Fede religiosa, forza di progresso
L’angelo è … il messaggero che, secondo le immagini bibliche, collegando il cielo alla terra, annuncia a un essere umano che la Parola divina che l’ha creato vive ancora nel suo intimo più profondo, anche nel momento della sua disperazione. L’esteriorità è dunque necessaria a questa speranza, essa aiuta a combattere il destino, a imporsi su di esso e a crescere. Per coloro i quali non percepiscono angeli nella loro esistenza quotidiana così spesso tormentata, questa esteriorità – dice il Rabbi di Gur – proviene dalle parole della Torà. Sono esse che hanno la forza stupefacente di rinnovare il desiderio di vita in ognuno. Questa esteriorità talvolta prende anche la forma della voce di un’altra persona, che, proponendo parole di vita a colui o a colei che si trova imprigionato nel labirinto delle sue sofferenze e del suo male, non sa più trovarle. Ma in ambedue i casi, e del resto uno non esclude l’altro, è necessario affinché quella persona le intenda e colga il filo di chiarore che gli viene teso –attraverso parole udite da una voce che non è la sua – che quella persona resti attenta a ciò che quelle parole vengono a toccare in lei: quel punto di speranza non domato, quella certezza, non verosimile rispetto al tempo e alla natura, che la vita può ancora vincere sulla morte e sulla notte, malgrado le prove e la tenacia degli scacchi subiti.
[da Caterine Chalier, Angeli e uomini, Giuntina, 2009, pag.62]
Ai tempi nostri, e anche nell’insegnamento catechistico, si è piuttosto cauti nel proporre una visione religiosa della vita, pensando che poi possa risolversi, nell’interpretazione personale, in qualche tipo di stranezza per cui mediante certe pratiche liturgiche o ad esse somiglianti, o comunque mediante una disciplina personale, si confidi di poter cambiare, quasi magicamente, la realtà intorno a sé. Si preferisce parlare della santità personale come risultato del confidare nella Parola di Dio, la quale però, nelle situazioni concrete che si presentano, non è facile da individuare e allora poi si finisce per consigliare di fidarsi dell’interpretazione che ne dà la Chiesa in persona del clero o addirittura dei capi della comunità a cui si è più legati. Ecco quindi che una parte di quelli che sono stati raggiunti dal messaggio religioso si allontanano dalla comunità in cui l’hanno ascoltato, cercando l’autonomia e la libertà di pratica e giudizio. Questo pregiudica l’efficacia propria dell’azione laicale, che ha bisogno di gente per essere attuata, essendo anche un lavoro collettivo, ma anche della possibilità di sviluppare in concreto concezioni particolari, adatte ai vari problemi che si affrontano, facendo quindi reagire in modo originale e autonomo fede religiosa e vita concreta, senza però aspettative eccessive quanto a felicità qui su questa terra.
Sarebbe bello poter dire che se si ha fede si è felici, in qualsiasi situazione ci si trovi, ma non è vero che questo accada sempre. Anzi, per ciò che mi è stato dato di sperimentare accade piuttosto di rado e non penso nemmeno che ci si debba sentire in colpa per questo, perché non si è felici pur essendo parte di una collettività religiosa e avendo in misura maggiore o minore una fede religiosa. E’ vero che invece i cambiamenti in meglio della vita delle persone possono dipendere da azioni, individuali e collettive, a fondamento religioso, nel senso di motivate non sulla base di come vanno di solito le cose, quindi su un realismo materialista, ma su considerazioni paradossali, fondate su come vorremmo che fosse il mondo, quindi su un’esigenza interiore che ci fa essere diversi perché collegata all’idea di essere creature, non un accidente della natura, quindi esseri dotati di una speciale dignità. E’ qualcosa che, come scritto nel brano che ho sopra riportato, giace e opera nel nostro intimo più profondo ed è a volte suscitato, riportato alla superficie della coscienza, dall’esterno: qualcuno la descrive come esperienza angelica, per altri è il contatto con le scritture sacre, per altri ancora si tratta della voce di un’altra persona o di un’altra situazione in cui ci si trova. E’ allora che si risveglia in noi “quel punto di speranza non domato, quella certezza, non verosimile rispetto al tempo e alla natura, che la vita può ancora vincere sulla morte e sulla notte, malgrado le prove e la tenacia degli scacchi subiti.” E che si comincia a costruire un mondo nuovo, in cui le tante cose dolorose della realtà che viviamo e che pure è appunto la realtà siano superate e migliorate. Ad esempio una società basata sul principio di uguaglianza intesa come pari dignità, una cosa che in natura semplicemente non c’è, come ricordavano gli schiavisti contro le obiezioni degli abolizionisti. Tra gli esseri umani c’è stato sempre chi ha sfruttato e chi è stato sfruttato, osservavano. Eppure questa realtà umana storica dello schiavismo è stata contrastata sulla base di motivazioni in fondo religiose, quindi paradossali, almeno fin dal Cinquecento, e dal Settecento con particolare efficacia, e ha portato l’abolizionismo a prevalere a livello globale. E ciò anche se nella Bibbia, composta di scritti composti in tempio piuttosto antichi, in cui lo schiavismo era realtà giuridica accettata non c’è una parola esplicita contro di esso, dico un appello alla rivolta contro di esso. Eppure il movimento contro lo schiavismo, specialmente nell’Ottocento, ebbe anche motivazioni religiose cristiane (pur avendone avute anche di analoghe le pratiche schiavistiche degli Europei contro gli africani e i nativi americani).
A una persona più giovane di me che ha lasciato le consuetudini di fede respinta dal fideismo irriflessivo che le era stato proposto, non attesterei mai che recuperando la fede sarà felice su questa Terra, ma certamente le farei notare che su basi religiose, dunque di ribellione contro le cose come normalmente vanno, in particolare in natura, potrebbe capitarle di collaborare a cambiare in meglio il mondo, in particolare nello sviluppo dei diritti fondamentali dell’uomo nel pensiero e nella pratica. La nostra fede non ci impone di rassegnarci ad accettare le cose come vanno e a ritenerle volontà di Dio, anche se si trattasse, ad esempio, di una malattia grave o di un altro accidente “naturale”. L’altro giorno sono stato in visita ad un centro oncologico e alle persone che ho incontrato in sala d’attesa davanti agli ambulatori non avrei mai fatto questo discorso. Né avrei promesso che, seguendo certi riti, Dio le avrebbe salvate. O che, comunque, anche nella prospettiva della morte avrebbero trovato la beatitudine, la felicità. La mia infatti non è una fede consolatoria o di rassegnazione, ma di ribellione, di rivolta, a partire da una realtà affrontata senza facili illusioni. E’ vero tuttavia che, in una prospettiva religiosa, in particolare cristiana, si può dare un senso a ciò che ci accade e quindi si può essere portati ad agire di conseguenza: questo rafforza il sentimento della propria dignità di fronte a una realtà sociale o naturale che invece porta a deprimerla. Fa bene e porta a fare il bene. Non mi sentirei di dire che accada sempre e non ne faccio una colpa a quelli ai quali non accade. Per un malato grave, ad esempio, la fede può essere solo un problema in più da affrontare e talvolta il problema della teodicea, di giustificare l’operato di Dio nel mondo, quindi il mondo come risultato di creazione, può superare effettivamente le nostre forze. Ma di solito nella sofferenza è ancora possibile, come scrive la Chalier, percepire un filo di chiarore, e ciò sovente deriva da un’esperienza francamente religiosa, di voce o situazione che risveglia una convinzione paradossale, che riguarda “parole di vita a colui o a colei che si trova imprigionato nel labirinto delle sue sofferenze e del suo male, non sa più trovarle”.
Il primo dovere religioso del laico è quello di capire realisticamente ciò che sta succedendo, per lui la fede non è quindi un fattore anestetizzante, e poi di agire per realizzare un mondo diverso (ordinare le cose temporali secondo Dio, nel gergo teologico). In particolare è questo appello, non di rassegnazione, che viene ai laici, e a tutti gli esseri umani di retta volontà, dal Concilio Vaticano 2° e dai documenti del magistero che si sono proposti di svilupparne i deliberati.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli