sabato 21 settembre 2013

Uno stile e un metodo


Uno stile e un metodo

 Ormai da molti anni partecipo di quando in quando a riunioni in cui discuto con gente di fede. Ci sono alcuni problemi ricorrenti quando si affrontano temi specificamente religiosi. Non derivano tanto, mi pare di aver capito, dal tipo di persone con cui si parla, dalla loro emotività e via dicendo: la questione è più profonda e deriva proprio da atteggiamenti profondamente radicati nell'immagine che si ha di come deve essere una comunità di fede.
 Si può partire, nel ragionarci su, da diversi punti. Ad esempio, si può constatare che tra i racconti biblici sono scarsi quelli che possono essere veramente presi come modelli di riferimento per parlare tra noi in una comunità religiosa di oggi. In questo possiamo considerarli datati, senza volerne sminuire l'importanza, ma semplicemente essendo consapevoli che narrano di fatti accaduti molto, molto, tempo fa, in organizzazioni sociali e culture distanti dalle nostre. In essi troviamo in genere il popolo, che si perde o ritorna, senza molte ulteriori distinzioni. Poi dei capi politici e religiosi, alcuni buoni e altri cattivi. I cattivi seducono il popolo che poi, ad un certo punto, si pente e cambia strada, seguendone di altri, quelli buoni. Raramente si dà conto di come, nel popolo, si arriva a certe decisioni collettive; esse ci vengono presentate  come già belle e fatte. Anche nei racconti che riguardano non fatti di dimensione storica e collettiva, ma la vita di piccole comunità, è un po' lo stesso.  Bisogna però tener conto, credo, che in quegli scritti ci si è concentrati su qualcosa d'altro, non sono manuali di sociologia o di politica. Al centro di tutto è una voce che viene agli esseri umani nella loro storia, ma oltre essa, al di là delle società e delle convinzioni che originano dall'inventiva umana.
  Se poi consideriamo la lunga storia della nostra esperienza religiosa, quindi delle istituzioni che da essa sono originate e di quelle con cui essa ha dovuto confrontarsi, i modelli che prevalgono sono quelli centrati sull'autorità di singole persone, o di gruppi limitati, sulle masse che costituiscono i popoli, i loro popoli nel senso di genti in loro dominio e addirittura proprietà. Il re, il principe, il feudatario, il capo di un gruppo familiare, i consigli regi: l'autorità la vediamo storicamente impersonata in queste figure. In questa prospettiva non c'era molta scelta o spazio di dibattito per la gente del popolo: il dissenso era illecito. Dal punto di vista religioso la questione era centrata se si dovesse obbedire al sovrano o a quella voce di cui dicevo, quindi sulla scelta del giusto sovrano, che era poi, in definitiva, quella del sovrano giusto, nel senso di rispettoso degli imperativi religiosi.
 Ai nostri giorni ragioniamo in modo un po' diverso. Il popolo ha diritto di parola. E quando scrivo popolo intendo ogni persona che lo compone. Semplificando possiamo osservare che è stata molto elevata, almeno in linea di principio, la dignità delle persone. Come ho ricordato su questo stesso blog in altri interventi, questa concezione ha fondamento religioso e, in particolare, fondamento religioso cristiano. Ma, bisogna anche ricordare, che essa è stata a lungo avversata, anche dalle autorità religiose. Essa si è affermata in religione molto di recente, semplificando possiamo dire dagli anni Sessanta del secolo scorso. E' venuta così molto in risalto la coscienza delle persone, dove un tempo si centrava il discorso religioso essenzialmente sull'ubbidire al giusto sovrano.
  Sono passati più di cinquant'anni dal mutamento di rotta di cui ho detto e può sembrare un tempo molto lungo. Effettivamente lo è se si tiene conto della vita di una persona, ma non se si ragiona in termini di collettività. Sotto questo profilo bisogna riconoscere che, come comunità religiosa, non abbiamo ancora avuto modo di fare, specialmente su larga scala, un sufficiente tirocinio. In un certo senso siamo ancora agli inizi.
 Fatto sta che qualche volta, quando ci troviamo insieme in religione, non sappiamo bene che fare e che dire. E allora che ci rivolgiamo al sacerdote per spiegarci le cose del mondo, non solo quelle della fede, e dirci che cosa dobbiamo pensare. Ma il clero, invece, si attende da noi qualcosa di più, che solo noi possiamo veramente dare. Sono venuti appelli molto forti in questo senso e ne ho parlato a lungo in precedenti interventi su questo blog. In sintesi: la semplice obbedienza non basta più, e questo per un insieme di motivi che possono essere sintetizzati riconoscendo che la società in cui viviamo è tanto più complessa di quelle del passato che nessuno, nemmeno i nostri capi religiosi, ha in testa la soluzione di tutti i problemi. Trovare le soluzioni è divenuto un compito collettivo, comunitario, in cui ogni persona deve farsi  insieme maestra e discepola.
 Trovandoci insieme, se vogliamo rispondere a quegli appelli, non dobbiamo innanzi tutto scoraggiarci delle difficoltà che incontriamo in questo lavoro. C'è una parola greca, usata negli scritti del Nuovo Testamento, che in italiano si può tradurre con fermezza-costanza-pervicacia e che definisce lo spirito in cui si può utilmente affrontare questo compito. Poi bisogna, a mio parere, riconoscerci reciprocamente quell'alta dignità di persone che deriva direttamente dalle nostre convinzioni religiose, secondo le quali ognuno è come quella pecora della parabola che il pastore vuole andare a cercare lasciando tutte le altre. E, infine, occorre mettersi nell'atteggiamento mentale del maestro/discepolo, di chi, quindi, ha qualcosa da manifestare agli altri e, nello stesso tempo, si sente bisognoso dell'aiuto degli altri, non volendoli dominare e nemmeno volendo essere da loro dominato, ma solo volendoli accostare come persone di cui  si sente responsabile e, insieme, di cui  sente necessità. Da tutto ciò, da questo stile, credo che possa discendere un metodo che va scoperto e adattato di volta in volta, per produrre i risultati che ci proponiamo. Possiamo definirlo, sulla base di una lunga tradizione, democratico, anche se bisogna capire che questa parola può essere fraintesa, specialmente là dove fa riferimento all'esercizio di un potere. In realtà manca, mi pare, la parola per esprimere questo nuovo compito che siamo chiamati a svolgere e che non consiste principalmente nell'esercizio di un potere, anche se qualche volta può produrre decisioni che una collettività ritiene impegnative,  ma in un ascoltarsi gli uni gli altri per aiutarsi a capire. C'è poi da considerare che, quando in religione ci si raduna e ci si parla, non è solo per dare una voce a noi  medesimi, nello  sforzo di far accogliere la nostra opinione, ma per manifestare, attraverso le nostre voci e i nostri gesti, una realtà e una voce che pensiamo venire dall'alto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli