Civiltà cristiana e Azione Cattolica
A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento la polemica tra il movimento dei cattolici denominato “guelfo”, perché nella spaccatura tra Regno d’Italia e Papa cattolico seguita alla presa di Roma nel 1870 parteggiava per il Papa, e gli altri movimenti politici che animavano all’epoca la società civile italiana riguardò in particolare la questione del conflitto di civiltà. I cattolici consideravano sé stessi come i veri eredi delle glorie della nazione e portatori di un ordine sociale fortemente radicato nel popolo, minacciato dall’orientamento liberale delle istituzioni del nuovo stato unitario. A quell’epoca vi era effettivamente in Italia, specialmente nelle campagne e tra gli intellettuali di fede, parti della nobilità e della borghesia una larga base sociale che condivideva le idee guelfe e che, a lungo, rimase per tale motivo esclusa dalla partecipazione politica alle nuove istituzioni democratiche del Regno d’Italia.
I movimenti precursori dell’Azione Cattolica e l’Azione Cattolica, nel corso della sua articolata storia, si adoperarono per sanare quel contrasto e per conquistare ai cattolici la piena cittadinanza civile. Questo risultato fu conseguito realmente solo tra il 1946 e il 1948, con la stabilizzazione del regime democratico scaturito dall’abbattimento cruento del regime fascista e con la partecipazione fondamentale delle forze democratico cristiane italiane (in particolare nell’Assemblea Costituente), a lungo emarginate nella Chiesa cattolica all’epoca della dominazione fascista e dei compromessi raggiunti in quei tempi infausti dalla gerarchica cattolica con il Mussolini.
Per certi versi, nonostante che, nel sistema dei diritti umani, importanti principi religiosi siano venuti a costituire le basi delle nuove istituzioni europee, quel conflitto sembra oggi rinascere, in particolare sulle questioni della laicità degli stati e del principio di non discriminazione delle persone su basi religiose e sessuali.
E’ stato notato che permangono in Italia importanti elementi di confessionalismo nelle istituzioni e che, in particolare, la gerarchia cattolica pretende che le sia riconosciuto un ruolo preminente nella collaborazione con le istituzioni pubbliche, in modo corrispondente allo speciale regime giuridico che le viene riservato dall’art.7 della Costituzione. Essa inoltre ritiene di poter giungere a certe conclusioni di natura anche politica sulla base di discorsi razionali incontrovertibili e quindi di dover avere udienza non solo per argomentazioni fideistiche, opinabili per i non credenti, ma per la forza della ragione rettamente esercitata.
E’ chiaro però che la situazione italiana è caratterizzata da:
-un pluralità di opinioni politiche tra i cattolici, che evidentemente non può essere risolta da quegli argomenti razionali;
-una diminuzione sensibile, di circa trenta punti percentuali, delle persone che dichiarano di accettare le regole della confessione religiosa cattolica e una percentuale molto minore dei praticanti (persone che vanno regolarmente a Messa la domenica e nelle feste comandate) che seguono effettivamente in tutto quelle regole, soprattutto in materia sessuale e matrimoniale;
-un forte aumento di persone per le quali la religione non è una questione particolarmente importante, perché non sentono la necessità di ricorrervi spesso nella loro vita quotidiana, salvo che in alcune occasioni cerimoniali (nascita, matrimonio, morte);
-un forte aumento di fedeli di altre religioni, in particolare di confessioni islamiche e cristiano ortodosse;
-la marcata insofferenza delle donne verso le residue forme di discriminazione nella Chiesa cattolica;
-la sempre più marcata insofferenza dei giovani verso pratiche pastorali autoritarie nei loro confronti;
-il potente emergere del movimento contro la discriminazione sociale delle persone omosessuali.
Manca quindi, nel contesto sociale di oggi, la base sociale per sostenere in conflitto di quella natura, vale a dire per ripristinare una specie di ordine sociale cristiano, di una civiltà cristiana, secondo le opinioni della gerarchia cattolica. Ma, in realtà, a parte alcune questioni specifiche, che si fanno rientrare nel tema complessivo dei valori non negoziabili (contraccezione, aborto, procreazione assistita, divorzio, patti matrimoniali tra omosessuali, manifestazioni di volontà per il fine vita, sussidi alla scuola cattolica) la Chiesa cattolica, pur con la sua complessa e articolata dottrina sociale, non è più nemmeno portatrice di un progetto di società complessivamente valido per i nostri tempi, anche considerando la sola Europa. Nell’attuale epoca di crisi globale le istituzioni sovranazionali, in particolare l’Europa Unita, stanno costruendo nuove modalità di intervento per il governo e la risoluzione dei problemi che si sono manifestati. In questa dinamica può prevedersi che tutte le residue forme ingiustificate di discriminazione tra le persone verranno gradatamente rimosse, divenendo addirittura illecite.
Naturalmente rimane un possibilità di influenzare i movimenti in corso nelle società civili, ma questo deve necessariamente farsi non su basi fideistiche, non condivise all’esterno della cerchia dei più volenterosi praticanti, ma con argomenti razionali, tenuto conto però che questo metodo in genere non consentirà mai di arrivare ad una e una sola conclusione che si imponga agli altri per forza di ragione. Questo non accade sempre neanche nella matematica, figuriamoci nei fatti sociali. Sarà quindi sempre necessario, su certe questioni, un negoziato responsabile, in cui l’identità di gruppo potrà valere come argomento sulla base dei buoni risultati eventualmente conseguiti (non per l’argomento Dio lo vuole). In materia di discriminazione su base sessuale noi cattolici non ne abbiamo molti. Piuttosto l’argomento che, a mio parere, va sfruttato molto è quello del principio di precauzione, per cui intorno a realtà umane sulle quali si sa ancora poco e che sono suscettibili di sviluppi catastrofici, occorre imporre una serie di limiti per evitare che i pericoli supposti si avverino. In questo lavoro l’Azione Cattolica può senz’altro svolgere un’opera positiva, essendo stata fin dall’origine aperta ai tempi nuovi e impegnata a comprenderli in una prospettiva cristiana, non invece chiudendosi in un intransigentismo settario che porta solo soddisfazioni effimere. Purtroppo questa esperienza di metodo non è più patrimonio culturale di larghe fasce della popolazione dei più volenterosi nostri praticanti, che del resto lo ammettono francamente, essendosi formati in un diverso ambiente ecclesiale.
Vi è la necessità quindi, in particolare nelle nostre riunioni settimanali, di riprendere migliore conoscenza del senso del lavoro e dell’associarsi in Azione Cattolica, che, a differenza di un qualsiasi gruppo parrocchiale di spiritualità, riguarda la religione e la spiritualità ma anche l’impegno nella società civile. Non si tratta di seguire un catechismo, quindi di farsi spiegare da altri quello che si deve sapere, fare o non fare, ma di scoprire insieme, capendo bene la società del nostro tempo, ciò che è meglio fare.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli