Che fanno i laici cattolici nel mondo?
Un pensiero per la riunione di martedì 4 dicembre 2012
Col nome di laici si intende qui l’insieme dei cristiani ad esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, compiono nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano.
[…]
Per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e al Redentore.
[Dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium (n.31), sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° (1962-196)]
Vi propongo come pio esercizio per questa settimana di imparare a memoria i due brani della Lumen Gentium che ho sopra riportato. Sono legge molto importante della nostra Chiesa. E contengono alcune delle affermazioni più rilevanti del Concilio Vaticano 2°. Dalla mente devono scendere nell’anima e poi di nuovo devono tornare alla mente, per progettare il futuro con la determinazione che è richiesta dal carattere religioso dell’impegno a cui siamo chiamati.
Abituati forse ancora a considerare Chiesa il Papa, i vescovi, i sacerdoti e i loro stretti collaboratori, i monaci e le monache, i frati e le suore, dobbiamo sforzarci ora di figurarci l’immane massa di persone, quasi un miliardo di cattolici, che compone il resto, quella parte del Popolo di Dio che viene denominata il laicato (l’espressione, usata in questo senso, risale agli scritti di San Clemente papa, I secolo della nostra era, al quale è intitolata la nostra chiesa parrocchiale).
L'occasione immediata della lettera schiude al Vescovo di Roma la possibilità di un ampio intervento sull'identità della Chiesa e sulla sua missione. Se a Corinto ci sono stati degli abusi, osserva Clemente, il motivo va ricercato nell'affievolimento della carità e di altre virtù cristiane indispensabili. Per questo egli richiama i fedeli all'umiltà e all'amore fraterno, due virtù veramente costitutive dell’essere nella Chiesa: “Siamo una porzione santa”, ammonisce, “compiamo dunque tutto quello che la santità esige” (30,1). In particolare, il Vescovo di Roma ricorda che il Signore stesso “ha stabilito dove e da chi vuole che i servizi liturgici siano compiuti, affinché ogni cosa, fatta santamente e con il suo beneplacito, riesca bene accetta alla sua volontà... Al sommo sacerdote infatti sono state affidate funzioni liturgiche a lui proprie, ai sacerdoti è stato preordinato il posto loro proprio, ai leviti spettano dei servizi propri. L'uomo laico è legato agli ordinamenti laici” (40,1-5: si noti che qui, in questa lettera della fine del I secolo, per la prima volta nella letteratura cristiana, compare il termine greco “laikós”, che significa “membro del laos”, cioè “del popolo di Dio”).
[dalla meditazione svolta dal papa Benedetto 16° all’udienza generale del 7-3-07]
La valorizzazione dell’impegno religioso dei laici è uno dei temi chiave lanciati da padri conciliari soprattutto per sviluppi futuri, che ancora sono in corso.
Naturalmente considerare quasi come un resto la gran massa dei fedeli, detratti i membri dell’ordine sacro e i religiosi, è una particolare prospettiva che risente del metodo della teologia di ordinare le argomentazioni. Per la gran parte della storia della chiesa i laici sono stati poi considerati essenzialmente come sudditi della potestà religiosa esercitata dal clero, allo stesso modo in cui lo erano, nel campo civile, delle dinastie regnanti e dei loro vassalli e funzionari. In effetti i Papi ebbero anche, e ancora hanno sebbene in un ambito poco più che simbolico, la condizione giuridica di monarchi, ad un certo punto equiparati come dignità agli imperatori, ai re dei re, e i vescovi ebbero effettivamente la condizione di feudatari e così i capi degli ordini religiosi maschili. Un suddito onora il proprio Signore e gli ubbidisce e lo serve. Il potere religioso trovava limitazione in quello politico civile e storicamente si ebbero varie combinazioni tra gli stessi, con accomodamenti e anche conflitti. La gente del popolo era, come dire, oggetto di una sorta di condominio tra autorità religiose e civili. Questo assetto c’era nella Bibbia e, in particolare, nel Vangelo? Diciamo che ci si costruì una teologia sopra, imposta ai fedeli laici per vincolo di obbedienza religiosa. Il Concilio Vaticano 2° consacrò al massimo livello un profondo ripensamento (già in corso da diversi anni), il quale naturalmente venne espresso in termini teologici, collegandolo alle Scritture e alla Tradizione, ma fondamentalmente originò dall’esperienza storica dei movimenti laicali cattolici nell’Ottocento e nel Novecento e dalla constatazione che solo l’azione di masse illuminate poteva contrastare i moventi ed esordi di conflitti catastrofici come quelli che si erano prodotti in Europa fin al 1945. Ricordo di nuovo il Radiomessaggio natalizio del 1944 del papa Pio 12°, la prima manifestazione pubblica della nuova mentalità:
Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?
Forse, per una certa pigrizia e rassegnazione, che anch’io, ormai cinquantacinquenne, comincio ad avvertire, pensiamo al nostro impegno religioso come un farci intrattenere con discorsi edificanti e belle liturgie. E invece dovremmo essere costruttori di mondi, questo appunto significa l’espressione trattare le cose temporali ordinandole secondo Dio. E lo dobbiamo fare in modo creativo, perché si tratta di cose per i tempi nuovi. Con competenza e guidati dallo spirito evangelico. E’ qualcosa che viene anche espresso anche con il concetto di regnare. Ma siccome dobbiamo farlo tutti insieme e pacificamente, lo dobbiamo fare democraticamente rispettando la dignità di ciascuno, compresa la libertà e la franchezza (in greco parrhesia) di espressione. Ne siamo consapevoli?
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli