martedì 6 novembre 2012

Un nuovo modello globale di organizzazione e convivenza dell’umanità. Il modello della famiglia umana.

Un nuovo modello globale di organizzazione e convivenza dell’umanità. Il modello della famiglia umana.

 Per molti versi l’umanità contemporanea si viene organizzando  sulla base di principi religiosi cristiani. Religiosi perché non basati sull’osservazione di come va la natura, quindi nel senso di soprannaturali. Cristiani perché improntati all’idea di pari dignità di ogni persona umana e ad una solidarietà compassionevole verso chi sta peggio. Questo può sembrare paradossale nel momento in cui le Chiese cristiane registrano una crisi grave delle adesioni nelle società umane più avanzate, quelle da cui scaturiscano i modelli organizzativi su grande scala. in realtà non è la visione religiosa delle cose che ha perduto credito popolare, ma il fondamento mitologico dell’autorità religiosa, per cui c’è chi si presenta come autorizzato ad imporre agli altri stili di vita parlando per conto del mondo soprannaturale. Questo equivale a dire che ai tempi nostri ha meno forza nelle grandi religioni storiche dell’umanità l’uniformità intesa come sudditanza ad una autorità sacrale.  Di questo fenomeno, da non confondere con la secolarizzazione, vale a dire con l’indifferenza verso il soprannaturale, si è presa coscienza ai tempi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e si è cercato di rimediarvi recuperando, e in un certo senso strutturando innovativamente per renderla praticabile nella contemporaneità, la concezione religiosa dell’umanità come popolo di Dio, basata su un’uniformità fondata su principi condivisi. In questo contesto l’autorità perde una certa connotazione di arbitrarietà che era venuta storicamente ad assumere e si propone come servizio alla verità, per promuovere quel nuovo tipo di uniformità. Si tratta di un’esperienza che tutti noi fedeli di oggi, se ci pensiamo bene, abbiamo vissuto nella nostra esperienza di Chiesa, anche in quella parrocchiale.
 Un  modello alternativo di organizzazione globale dell’umanità è quello basato sul riconoscimento delle differenze tra le stirpi e le società umane e la competizione tra di esse perché emergano le migliori e, in particolare, una umanità migliore, nel senso di fisicamente, spiritualmente e intellettualmente più performante e società più potenti e ricche. In questa prospettiva non tutte le persone umane hanno pari dignità. Questo modello ha improntato di sé la colonizzazione europea dell’Africa e delle Americhe. Esso quindi storicamente ha convissuto con il cristianesimo, che pure è fondato su principi opposti. Il punto di conciliazione tra le due opposte visioni della vita è stato il concepire la colonizzazione come evangelizzazione. Il contrasto tra di esse è emerso con forza quando, all’inizio della colonizzazione delle Americhe, nel Cinquecento, ci si è resi conto che la  colonizzazione stava portando allo sterminio degli amerindi, dei nativi americani. Analoghi scrupoli sono emersi molto più tardi riguardo allo schiavismo contro le popolazioni nere dell’Africa.
 Il modello basato sulla diversa dignità delle vite umane e sulla competizione tra stirpi e società umane si ritrova nella concezione politica nazionalsocialista tedesca tra le due guerre mondiali. Su di essa venne costruita anche una mistica religiosa, per giustificare la pretesa di prevalenza del tipo umano ariano-germanico.
  Concezioni basate su idee in qualche modo analoghe si rinvengono in alcune dottrine economiche correnti anche oggi, ma senza connotati religiosi espliciti. Ci si rifà ad estensioni del modello di evoluzione delle stirpi umane basato sulla sopravvivenza del più adatto proposto da Charles Darwin (1808-1882): queste ideologie sono chiamate neodarwiniane.
 Dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale (1939-1945) prevalse l’ideologia della pari dignità umana e della solidarietà mondiale per la pace e lo sviluppo. Essa si rinviene nei documenti del Concilio Vaticano 2°. Ci troviamo quindi a vivere una straordinaria opportunità per il cristianesimo, in un mondo in cui  i principi religiosi cristiani sono divenuti legge globale dell’umanità. Naturalmente ciò è avvenuto senza che la nostra religione in sé, quindi con quella che al di fuori delle Chiese cristiane può essere considerata la sua mitologia e con la sua organizzazione gerarchica sacrale, sia stata nuovamente imposta  in qualche modo  alle società umane del nostro tempo. Questo può essere spiegato in vari modi. Innanzi tutto l’esperienza storica europea aveva dimostrato che il confessionalismo religioso era stato fonte di sanguinose divisioni.  Poi, in un mondo in cui prendeva piede l’idea di una unità e di una pace fondata su una solidarietà sorretta da  principi diffusi tra la gente, le autorità religiose non avevano sufficiente consenso popolare. E, infine, l’idea di una imposizione alle coscienze contrastava con la comune dignità umana sulla quale si voleva costruire un futuro finalmente pacificato, pacifico e pacificante. Può sembrare pericoloso l’aver affidato grande idealità a fondamento religioso alle masse, ma, almeno da noi in Europa, questa si è rivelata una buona scelta, visti i sessantasette anni di pace che abbiamo costruito insieme, una cosa mai vista nella storia dell’umanità e per la quale ci hanno dato il premio Nobel.
  Poiché stiamo vivendo qualcosa di veramente nuovo, c’è il problema di pensare e attuare forme di organizzazioni dell’umanità che rendano stabile il nuovo modello. E’ il lavoro che  è in corso da molte parti e, in particolare, da noi in Europa, verso la quale si è prodotto un gigantesco movimento centripeto che addirittura ha coinvolto un nostro storico nemico come la Turchia, erede dell’Impero Ottomano.
 La più recente dottrina sociale della Chiesa, diciamo dal 1944 in avanti, si è spesa molto nello sforzo di suggerire nuovi modelli di convivenza umana in linea con i nuovi principi diretti al mantenimento della pace mondiale e allo sviluppo globale di tutti i popoli.  Uno dei più recenti e importanti contributi è l’enciclica Caritas in veritate (2009) del papa Benedetto 16°. In essa è proposto  il modello dell’umanità intera come famiglia.  Si veda ad esempio,al n.7 di quel documento:
 Quando la carità lo anima, l'impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell'impegno soltanto secolare e politico. Come ogni impegno per la giustizia, esso s'inscrive in quella testimonianza della carità divina che, operando nel tempo, prepara l'eterno. L'azione dell'uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all'edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana. In una società in via di globalizzazione, il bene comune e l'impegno per esso non possono non assumere le dimensioni dell'intera famiglia umana, vale a dire della comunità dei popoli e delle Nazioni, così da dare forma di unità e di pace alla città dell'uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio.
 Questo modello che possiamo dire della famiglia umana, piuttosto evocativo, presenta alcuni aspetti critici.  
 Esso si presenta fin dalle origini della dottrina sociale della Chiesa, sebbene con minore forza dei tempi più recenti:
 Dal passato possiamo prudentemente prevedere l'avvenire. Le umane generazioni si succedono, ma le pagine della loro storia si rassomigliano grandemente, perché gli avvenimenti sono governati da quella Provvidenza suprema la quale volge e indirizza tutte le umane vicende a quel fine che ella si prefisse nella creazione della umana famiglia.
[Enciclica Rerum novarum (1981) del papa Leone 13°]
 Nella Costituzione Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2°:
Per questo il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l'azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall'amore del Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del peccato, ma il Cristo, con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del Maligno e l'ha liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento.
  Un primo problema sta in questo: il modello dell’umanità come famiglia richiama l’esperienza della famiglia come forma di società naturale basata sulla propensione sessuale delle persone, su finalità di procreazione e di cura della prole e su una gerarchia parentale che regola la solidarietà familiare. Ora, le società umane più vaste come le nazioni o le unioni sovranazionali si basano su altri principi. In particolare in esse si fanno più labili le relazioni profonde tra gli individui, per cui esse richiedono una organizzazione politica che è costruita, non presupposta. Inoltre la solidarietà sulla quale si fonda il loro ordinamento pacifico non scaturisce, se non ideologicamente, da un legame di stirpe. Infine la difficoltà più seria di tutte: la famiglia naturale non è una società democratica e si ritiene, nel nuovo ordine di idee oggi prevalente, che la democrazia sia indispensabile per il mantenimento della pace universale. Il problema si propone con estrema forza quando si passa a ragionare dell’intera umanità, fatta di circa otto miliardi di individui.  
 E c’è dell’altro.
 La nuova organizzazione che si vuole costruire a livello mondiale deve essere stabile, quindi destinata a durare per diverse generazioni. La famiglia come piccola società naturale basata sulla propensione sessuale è destinata fondamentalmente ad esaurirsi in non più di due generazioni. Delle precedenti si ha labile memoria, salvo che, per ragioni di casta o di dinastia, ci si incaponisca a mantenerla. Di solito solo due generazioni sono tra di loro contemporanee, raro che lo siano i trisnonni.
 Le famiglie, inoltre, non sempre sono società pacifiche e fondate sulla uguale dignità dei propri membri. Non si dice forse “fratelli, coltelli”? Nella mia esperienza di pratico del diritto, certe controversie ereditarie tra parenti sono acerrime e incomponibili.
 Infine: i modelli familiari sono in rapida evoluzione. Di fatto nelle società umane contemporanee più progredite si viene affermando un modello di famiglia parentale di durata limitata, in molti casi con un solo genitore, e, con l’affermarsi sociale delle famiglie basate su propensione omosessuale e il diffondersi della poligamia, si viene creando nel mondo in cui viviamo una pluralità di tipi di famiglia. Quindi la forza evocativa dell’analogia tra la famiglia parentale e la convivenza dell’intera umanità viene scemando. Non do qui una valutazione etica del fenomeno, ed è chiaro che secondo la nostra morale religiosa esso è visto come negativo: sto solo descrivendolo.
 In una prospettiva religiosa, il modello dell’umanità come famiglia presenta un pregio per la nostra gerarchia ecclesiale. Esso consiste in questo: essa intende esprimere una autorità paterna (“papa”, ad esempio, deriva da un termine greco che significa “padre”); in un’ottica di analogia familistica essa può quindi presentarsi come fondata su basi naturali, a prescindere da un consenso della base. Esso però ha anche un altro pregio, per tutti noi, che lo rende tutto sommato effettivamente appropriato, pur bisognevole di precisazioni: richiama l’idea di solidarietà incondizionata e oblativa, fino al rischio della propria vita, nella buona e nella cattiva sorte, qualcosa di più della semplice amicizia.
 Ho parlato di modelli universali, ma si tratta di cose che vanno costruite sperimentalmente anche a partire da scale molto più piccole, addirittura microscopiche, come ad esempio può essere considerato, a confronto con l’intera umanità, il nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica.  Come viviamo la nostra appartenenza? Parlando con diversi soci  ho avvertito in loro la nostalgia di tempi in cui le relazioni associative erano più  forti. E, d’altra parte, relazioni più forti significano anche condizionamenti più forti e, crescendo, si diventa sempre un po’ intolleranti verso cose simili. Vale la pena di ragionarci su?

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli