martedì 5 febbraio 2013

Spunti a margine del seminario Toniolo - 25 gennaio 2012 - di Giulio Stolfi


Spunti a margine del seminario Toniolo - 25 gennaio 2012

di Giulio Stolfi

Sabato 25 gennaio scorso si è tenuto alla Domus Mariae il seminario dell’Istituto Toniolo dedicato all’approfondimento dei contenuti del messaggio pontificio per la Giornata Mondiale della Pace 2013.

Intorno all’intervento del Papa non è mancato quest’anno uno spiacevole clamore, scaturito (e purtroppo non è la prima volta) da una disinvolta operazione ermeneutica. Di tale risultato si può a buon diritto esser grati a certo giornalismo, forse non particolarmente desideroso di mettere insieme una sintesi piana e onesta di concetti, quanto piuttosto di portare a casa “il pezzo”. Le entrate a gamba tesa sui cc.dd. “nuovi diritti” non mancano mai di emozionare e, difatti, dai passaggi di pensiero di Benedetto XVI sono stati fatti filtrare solo veementi quanto improbabili anatemi contro nozze ed adozioni gay, “minaccia alla pace”. Il salto logico, per la verità, resta ingiustificabile per chiunque si sia preso la briga di leggere il testo integrale del discorso.

Inutile dire che il messaggio del Pontefice è molto più ricco e complesso; inutile dolersi di come le argomentazioni del Papa siano state appiattite e travisate e di come sia andata perduta la sostanza del suo ragionamento. Forse, per chi non lo abbia ancora fatto, si può qui rinnovare un invito alla lettura del documento, facilmente accessibile in rete, ad esempio sui blog dedicati alla vita della Chiesa all’interno delle versioni on-line di alcuni fra i principali quotidiani nazionali (non bisogna generalizzare: in questi blog l’informazione è stata completa ed accurata).

Un modo fecondo per reinserire il messaggio di Benedetto XVI nella sua vera dimensione, e per trarne alcuni fra i tanti spunti arricchenti che esso sa offrire a chi si ponga in ascolto libero da pregiudizi, è stato quello proposto al seminario Toniolo. In quella sede si è creato intorno al discorso del Papa un momento fecondo di condivisione di riflessioni ed esperienze.

Gli interventi della mattinata ed il dibattito ad essi seguito sono stati particolarmente stimolanti. Fra i vari fili di pensiero tessuti in una pluralità di voci e di approcci, vorrei qui soffermarmi sul contributo di Mons. Becciu, Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato della S. Sede.

Nella sua relazione, Mons. Becciu ha difatti operato una coinvolgente messa a fuoco del discorso pontificio, concentrando l’analisi su due delle tematiche fondamentali che da esso emergono. Per questa via, è stata offerta una chiave interpretativa originale, allo stesso tempo capace di dar ragione del contesto ideale del messaggio e di lumeggiarne i più profondi percorsi di senso. In tal senso, secondo Becciu, innanzitutto il messaggio papale va inquadrato nel contesto dell’anno della Fede; assieme ai cinquant’anni dell’apertura dei lavori conciliari, poi, ricorrono anche i cinquant’anni dalla Pacem in terris. La doppia memoria crea sul tema della pace un nesso inestricabile di significati: la grande prospettiva di lettura è dunque quella del rinnovamento conciliare, della ri-collocazione della Chiesa nel mondo (A. Riccardi). Oggi, ridando slancio a quell’ansia di “nuova Pentecoste”, la domanda di pace echeggiante nella giornata mondiale ci interpella ancor di più del solito, non come appuntamento rituale a scadenza fissa, ma come grande interrogativo avvinto al cuore del nostro cammino di fede.

Partendo da questa contestualizzazione di base, i due punti chiave del messaggio presi in considerazione da mons. Becciu sono: a) l’apparente tensione fra adesione a Dio e prospettiva della pace; b) la pace come realtà non monodimensionale, ma da vivere in una prospettiva di umanesimo integrale.

Per quanto riguarda a), il rischio (donde si genera la “tensione apparente” di cui si è detto) è quello di oscillare fra filantropismo e settarismo, ossia di porsi in un’ottica per cui la pace (come “assenza di conflitto”) debba necessariamente conseguire ad un generico indifferentismo, mentre, all’opposto, la scelta radicale della fede debba risultare in una cieca chiusura al diverso da sé, preclusiva di ogni tentativo di dialogo e pace. E’ risaputo che i nemici della religione la vedono come fonte di violenza per eccellenza. Ma è vero il contrario: è il “no” a Dio ad esser stato ovunque e in ogni tempo causa di enorme violenza.

In realtà, vi è infatti un indissolubile legame tra (retta) adesione a Dio e prospettiva della pace. La seconda consegue all’autenticità della prima: l’incontro con il disegno di Cristo apre ad una realtà che “abbraccia tutte le cose”. La promessa di beatitudine per gli “operatori di pace” ha (prima di ogni altra cosa) un valore trascendente, ma è anche un messaggio di saggezza umana: essa, cioè, è cristologica, ma non escludente. La pace, dal canto suo, chiede di essere riconosciuta per ciò che essa è in verità. Di conseguenza, cammini di pace sono possibili se si presuppone un umanesimo aperto alla trascendenza, nel quale si verifica l’incontro tra “pellegrini di pace”. L’uomo –secondo Benedetto XVI- è per costituzione aperto alla verità che lo trascende, e la ragione umana è il luogo di questa apertura. Nel retto esercizio della ragione che non si chiude in sé stessa, il non credente riconoscerà di non poter chiudere la porta alle domande di senso, ed il credente riconoscerà di non possedere Dio; in questo riconoscimento reciproco saranno possibili reali prospettive di comunione. Spesso gli agnostici si pongono come cercatori di verità – e quindi di pace. Che non riescano a trovare Dio è cosa che alle volte dipende anche dalla visione ridotta dei credenti: riuscire a creare reali luoghi di pace, quindi, dipende anche dalla capacità dei cristiani di destare ammirazione, di essere credibili.

Il punto b) è strettamente connesso al precedente. L’umanesimo aperto alla trascendenza (aperto a incontri fra “pellegrini di pace”) è infatti anche umanesimo integrale: la pace si costruisce nelle varie dimensioni in cui l’uomo realizza sé stesso. Il richiamo fra la pace ed il rispetto integrale della condizione umana è una costante del magistero pontificio: l’uomo è spirito e volontà, ma anche natura; la vera libertà e la pienezza dell’umanità conseguono quindi anche al rispetto della natura, alla conformazione alla natura (per cui la pace è anche giustizia, che confronta e sollecita il potere politico; ed in questo senso il problema del fondamento dei diritti nello Stato liberale è di capitale importanza per la pace). Questa visione, ancora una volta, è accessibile alla ragione aperta, alla ragione che si apre all’integralità dell’esperienza umana, e non esclude radicalmente l’esperienza di Dio.

Mons. Becciu chiude il suo cerchio ideale richiamando, quindi, ancora una volta l’essenzialità e la centralità di un umanesimo aperto per intraprendere cammini di pace. Con le parole di Henri de Lubac, dobbiamo ricordare che l’umanesimo ateo porta ad esiti drammatici: “non è vero che l’uomo non possa organizzare il mondo terreno senza Dio…ma senza Dio non può che organizzarlo contro l’uomo. L’umanesimo senza Dio è un umanesimo disumano”.

Dall’intervento che fin qui si è cercato di sintetizzare sono scaturite parecchie domande da parte dei presenti. Una fra tutte, pur non essendoci stato in sede di replica il tempo sufficiente per sviscerarne le implicazioni, mi è parsa assai interessante. Si è trattato dell’interrogativo rivolto a mons. Becciu da parte dell’ambasciatore britannico presso la S. Sede. Il diplomatico si è domandato – ribaltando la prospettiva del relatore, e ponendosi quindi dal punto di vista del non credente che si vuole avviato su cammini di pace – quale sia il discrimine tra il credente ed il fanatico.

La domanda è solo in apparenza slegata dal contesto. In realtà mette in discussione il nucleo stesso del ragionamento di mons. Becciu. Se la pace è possibile nell’umanesimo aperto alla trascendenza, e quest’umanesimo consegue all’incontro fra la ragione del non credente e del credente, che si ri-conoscono reciprocamente, è essenziale non solo che il non credente non si chiuda alla prospettiva della ricerca di senso, ma anche che il credente possa rappresentare un interlocutore credibile. Come può, cioè, l’agnostico, il “laico” (virgolette d’obbligo per intendere il senso comune del termine) capire quando ha di fronte un “pellegrino di pace”?

La paura della radicalità della fede (e della fede cattolica in particolare) ha radici storiche e culturali antiche. Non è affatto casuale che il problema sia stato posto da un inglese. Esso infatti caratterizza la storia dei rapporti tra la cultura anglosassone e la Chiesa nella modernità. Il rigetto nei confronti di un modello universalistico e non relativistico come quello cattolico è, a dirla tutta, una delle coordinate fondamentali per l’interpretazione del costituzionalismo e del pensiero politico inglesi.

Non è il caso di perdersi eccessivamente nei rimandi storici (basti ricordare che la c.d. Glorious Revolution, momento fondante dell’evoluzione del modello verso la sua fisionomia attuale, fu causata proprio dalla nascita di un erede cattolico da Maria di Modena e Giacomo II).

E’ però utile qui ricordare la famosissima Letter concerning toleration di John Locke: per il capostipite della tradizione liberale anglosassone due atteggiamenti nei confronti del problema religioso non possono essere tollerati nello Stato, perché distruttivi della libertà dei cives: il primo è l’ateismo, che negando ogni fondamento di valore toglie anche validità al patto fondamentale sul quale si regge la società; il secondo è il cattolicesimo. L’argomento contro di esso è che ogni cattolico, con la sua appartenenza alla Chiesa, si sottomette ad un potere superiore, assoluto ed esterno allo Stato (ecco il punto); il cattolico è un suddito sottoposto ad una giurisdizione straniera: quella del Papa in primo luogo, ma anche quella di una verità che non accetta di essere costretta entro i canali tracciati dall’ordine politico-giuridico, ma che pretende invece di porsi al fianco ed in posizione distinta rispetto ad esso.

L’accordo è facilmente raggiunto sulla sfiducia nei confronti dell’umanesimo ateo, che deve essere inteso propriamente come portato di un ateismo “disumano”, com’è quello totalitario, per intendersi e non creare confusioni (cosa ben diversa è l’agnosticismo – o anche l’ateismo? – “aperti”). Rimane la difficoltà, ancor oggi, di far capire al “laico” che non è necessario relativizzare la verità, metterla sullo stesso piano dell’errore, per creare condizioni di dialogo. Si può essere aperti all’incontro con il diverso anche senza rinunciare alla verità, e non essendo per questo sudditi di un monarca straniero. E ciò proprio se ci si mette, come detto più volte da mons. Becciu, nella prospettiva di un umanesimo “integrale” ed “aperto”.

La risposta al dubbio del “laico” è, insomma, già presente nel discorso fatto fin qui, ma ripetuta in termini immediati suona così: l’autentico credente è aperto al dialogo; il fanatico no. Difatti, come si è già detto, il credente sa di non possedere la verità; sa che la verità lo trascende, e che la ricerca di essa non è mai compiuta. Il credente è quindi un uomo in ascolto. Il fanatico pretende invece di avere una versione chiusa e “monopolizzata” di verità, a suo uso e consumo; si fabbrica un dio che entrando in contatto con realtà differenti si sgretolerebbe. Da questo lato c’è , quindi, la paura (preclusiva di ogni dialogo) di chi teme di perdere il proprio idolo; dall’altro lato, la fiducia propria di chi decide di andare incontro alla verità (ossia, a Cristo).