lunedì 7 gennaio 2013

Noi, la Chiesa e la società nella crisi

Noi, la Chiesa e la società nella crisi

 Il duro inverno che si prepara per tutti gli italiani, ma più carico di sacrificio per i disoccupati, pensionati e lavoratori a redditi bassi e medi, per le famiglie con più figli piccoli, ispira a noi il senso di una severa provvidenzialità di questo eccezionale convegno. E ciò non solo per la sollecitazione a rinnovate opere di diaconia della Chiesa. Ma perché è l’intero rapporto della Chiesa con la società italiana e col mondo che viene in primo piano. E non più solo o tanto per riferimento alle profonde trasformazioni del sistema sociale e politico italiano, nel passato prossimo immediato, ma soprattutto per la sfida che la crisi economica, istituzionale e culturale pone al presente e al prossimo futuro nella società e civiltà italiana.
 Il nostro paese è in incombente pericolo di precipitare in un nuovo periodo di decadenza, secondo una triste regolarità della nostra storia. C’è già chi si rassegna. Ed è forse proprio contro la inclinazione anche di molti cattolici alla rassegnazione che questo convegno acquista ora la sua drammatica attualità.
 Tra le non molte interpretazioni complessive della situazione attuale della società italiana, che ho trovato tra i documenti di risposta pervenuti dalle diocesi, da singole comunità e gruppi di lavoro di Chiese locali [nella fase preparatoria – nota mia], da associazioni nazionali cattoliche e da qualche comunità cosiddetta di base – la rassegnazione non trova però spazio.
 Il senso di gran lunga prevalente delle risposte sul tema generale del rapporto fra la Chiesa e la società italiana, è che occorre accrescere il mutuo aiuto tra Chiesa e mondo nello spirito della “Gaudium et spes”. E proprio la ricerca, da parte della cattolicità italiana, di vie e modi e obiettivi specifici, per una congiunta e non contraddittoria azione, di annuncio del Vangelo e di impegno per la giustizia e per la partecipazione alla trasformazione del mondo, configura lo specifico apporto della Chiesa alla società profana.

[Dall’intervento del sociologo Achille Ardigò (1921-2008) al convegno  ecclesiale  Evangelizzazione e promozione umana”, tenutosi a Roma dal 30 ottobre al 4 novembre del 1976 – in Evangelizzazione e promozione umana – atti del convegno ecclesiale – Roma 30 ottobre/4 novembre 1976, Editrice A.V.E, 1976]

 Le parole che ho sopra trascritto sembrano scritte per i giorni nostri, perché descrivono un problema della nostra Chiesa che è ancora attuale e che riguarda il modo di entrare in relazione con il mondo al di fuori degli spazi liturgici, e invece risalgono a trentasei anni fa.  Che significa questo? Significa che un lavoro che si era iniziato a fare negli anni ’70 fu interrotto e che ora può essere ripreso, perché le condizioni per farlo si sono fatte nuovamente favorevoli, in particolare dopo l’appello rivolto ai fedeli e al mondo nell’enciclica Caritas in veritate del papa Benedetto 16°.
 Che cosa è la nostra Chiesa? Non parlo naturalmente della sua origine, della sua natura e delle sue finalità sotto il profilo teologico, della fede comune professata nella tradizione. Ma di ciò che è dal punto di vista sociale, delle relazioni come collettività con il mondo in cui è storicamente inserita. Questo è un argomento molto importante per decidere che fare per fare progredire  la società arricchendola con i principi evangelici che riguardano la vita comune.
 Non vi aspettate che vi dia qui delle risposte. Le chiedo io a voi. Vorrei che se ne discutesse nelle nostre riunioni infrasettimanali. Mi piacerebbe che a questo dibattito prendessero parte anche coloro che negli anni passati si sono allontanati dalla vita della parrocchia e anche coloro che sono entrati in polemica con la Chiesa come è ora e lo dicono francamente, ma tuttavia nella loro interiorità apprezzano ancora, al di là di quelle critiche anche dure, un discorso religioso.
 Siamo, ad esempio, una ditta per la propaganda del sacro? Siamo una federazione di collettività che in senso molto lato condividono una certa cosmologia religiosa e certi miti e che fanno vita separata, considerando con un po’ di sospetto le esperienze altrui? Siamo una federazione di organizzazioni caritative? Siamo una collettività che vuole dare una giustificazione religiosa alla società come è ora e sostenerla contro le critiche e gli attacchi che ci vengono dall’esterno? Siamo papa-men/women, vale a dire un’organizzazione che ha come scopo principale sostenere l’azione del Papa nel mondo di oggi e in particolare in Italia? Siamo dei rivoluzionari che pensiamo di avere la ricetta giusta per cambiare il mondo rovesciando i principi perversi su cui esso si fonda? Siamo gruppi di oranti che pensano di ottenere il cambiamento del mondo con la preghiera incessante? Che cosa sono i preti, i vescovi e il Papa per noi? In che cosa i preti si differenziano dagli assistenti sociali, dagli psicologi, dagli psichiatri e dagli insegnanti delle scuole? Quale autorità riconosciamo loro, di fatto?
 In questo Anno della fede queste domande mi sembrano importanti. Possiamo aspettarci che la risposta ci venga dall’azione catechistica svolta nella Chiesa, che quindi altri ci dicano che cosa siamo  o come dovremmo essere? O dovremmo, come punto di partenza, riconoscere francamente come abbiamo voluto essere finora e capire se questo modo di essere è sufficiente in relazione ai principi che proclamiamo e che, come non cessano di ripeterci i vescovi, hanno informato di sé e ancora informano di sé in particolare l’Europa (il tema delle cosiddette radici cristiane)?

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli