sabato 12 gennaio 2013

Riunione dell’8 gennaio 2013

Riunione dell’8 gennaio 2013

 La riunione dell’8 gennaio 2013 è iniziata con una preghiera scritta da A. sul tema della pace, alla quale tutti ci siamo associati.
 Il presidente ha ricordato che, dall’istituzione della giornata mondiale della pace nel 1967 per volontà del papa Paolo 6°, l’Azione cattolica dedica a questo argomento il mese di gennaio. Domenica 13 gennaio, alle ore 16:00, nella parrocchia di S. Maria Ausiliatrice di Roma, in piazza S.Maria Ausiliatrice (raggiungibile con la Metro linea A direzione Anagnina, fermata Colli Albani, poi con l’autobus 85, fermata S.M. Ausiliatrice), si terrà un incontro sul Messaggio del Santo Padre Benedetto 16° per la 46° Giornata mondiale della pace: sarà introdotto da un momento di preghiera di S.E. mons. Matteo Zuppi e seguito da riflessione e studio introdotti da Flaminia Giovannelli, del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, da mons. Enrico Feroci, della Caritas Diocesana di Roma. Ci saranno testimonianze con il coordinamento della giornalista Chiara Santoniero.
 E’ seguita la proclamazione delle letture di domenica 13 gennaio – festa del Battesimo del Signore (Is 40,1-5.9-11; Tt 2,11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22).
 L’assistente ecclesiastico ha ricordato che il Vangelo ci presenta la figura di Giovanni Battista come colui che prepara alla nuova era di Cristo. Egli infatti è considerato l’ultimo profeta dell’Antico Testamento. Il battesimo Gesù nel Giordano, da Giovanni Battista, è la prima sua manifestazione pubblica.
 Nel brano di San Paolo ci viene ricordato che siamo salvati per misericordia, non per i nostri meriti e le nostre opere. Senza Cristo non ci si salva. Ne siamo veramente consapevoli? Esteriormente tutte le persone religiose si assomigliano: è nell’interiorità che c’è differenza. Si tratta solo di partecipare a riti o di fede autentica? Quest’ultima è caratterizzata dal vivere nella gratitudine, per la grazia che ci viene da Gesù.
 L’importanza di Gesù per la salvezza viene espressa da Giovanni Battista con l’affermazione di non considerarsi degno di sciogliere i sandali a Gesù, gesto che, nella tradizione ebraica del tempo, poteva avere il significato di prendere il posto di un altro, infilandosi  nei suoi sandali. Ciò con riferimento ad antichi costumi tribali, risalenti a tempi in cui ci si sposava nell’ambito di famiglie già imparentate e secondo  un ordine prestabilito di precedenza per sposare una donna, di modo che, se chi aveva diritto a sposarla rinunciava a farlo, gli subentrava un altro e il primo pubblicamente si toglieva un sandalo e lo consegnava al secondo come segno  di assenso alla sostituzione. Giovanni Battista volle pubblicamente significare che non intendeva prendere il posto di Gesù. E lo fece anche distinguendo il suo battesimo da quello che sarebbe stato introdotto da Gesù, il primo un battesimo con acqua e il secondo con fuoco e Spirito. Nel battesimo cristiano noi diventiamo Cristo stesso e questa unione è stata anche espressa con immagini sponsali. Il fuoco purifica più che l’acqua ed è anche meno corporeo, al modo dello Spirito. Nell’unione con  Cristo lo Spirito è su di noi, specialmente nelle prove. Nel mondo viviamo come nel fuoco, ma non bruciamo perché Dio ci difende.
 Si è poi aperto un dibattito sui modi in cui noi possiamo farci operatori di pace.
 E’ stato ricordato che l’Italia è impegnata in una guerra in Afghanistan, nel quadro di un’operazione militare che viene presentata come intervento pacificatore. E’ realmente così? Non dovremmo esprimere un’opposizione contro la nostra partecipazione a quel conflitto?
 Poi la discussione si è incentrata sulle tradizionali opere di misericordia. Non potremmo visitare i carcerati e gli ammalati. Io ho ricordato le difficoltà di avvicinare certi ambienti di sofferenza senza una adeguata preparazione. Se non si è disposti ad apprendere e a seguire un tirocinio, meglio astenersi. Nelle carceri, in particolare, c’è molta tensione che non deriva solo dalle cattive condizioni alloggiative, ma da fatto che convivono persone che, per diversi motivi, sono in conflitto con la società all’esterno e mantengono questo atteggiamento anche nella detenzione. Nelle carceri maschili ciò è accentuato per fattori specificamente ormonali e di caratterizzazione sessuale. C’è, insomma, una certa ostilità verso che viene da fuori. Per quanto riguarda i malati, qualche volta, come ho sperimentato personalmente, i discorsi religiosi sono mal tollerati e quindi bisogna fare attenzione a quando smettere. La fede, in certe condizioni di malattia, può addirittura divenire un peso, una fatica. E, come quando si deve affrontare una lunga e dura marcia, si tende a liberarsi dei pesi, di ciò che aggrava la fatica. Il discorso è diverso quando ad essere malati sono parenti o amici, con i quali abbiamo già una lunga consuetudine e di cui sappiamo di più.
 A questo proposito, nel corso della riunione abbiamo telefonato a T., che tempo fa è stata vittima di un investimento stradale e sta soffrendo ancora a letto. Le abbiamo fatto a viva voce i nostri migliori auguri di rapida ripresa.
 Le occasioni prossime di pacificazione sono quelle che si hanno in famiglia, tra parenti, tra condomini: sono spesso le più difficili da cogliere.
 Si è sentita la mancanza di persone più giovani: tra i più giovani sono forse maggiori le occasioni di contrasto, ma è spesso più facile fare pace. Con l’età anziana tutto si fa più difficile sulla via della pacificazione, le situazioni tendono a cristallizzarsi.
 L’assistente ecclesiastico ha ricordato che non sempre le baruffe matrimoniali preludono alla fine del matrimonio: è peggio quando tra i coniugi c’è il silenzio, l’indifferenza reciproca. A volte nel matrimonio si litiga, ma poi si fa l’amore. Questo ci ha riferito in base alla sua esperienza di prete. Nella mia esperienza di laico sposato non sempre le cose vanno così, è tutto più complesso di come può apparire dall’esterno.  Ciò che rende stabile il matrimonio tra uomo e donna non è l’amore sessuale, che va e che viene, muore e può rinnovarsi, e questa è legge di natura. E’ invece una sorta di amicizia molto forte che spesso si crea dalla lunga consuetudine personale, facilitata dall’orientamento sessuale, che rende possibile avvicinare molto la persona dell’altro senza il fastidio che solitamente si prova in altri contesti. Questo si fa più chiaro per le coppie di anziani, quando l’amore specificamente sessuale ha molta meno rilevanza che da giovani. E’ appunto quel tipo di amicizia che resiste nei conflitti. Nell’amore sessuale, in particolare nella fase di innamoramento e di ri-innamoramento, non ci sono vere occasioni di conflitto, perché si è in uno stato alterato di coscienza, come sotto l’influsso di una droga. Ma questa fase è transitoria. Confondere amicizia e amore sessuale nel matrimonio  è un errore in cui cadono spesso coloro che, dall’esterno, parlano dell’amore tra i coniugi. I teologi cattolici del clero poi conoscono in genere  solo l’amore. Ma questo è un campo in cui di solito il clero non è molto disposto a sentire la versione di chi nel matrimonio vive, specialmente di chi ci ha vissuto più a lungo. D’altra parte i consigli di chi ha un punto di osservazione per così dire esterno, non coinvolto emotivamente in certe vicende personali, sono spesso molto utili, perché, specialmente nelle fasi di conflitto, si perde la serenità di giudizio verso la persona dell’altro. In passato la mediazione matrimoniale dei preti è stata molto efficace, anche se spesso si risolveva in danno della donna, alla quale si attribuiva una capacità di sopportazione superiore a quella dell’uomo. Nel nuovo scenario contemporaneo la donna pretende un rispetto che un tempo non le era riconosciuto né di fatto né giuridicamente. Le famiglie devono quindi fondarsi su altri presupposti rispetto al passato. La fede cristiana può aiutare? Se è un valore condiviso, ma veramente condiviso, può accadere. Ma non sempre accade, specialmente quando spira  vento contrario nella passione amorosa, il che può avvenire anche da vecchi, soprattutto nei maschi. Gli insegnamenti religiosi possono essere utili per contrastare l’attuale tendenza consumistica nelle cose del sesso, che, alla fine, priva di senso l’amore sessuale. Di solito ci si impegna molto, direi anche che si investe molto, nel matrimonio e nella famiglia. Sono sicuramente il primo dei campi in cui noi laici possiamo farci operatori di pace. Riuscirci dà molta soddisfazione e fa bene. Ma le circostanze della vita possono costituire impedimenti molto forti. Un tempo si colpevolizzava molto chi falliva. Oggi viene consigliato un atteggiamento diverso.
 Sforzarsi di essere operatori di pace non significa naturalmente rassegnarsi al male che si fa nella società. Nel corso della riunione è emerso, ad esempio, il problema delle truffe di cui sempre più spesso sono vittime gli anziani. Combattere il crimine, in tutte le sue forme, è dovere civico irrinunciabile. Fare tutto secondo giustizia, rinunciando a propositi di vendetta, è meritorio. Sulla via della santità si può anche cercare di risanare certe ferite.  La pratica del sacramento della Penitenza può aiutare a farlo. Entrando in confessionale doniamo il nostro risentimento, il nostro odio, al Signore, chiedendo di esserne purificati. E’ quello che l’assistente ecclesiastico ha espresso nell’omelia di domenica scorsa dicendo che dobbiamo donare al Signore ciò che è veramente solo opera nostra:  i nostri peccati. Ma dobbiamo cercare di lasciarli nel confessionale, prendendo sul serio il nostro proposito di fuggire le occasioni future di male.

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli