Una lunga storia
Nei miei precedenti interventi su cose della nostra fede comune c’erano molti richiami a fatti storici. Si tratta di un modo di procedere che non è molto diffuso, in particolare nella fase dell’iniziazione religiosa. E’ una cosa che si può constatare, ad esempio, nel Catechismo della Chiesa cattolica, un’opera destinata al grande pubblico su scala mondiale, e che pure ha avuto una evoluzione storica dalla prima edizione, nel 1993, alla seconda, nel 1997, in particolare sul tema della pena di morte. In quel testo non emerge con chiarezza, anche se se ne parla, che la Chiesa, nella sua componente “terrestre”, “nel secolo” come si suole dire, ha avuto una storia, quindi diverse manifestazioni le quali hanno riguardato anche concezioni molto importanti. Del resto si tratta di uno scritto su base teologica e la teologia, in particolare quella cattolica, tende a lavorare per stabilire una continuità con le origini, in primo luogo perché quella continuità accredita la verità della religione, per il legame molto stretto che nel cristianesimo si vuole mantenere con il primo maestro, e poi perché essa è in linea con l’idea che la Chiesa abbia anche una componente soprannaturale in virtù della quale è sempre la stessa in ognuna delle sue varie espressioni compresenti sulla Terra e succedutesi nella storia. Questo qualche volta porta a mettere in secondo piano l’evoluzione storica che c’è stata anche nelle nostre collettività religiose e, comunque, a presentarla fondamentalmente solo come una serie di progressi verso una maggiore e migliore comprensione del messaggio di fede nei quali il passato è comunque tutto contenuto nei tempi successivi, ponendo così in risalto il dispiegarsi di un disegno soprannaturale coerente che regge le cose umane. Questa visione è utile per dare il senso complessivo dell’interpretazione della storia umana come noi la proponiamo in religione. Può creare qualche problema se però, nel compito che è proprio dei fedeli laici, vale a dire quello di trattare le cose temporali e di ordinarle secondo Dio, secondo l’espressione utilizzata nella costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), quindi, in termini correnti, di realizzare un’organizzazione delle società umane più in linea con i nostri ideali religiosi, noi trascuriamo certi dettagli della storia e certi meccanismi delle cose umane e, in particolare, che il nostro presente per certi versi ha significato il ripudio di una parte del passato ed è fatto anche di questo. Bisogna infatti rendersi conto che noi non costruiamo sul nulla, ma ci inseriamo in dinamiche preesistenti e utilizziamo il materiale e le persone che ci sono. Giuseppe Lazzati definì questo lavoro costruire la città dell’uomo.
Egli scrisse nel libro La città dell’uomo – Costruire da cristiani la città dell’uomo a misura d’uomo, Editrice A.V.E, 1984, pag.19:
Tenendo presente l’immagine del “costruire” che guida la nostra riflessione, è immediato il riferimento all’architetto o all’ingegnere; al progettista, insomma, che, per prima cosa, vuol rendersi conto del terreno sul quale costruire l’edificio che gli è commissionato […] E’ questa l’immagine di quell’indispensabile coscienza di un passato di cui non [si] può fare a meno […]
Il ricordato architetto elaborerà poi il progetto dell’edificio commissionato tenendo conto dei materiali che ha a disposizione e pensando le strutture rispondenti alle esigenza che, in quel momento e per un certo periodo di tempo, possono soddisfare meglio coloro che nell’edificio porranno la loro abitazione, i loro uffici, la loro industria.
Bisogna ragionare molto su questo sapiente costruire nel mondo che ci compete come laici e che è quell’attività che nella Lumen Gentium viene definita, con linguaggio teologico, ordinare le cose temporali secondo Dio. Qualche volta noi tendiamo a concepirci più che costruttori come dei restauratori di un edificio che c’era già e che nel tempo ha subito danni. Interroghiamoci: questa idea è affidabile, realistica?
Io vi propongo questa riflessione: ci sono nel mondo in cui oggi viviamo tante cose che non c’erano nel passato. Questo non ha influenza sul nostro lavoro di costruttori di mondi? Tutto ciò che di nuovo si è prodotto è male?
Queste differenze con il passato non riguardano solo gli oggetti, i materiali e gli strumenti, ma anche le persone, le idee e le organizzazioni sociali. Ad esempio, considerate come è mutato, dai tempi delle prime comunità cristiane, il ruolo delle donne nelle società occidentali. Quella che nella Palestina di due millenni fa era in un certo qual senso la regola, vale a dire la discriminazione sociale nei loro confronti, oggi è considerata come un illecito, perché vietata dalla nostra Costituzione e da altre leggi nazionali, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (entrata in vigore il 1-12-09) e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1955).
Poiché la nostra azione nel mondo in cui viviamo ha anche un significato religioso e la nostra fede religiosa ha una sua importanza nel lavoro che svolgiamo nella società civile, in particolare come cittadini di una democrazia, anche la storia rientra nel campo dei nostri interessi specificamente religiosi. Questo significa che, pur attendendo la manifestazione piena di ciò che nella fede religiosa crediamo, il nostro atteggiamento nella storia non può essere solo quello dell’attesa. Parafrasando un simpatica espressione in romanesco che una volta pronunciò in una udienza pubblica il papa Giovanni Paolo 2°, dobbiamo darci da fare. Questo darsi da fare richiede appunto di prendere coscienza di ciò che si muove intorno a noi e delle dinamiche storiche delle società in cui viviamo, perché non sia sconsiderato, improvvisato, superficiale e quindi vano o addirittura controproducente. Il Concilio Vaticano 2° ha usato per rendere questa idea un’espressione che molti sicuramente conoscono: scrutare i segni dei tempi:
È l'uomo dunque, l'uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l'uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione.
Pertanto il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione.
Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito.
[…]
Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico.
[dalla costituzione pastorale Gaudium et spes]
Ieri ho richiamato la vostra attenzione sull’espressione trattare le cose temporali per ordinarle secondo Dio (nella costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano 2°), che, secondo l’interpretazione di Giuseppe Lazzati, significa costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo; oggi faccio la stessa cosa con scrutare i segni dei tempi (nella costituzione Gaudium et spes), che significa vivere, da cristiani, ad occhi aperti nel mondo, consapevoli della sua storia e di ciò che in esso si agita. Penso che, addirittura, trattandosi di cose che riguardano la nostra religione, potremmo provare a costruirci sopra una preghiera da mandare a memoria. E dovremmo riflettere su come fare, nel nostro lavoro associativo, nelle occasioni che abbiamo di riunirci, per dare uno spazio a questi aspetti.
Ad esempio, nella riunione del martedì abbiamo uno spazio di meditazione biblica, utilizzando le letture della Messa della domenica seguente, un altro spazio di riflessione e discussione su temi ecclesiali: potremmo forse dedicare almeno qualche minuto a quell’esercizio di laicità che consiste nel prendere coscienza del corso della storia che stiamo vivendo a partire dalla nostra concreta esperienza, dalle nostre vite. In questo costituisce senz’altro una ricchezza avere un gruppo nutrito di anziani tra noi, che possono riferirci del passato non sulla base di quello che hanno letto, ma di quello che hanno vissuto. E’ una cosa che abbiamo iniziato a fare prima dell’estate. Ricordate quando Maria Cretella ci ha narrato della sua esperienza di giovane di Azione Cattolica in tempo di guerra, con gli aerei che, nei tempi di plenilunio, venivano a bombardare, partendo dalla base britannica di Malta, la ferrovia che passava vicino al suo paese? Non abbiamo allora apprezzato meglio, a partire da quella storia così coinvolgente, il lungo periodo di pace che, dalla fine di quella guerra, abbiamo vissuto in Europa?
Poiché si tratta di un’opera religiosa, anche se si tratta di recuperare ricordi di una storia molto concreta che si è vissuta nel mondo profano, vale a dire quello che c’è fuori delle nostre chiese, la possiamo affrontare senza certi assilli che guastano le cose quando le si affronta, ad esempio, negli studi, con l’ansia degli esami, o in politica, con la premura di sovrastare gli avversari. Si procederà anche in questo con il ritmo lento e attento di una preghiera, cercando di far reagire i fatti di cui facciamo memoria con la nostra fede. Certe volte, quando si prega intensamente, pare che il tempo si dilati e che quindi basti a dire tutto ciò che si agita in noi. Allo stesso modo, con il ritmo della preghiera, dobbiamo ricapitolare la nostra storia e il mondo in cui viviamo, curando molto i dettagli, senza fretta, nello sforzo di non dimenticare nulla e nessuno, nell’anelito religioso di venire incontro a tutti. Possiamo agire così, ragionando sulla storia con il ritmo della preghiera, per il presupposto di fede che il beato compimento della storia, in cui confidiamo, non sarà opera nostra, ma verrà, alla fine dei tempi, dall’alto. A noi compete solo assecondare questo movimento, non perché esso dipenda da noi, ma semplicemente per continuare a farne parte, per assentirvi (questo effettivamente dipende da noi), in quello che potremmo riassumere con la parola amen.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.