Traccia dell'intervento svolto da Mario Ardigò nel corso
dell'incontro sul tema
E' la scuola che fa la
differenza - Per una scuola che educhi alla Costituzione, per una sovranità che
appartenga al popolo, per una Repubblica che rimuova gli ostacoli
svoltosi il 15-4-13 in una scuola statale romana. La relazione orale
in più punti si è discostata dalla traccia per cogliere spunti che erano venuti
dai lavori degli alunni della scuola.
Anche se nascendo ci viene riconosciuta la condizione
di cittadini, nasciamo sempre sudditi, vale a dire soggetti al potere di altri,
in una famiglia, in un'etnia, in una cultura umana, in una città, in uno stato,
spesso in una religione o in una ideologia. E non scegliamo noi la famiglia,
l'etnia, la cultura umana (lingua, costumi, modi di vestire, convenzioni etiche
e via dicendo) la città, lo stato, la religione, l'ideologia in cui nascere.
Non scegliamo noi di nascere con un corpo di maschio o di femmina. Sono cose in
cui, nascendo, ci troviamo immersi e che ci dominano. Da bambini piccoli per la
nostra vita dipendiamo totalmente dagli
altri, innanzi tutto dai genitori o da chi ne svolge il ruolo, e ne siamo soggiogati.
Nel gergo giuridico si dice che siamo in loro potestà. Crescendo siamo chiamati ad essere più autonomi e ad
inserirci in una collettività più ampia di quella della famiglia. Ci vengono
riconosciute delle libertà che variano a secondo dei regimi politici degli
stati. Ma in genere rimaniamo sempre soggetti a qualche forma di autorità altrui,
anche se arriviamo molto in alto nella scala sociale. Più è ampia la nostra
libertà, in una collettività in cui si è soggetti a varie autorità, più aumenta
la nostra dignità sociale. La condizione di cittadinanza è un insieme di
libertà e di doveri verso l'autorità che
possono variare molto, a seconda degli stati. Crescere significa anche passare
dalla condizione di sudditi e di cittadinanza potenziale a quella di
cittadinanza effettiva. La scuola serve a introdurci nel mondo dei grandi in
modo da esercitare la nostra libertà, nei vari modi in cui si può farlo, ad esempio nello
svolgere un lavoro o nel farsi una famiglia, senza entrare in contrasto con l'autorità. In
un manuale di diritto del sesto secolo, le Istituzioni
commissionate dall'imperatore Giustiniano, sovrano dell'Impero Romano
d'Oriente, venivano così sintetizzati i principi che dovevano guidare in questo
il buon cittadino: vivere onestamente,
non fare del male agli altri, dare a ciascuno
il suo. In particolare la giustizia
veniva definita come la volontà costante e perenne di dare a ciascuno il suo, naturalmente secondo le regole del proprio
tempo.
Nei tempi nostri il
diritto internazionale riconosce ad ogni essere umano, per il solo fatto di esistere, una condizione di
cittadinanza universale, gli attribuisce quindi un insieme di diritti umani
fondamentali, ad esempio quello ad essere rispettato nella sua integrità fisica
e a non essere ridotto nella condizione di schiavo. Ciò a seguito della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo,
approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, alla quale si sono richiamati molti altri
documenti analoghi nel mondo. Poi ogni essere umano, in genere, ha una sua
propria cittadinanza nazionale, a seconda di dove è nato. La Costituzione della
Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, ha anticipato, nel
riconoscere la comune cittadinanza universale, il documento delle Nazioni
Unite. E ha, nel riconoscere quella nazionale, molte interessanti particolarità
che dipendono dai medesimi principi di civiltà.
Storicamente le
costituzioni nascono come limiti ai poteri dei monarchi assoluti.
Anticamente il modo
in cui si concepiva il monarca assoluto derivava da come si concepiva il potere
del padre di famiglia, oggi si direbbe del maschio dominante di una famiglia
allargata. Era una sorta di potestà analoga a quella che i genitori esercitano
ancora oggi sui bambini piccoli. Padri
erano chiamati i senatori dell'antica Roma. Padri
vennero storicamente chiamati anche diversi altri monarchi assoluti, come gli Zar di Russia. Nel diritto romano, che in Europa
rimase diritto vigente in molti campi fino alla metà dell'Ottocento, la
condotta del buon padre di famiglia
era quella di un sovrano assoluto virtuoso, che agiva saggiamente per il bene
dei sottoposti. Il monarca assoluto, il padre, aveva la disponibilità della famiglia che gli
era sottoposta e di tutti i sui beni, diritto di vita e di morte come si diceva.
