può
tradurre con fermezza-costanza-pervicacia e che definisce lo spirito in cui si
può utilmente affrontare questo compito. Poi bisogna, a mio parere,
riconoscerci reciprocamente quell'alta dignità di persone che deriva
direttamente dalle nostre convinzioni religiose, secondo le quali ognuno è come
quella pecora della parabola che il pastore vuole andare a cercare lasciando
tutte le altre. E, infine, occorre mettersi nell'atteggiamento mentale del
maestro/discepolo, di chi, quindi, ha qualcosa da manifestare agli altri e,
nello stesso tempo, si sente bisognoso dell'aiuto degli altri, non volendoli
dominare e nemmeno volendo essere da loro dominato, ma solo volendoli accostare
come persone di cui si sente responsabile
e, insieme, di cui sente necessità. Da
tutto ciò, da questo stile, credo che
possa discendere un metodo che va scoperto e adattato di volta in volta, per
produrre i risultati che ci proponiamo. Possiamo definirlo, sulla base di una
lunga tradizione, democratico, anche
se bisogna capire che questa parola può essere fraintesa, specialmente là dove
fa riferimento all'esercizio di un potere.
In realtà manca, mi pare, la parola per esprimere questo nuovo compito che
siamo chiamati a svolgere e che non consiste principalmente nell'esercizio di
un potere, anche se qualche volta può
produrre decisioni che una collettività ritiene impegnative, ma in un ascoltarsi gli uni gli altri per
aiutarsi a capire. C'è poi da considerare che, quando in religione ci si raduna
e ci si parla, non è solo per dare una voce a noi medesimi, nello sforzo di far accogliere la nostra opinione,
ma per manifestare, attraverso le nostre voci e i nostri gesti, una realtà e una
voce che pensiamo venire dall'alto.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli