venerdì 9 novembre 2012

La città dell’uomo

La città dell’uomo
(7 novembre 2012)

“… il concilio ha fatto quello che, nella storia della chiesa, fino ad allora non era stato fatto: ha espresso chiaramente quale sia la vocazione del fedele laico, precisando non tanto il fine (la santità a cui tendere, di cui è pina, in dottrina e in fatto, la storia della chiesa), quanto la via attraverso la quale tendervi e giungervi.
 Il fine è espresso nelle parole “Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio” [ Lumen gentium, n. 31]. La via da percorrere è indicata, con altrettanta chiarezza: “trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio”[Lumen Gentium n.31]
[da: Giuseppe Lazzati, La città dell’uomo – Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo, Editrice A.V.E., 1984, pag.50]

“Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso sancito nella Chiesa, i fedeli cioè che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti Popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano.
[…]
 Per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni di vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi all’interno e a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante  l’esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo, a manifestare Cristo agli altri,  principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e  ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano sempre fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e Redentore.”
[Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), cap.4° n. 31, lett.a) e b)]

 Le parole della costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, del Concilio Vaticano 2°, che ho sopra citato sono uno dei punti fondamentali dei vari ragionamenti e delle decisioni di quella grande assemblea di vescovi che si riunì tra il 1962 e il 1965. Una novità assoluta nella legislazione nostra Chiesa, come rilevò Giuseppe Lazzati (1909-1986) nel libro che ho menzionato (purtroppo non più in commercio). Non certo del tutto una novità nell’esperienza storica dei cristiani. Bisogna dire però che, a mio parere, solo con i moti europei e nordamericani  di fine Settecento la questione di un ruolo più attivo in religione della gente comune, di coloro che quindi non erano capi religiosi riconosciuti, si pose in  modo nuovo, rendendo possibili gli sviluppi che, nella Chiesa cattolica, hanno portato alla situazione dei tempi nostri, che manifesta ancora potenzialità non sfruttate. I problemi che in merito sono sorti e che ancora sorgono sono analoghi a quelli che si sono prodotti nell’evoluzione politica democratica delle società contemporanee. Questo manifesta con una certa evidenza che si tratta di movimenti della stessa natura, pur in ambiti diversi. Nel passaggio dalla posizione di sudditi, solo soggetti a un potere altrui, a quella di cittadini, partecipi delle decisioni più importanti che riguardano le collettività, c’è chi si sente disorientato, impreparato, deluso dai risultati ottenuti, sfiduciato nelle prospettive, e allora guarda con una certa nostalgia al passato, per altro piuttosto idealizzato, quindi abbastanza distante dalla realtà storica. Infatti nella via verso la cittadinanza compiuta si incontrano le masse, grandi collettività, composte di persone che si vuole con la medesima dignità, di gente che reclama di poter dire la propria e di essere ascoltata. Non sempre è un bello spettacolo. Decidere insieme, ascoltando le ragioni di tutti e poi però accettando di seguire il volere di una maggioranza, soprattutto subordinando il bene proprio personale a quello dell’intera collettività, è difficile, a volte sfiancante. E’ problematico in particolare avere una visione sufficientemente affidabile delle cose, perché questo significa perdere tempo  e fare uno sforzo per informarsi, cercando di raggiungere un punto di vista realistico, anche ascoltando chi ne sa di più. Chi ne sa di più deve da parte sua avere la pazienza di comunicare con gli altri, anche se ignoranti di certe cose, e di dialogare con loro, anche quando pongono obiezioni palesemente infondate. La tentazione che c’è sempre è quella di tagliare corto e, da  un lato, di seguire la gente che pare più decisa nell’imporre la propria volontà e, dall’altro, di forzare la  mano imponendosi sugli altri sovrastandoli e tacitandoli in qualche  modo.
 Come c’entra tutto questo nell’esperienza di un piccolo gruppo parrocchiale di laici come il nostro? C’entra perché il lavoro per elevarsi, collettivamente, a quella nuova dignità laicale che è espressa nelle parole della Lumen gentium è ciò che maggiormente caratterizza l’Azione Cattolica dei tempi nostri. Come si spiega questo? Si tratta di cosa che deriva da una realtà sociale di impegno di fede che ha preceduto   i deliberati conciliari e di cui l’Azione Cattolica e le organizzazioni che storicamente la precedettero furono protagoniste. Le decisioni del concilio vennero infatti viste come un aggiornamento. Ma aggiornamento di che e verso che cosa? Ad essere aggiornata è stata la legislazione della nostra Chiesa; essa fu aggiornata per riconoscere la bontà di un’esperienza laicale che già esisteva, dall’Ottocento. Questo significa ammettere che i padri conciliari non furono veramente degli innovatori, ma, appunto degli aggiornatori, e che l’innovazione si era già prodotta  e attendeva solo di essere riconosciuta.
 Tornerò sulle questioni della nuova concezione dell’impegno laicale formulata nel corso del concilio, ma, per rendere meglio l’idea del cambiamento e della sua origine, voglio riferirmi alla questione, molto grave, dell’antigiudaismo cristiano, una realtà molto antica e pervasiva.
 Chi oggi, tra i fedeli cattolici, sottoscriverebbe queste parole:
“Niente è più miserabile … di questo popolo che non ha mancato occasione per rinunciare alla propria salvezza, sono bestie selvagge … come gli animali, anzi più feroci di loro … il profeta espresse la insania della loro libidine con una parola che si riferisce agli animali”
scritte a proposito degli ebrei?
 Sono citate nel libro di Gianna Gardenal, L’Antigiudaismo nella letteratura cristiana antica e medievale, Morcelliana, 2001, a pagine 56 e 57, e attribuite a S. Giovanni Crisostomo (344-407), il quale le scrisse in due delle sue otto omelie contro i giudei.
 L’antigiudaismo cristiano, ancora piuttosto marcato nel corso del Novecento, fu ripudiato dalle genti cristiane dopo la tragica esperienza della persecuzione e dello  sterminio degli ebrei perpetrati dai regimi nazisti e fascisti europei, prima di esserlo dalla legislazione della nostra Chiesa. Anche in questo caso i deliberati del concilio furono un aggiornamento, un tenersi al passo con i  tempi in ciò che essi avevano prodotto di buono.
 Per quanto riguarda il nuovo impegno laicale dei cattolici nella società, in particolare dalle società rette da regimi democratici, in cui la gente aveva più voce e possibilità di influire sulle scelte supreme, esso iniziò a manifestarsi nel corso dell’Ottocento, molto vivacemente, e non venne sempre assecondato dai capi religiosi. Si tratta di una storia che presentò anche aspetti dolorosi, in particolare in Italia, dove la frattura con l’organizzazione civile del nuovo stato unitario, retto su basi democratiche, fu estremamente netta, a causa della cosiddetta questione romana, che riguardava le rivendicazioni territoriali dei papi sul territorio del Regno d’Italia, in particolare sulla città di Roma. In generale i papi furono, almeno fino al 1944, piuttosto sospettosi sull’impegno sociale autonomo dei laici cattolici e, di solito, ammisero un’attività sociale del laicato solo come attuazione puntuale di deliberati pontifici, principalmente in funzione difensiva del papato e delle organizzazioni del clero e dei religiosi.
  Il fatto che i capi della nostra Chiesa siano venuti a sancire dopo certi cambiamenti che si erano già prodotti nel loro popolo non deve però stupire. Essi infatti hanno formazione prevalentemente teologica e ogni teologia, anche quando appare innovativa rispetto  ad una precedente, non innova veramente, perché ragiona sempre sulla fede della Chiesa, quindi su qualcosa che già c’è. La fede è sicuramente creativa, di questo abbiamo sicura esperienza, non così la teologia. Innovare non è il suo mestiere. Essa però può dare veste teologica a un’innovazione, chiarendo, ad esempio, che certi principi, come la comune dignità degli esseri umani, sono presenti nella fede delle origini, quindi nel cosiddetto deposito di fede, pur se come potenzialità storicamente poco o per nulla sfruttate e, innanzi tutto, capite.
 Per oggi mi fermo qui. Vorrei invitarvi a tenere a mente e a riflettere su queste parole della Lumen Gentium: “Per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio.”. Vi tornerò sopra, riassumendo quello che in merito mi è stato insegnato in tanti anni di formazione alla fede. Vi prego di ragionarci su anche voi e, in particolare, di correggere o integrare quello che su quell’argomento scriverò. In particolare terrò conto dell’insegnamento di Giuseppe Lazzati, dichiarato Servo di Dio, il primo grado nel processo di  proclamazione di uno dei santi ufficiali della Chiesa, e del beato Giuseppe Toniolo, la cui esperienza ho potuto conoscere fin da ragazzo attraverso ciò che ne scrisse in un libro un mio zio professore. Invoco religiosamente la loro intercessione in questa mia opera di divulgatore parrocchiale che faccio da ignorante colto, da persona quindi che si è un po’ familiarizzata con certi concetti, ma senza essere veramente esperta sulla maggior parte di essi, in particolare nella materia teologica. La mia formazione specialistica è giuridica.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa –Roma, Monte Sacro, Valli.