Prendeva quello che gli serviva, a suo arbitrio. I sottoposti, i
figli, gli inoltravano suppliche per avere ciò che loro necessitava e
giustizia nei contrasti tra di loro. La giustizia, come ogni bene della vita,
emanava dal monarca. Egli aveva in mano propria tutto e tutti. Dipendeva dalla sua generosità elargire
di più o di meno e lasciare in vita e
liberi questo o quello. Fin dall'Alto Medio Evo si iniziò a cercare di dare
un'istruzione e una formazione umana superiore ai principi ereditari
iniziandoli allo studio del latino, delle grandi opere dell'antichità che si
erano salvate dalla dispersione e di quelle che man mano vennero poi recuperate,
perché si prese consapevolezza che la stabilità delle società umane, e quindi anche
delle dinastie monarchiche che le dominavano, dipendeva non solo dall'esercizio
della forza bruta, ma anche dalla
saggezza dei monarchi, che, amministrando i sottoposti come buoni padri di famiglia, mantenevano la
pace.
Divenendo più
complesse, le società umane tendono a sviluppare più centri di potere, delle
oligarchie. Ad un certo punto, storicamente, le dinastie dei monarchi assoluti dovettero
venire a patti con esse e ne vennero limitate nei loro poteri. Sintetizzo
molto, naturalmente. Si tratta di un processo che prese secoli, produsse varie
correnti culturali, vari movimenti e che fu anche, in genere, piuttosto
sanguinoso. Le costituzioni sono leggi che limitano i poteri supremi, quelli
che storicamente erano propri dei sovrani assoluti e che ai tempi nostri in
genere sono esercitati da più centri di potere tra loro tendenzialmente
coordinati.
Nella nostra epoca in
Occidente, all'esito di altri processi storici piuttosto complessi, il regime
politico più diffuso è attualmente quello
delle democrazie popolari, dove si
vuole che le masse, quindi vaste moltitudini di persone, partecipino al potere
supremo, abbiano insomma modo di dire la loro.
Nell'antica Grecia, da dove hanno origine molti dei concetti che ancora
si usano per definire gli assetti e i problemi
degli stati, questo, la democrazia
di tutti, non era considerato il regime politico preferibile, perché si
ritenevano le masse in genere poco dedite alla virtù, facilmente influenzabili
e poco illuminate. L'antica democrazia ateniese, considerata un modello di
organizzazione politica ancora oggi, non era un'istituzione di massa, non
riguardava infatti la moltitudine degli schiavi, ma solo coloro che, resi
liberi dalle occupazioni servili mediante l'impiego degli schiavi, potevano
dedicarsi al governo della città, alla politica. In alcuni scritti
dell'antichità latina e greca le masse furono assimilate a delle belve
selvagge.
L'idea moderna di
elevare le masse al potere supremo nacque nel Settecento e si sviluppò poi
nell'Ottocento e nel Novecento. Essa ha il suo cardine nel principio di uguaglianza tra gli esseri umani, inteso
come pari dignità. Da esso deriva il principio di non discriminazione. Questi principi
hanno sostanzialmente natura religiosa, vale a dire che vengono affermati a
prescindere da come vanno realmente le cose. Questo era molto chiaro nella Dichiarazione di indipendenza degli
Stati Uniti d'America (1776) dove si legge: "Noi affermiamo che sia una verità di per sé evidente [vale a dire
che non deve essere dimostrato] che tutti
gli esseri umani siano stati creati uguali, dotati dal loro Creatore di alcuni inalienabili
diritti, tra i quali quello alla Vita, alla Libertà e alla ricerca della Felicità".
Alla base dell'affermazione religiosa dell'uguaglianza tra gli esseri umani vi fu un'esigenza di maggiore giustizia, ma in un senso anche qui
religioso, molto più vasto che il semplice dare
a ciascuno il suo secondo le regole del proprio tempo. Ma la giustizia in
questo senso non è un dato di natura, la si impara, occorre un tirocinio.
I sovrani e le
oligarchie che con loro avevano stretto patti costituzionali si erano mostrati padri ingiusti opprimendo i figli e privandoli della loro dignità
filiale. La soluzione non era nel sostituire monarca a monarca, oligarchia a
oligarchia, ma nel recuperare/riscoprire la propria dignità universale di figli, non però secondo la carne,
generati da stirpi dedite agli antichi odi tribali, ma da un anelito di
superiore giustizia, che portava a
riconoscersi liberi, fratelli e uguali,
contro ogni apparenza. Questa idea era concepita come una illuminazione, una conquista di civiltà che richiedeva un impegno
personale di conoscenza e di miglioramento, alla scuola di buoni maestri. Ciò
rimase caratteristico in tutti i movimenti sociali che attraversarono l'Europa,
con diversi orientamenti, nell'Ottocento e nel primo Novecento. Dovunque si
poteva si istituivano scuole popolari e la scolarizzazione di massa a livello
elementare fu uno dei principali obiettivi anche del nuovo Regno d'Italia
(all'Unità d'Italia l'analfabetismo riguardava l'80% della popolazione). Questo
moto verso una nuova civiltà basata su un
rinnovato senso di giustizia ha portato all'affermazione della cittadinanza universale di cui dicevo,
che è la grande sfida in atto a livello globale nel nostro tempo, in
particolare nella nostra Europa: una
cosa veramente nuova, mai vista nella storia dell'umanità, i sogni di
generazioni passate che stanno divenendo realtà.
La nostra
Costituzione è parte di quel movimento. Leggiamo con attenzione l'art.3, 1°
comma:
"Tutti i cittadini hanno pari dignità
sociale e sono uguali davanti alla legge, senza
distinzione di sesso, razza, di lingua,
di religione, di religione, di opinioni politiche,
di condizioni personali e sociali".
Spesso si leggono
queste parole un po' distrattamente. Che significa senza distinzione di razza e di
lingua? Significa che, nella concezione dei costituenti, l'Italia non è fatta solo per gli italiani.
Siccome poi la Costituzione non è solo un documento, ma è anche una legge,
e una legge molto importante, possiamo dire che essa è un po' come una porta
aperta verso il mondo. Simile a quella che così viene descritta nella celebre
iscrizione sotto la Statua della Libertà a New York - USA (da una poesia di
Emma Lazarus - 1883):
“Datemi
chi tra voi è esausto e povero,
le vostre masse che si accalcano
nell’anelito di libertà,
i
miseri rifiuti della vostre popolose terre.
Mandatemi
quelli che non hanno più casa e gli
sventurati,
innalzando la mia luce mostrerò loro la
porta d’oro!”.
Noi non intendiamo aprire le porte agli
oppressi del mondo per farli poi schiavi, come si usa. Li vogliamo elevare alla piena cittadinanza. E'
questo appunto il senso dell'art.3, 2° comma, della nostra Costituzione,
scritto da Lelio Basso.
C'è un unico e coerente moto sociale che collega la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America e la nostra
Costituzione.
Sostituire i monarchi e gli oligarchi con
le masse e quindi liberare le moltitudini richiede un superiore
senso di giustizia. E' solo questo superiore senso di giustizia che può
consentire alle moltitudini di sostituire i vecchi monarchi e oligarchi
ingiusti senza ricadere nel vecchio regime. Giustizia e democrazia di popolo sono inscindibili. E' per questo che
la nostra Costituzione, all'art.1, dove proclama la sovranità di popolo,
definisce anche che vi sono dei limiti a questo grande potere. In una
democrazia di popolo, il popolo non è un sovrano assoluto. E la giustizia non è
l'arbitrio del popolo, ma preesiste al popolo e lo sovrasta. Il popolo stesso
ne è giudicato. Il popolo, attraverso i suoi magistrati, l'amministra solamente (art.101 Costituzione).
L'esigenza di una giustizia superiore ha reso piuttosto lunga, a confronto con
quelle storicamente precedenti, la nostra Costituzione: c'è infatti molta più
giustizia sociale, vale a dire impegni che riguardano tutti coloro che vogliono
esercitare collettivamente il potere supremo. Devono essere giusti, ad esempio,
nei rapporti di lavoro, nel cercare di ottenere il proprio profitto, in
famiglia, nel fare politica, nel difendere i propri legittimi interessi.
Giustizia sociale significa sostanzialmente tenere sempre conto di chi sta
peggio e far prevalere il bene di tutti
sul proprio particolare. Ad esempio impegnarsi, in base a modifiche
costituzionali dell'aprile dello scorso anno che si applicheranno dall'anno
prossimo, a non pretendere troppo dallo
stato se le risorse mancano, quindi a farsi carico, nelle proprie
rivendicazioni verso l'amministrazione pubblica, dell'equilibrio tra entrate e
spese. Lo stato democratico non ha in mano propria tutto e tutti.
E ora veniamo al
ruolo della scuola, e in particolare della scuola di stato, nella nostra
democrazia di massa, con le caratteristiche che ho descritto.
Siamo in una scuola
di stato e quindi mi sono espressamente riferito ad essa, senza voler
naturalmente svalutare quelle gestite da istituti privati.
Nella scuola di una
democrazia di popolo ci si deve proporre di imparare molto di più di ciò che
serve nella vita per procurarsi di che
vivere e per avere relazioni pacifiche con gli altri e con l'autorità. Si deve
imparare ad esercitare secondo giustizia il potere sugli altri e con gli altri.
In una scuola di
stato gli alunni incontrano innanzi tutto lo stato, perché i loro insegnanti sono
tutti funzionari dello stato, quindi con un particolare impegno, e
correlativamente con un particolare dovere, di fedeltà ai principi cardine
della nostra Repubblica. Con loro e
con il dirigente scolastico fanno le
loro prime esperienze di relazioni con l'autorità dello stato. Gli insegnanti e
il dirigente scolastico sono i primi esempi, molto ravvicinati, di come si
cerchi di esercitare l'autorità dello stato in modo da essere fedeli a quei
principi di civiltà che ho detto. In questo la scuola di stato è una importante
palestra di civiltà.
In tutte le scuole
gli alunni fanno esperienza e pratica di giustizia, innanzi tutto nelle
relazioni con gli altri. Ad esempio nel rispettare e all'occorrenza nel difendere
la vita degli altri. In democrazia conta molto il mettersi in mezzo, il
resistere al male, anche correndo dei rischi, con coraggio, determinazione. E
non sto parlando in astratto. In questo quartiere e in quelli vicini, teatro in
passato di efferati delitti politici (ricordo gli assassini dei sostituti
procuratori Occorsio - 1976- e Amato - 1980), la violenza politica è ancora
latente, come molti episodi anche recenti dimostrano. Con la propria inventiva
si possono cambiare molte cose intorno a sé, ad esempio, per i ragazzi, a
partire dalla propria classe, dai coetanei con cui si ha maggiore consuetudine.
Non occorrono grossi investimenti, salvo il volersi mettersi in gioco. Dico questo senza però
sostenere che si tratti di una cosa facile: ricordo che ai miei tempi di scuola
ebbi difficoltà in questo campo. Certe cose le ho capite solo molto dopo, ma,
con il senno del poi, mi sarebbe piaciuto aver fatto meglio tante cose.
Ma, prima di tutto,
il lavoro di carattere culturale che può essere utilmente svolto in una scuola
di stato come questa è quello di consentire agli alunni di decidere, prendendo
consapevolezza del processo storico e degli ideali di cui ho detto, se aderire
ai principi costituzionali della nostra Repubblica, senza solo subirli come un
qualcosa in cui ci si ritrova immersi e da cui, per il momento, non ci si può
liberare, elevandoli così dalla condizione di sudditi, sia pure onesti, a
quella della piena cittadinanza. In questa scuola c'è tutto quello che serve:
gli insegnanti, delle giovani menti, genitori ben disposti ad affiancarle,
libri, penne, quaderni, lavagne, tempo per insegnare e imparare.
Voglio concludere dicendo questo: non stiamo vivendo tempi ordinari.
Stiamo facendo nuova ogni cosa nel mondo di oggi. Ciò che c'era prima sta
sparendo. Si comincia ad intravvedere una nuova organizzazione dell'umanità
della quale la nostra Costituzione è stata come l'anticipazione. La nostra
Europa è al centro di questo processo storico. Beati i più giovani che forse
potranno vedere la luce della nuova era.