mercoledì 7 novembre 2012

Realtà invisibili

Realtà invisibili
(3 novembre 2012)

Fondamentale carattere della scienza moderna è la capacità di varcare i confini del visibile.
 Nessuno ha mai visto un fotone [particella di energia luminosa]. Nessuno vedrà mai un sequenza cistronica [parte dell’RNA messaggero, una molecola che svolge funzioni nella costruzione delle cellule organiche]. Tali entità sono reali, ma ricostruite da una laboriosa indaffarata convivenza tra prove sperimentali e attività ipotetiche della mente. Essi sono invisibili disvelati agli occhi dell’intelletto […]. Nella sociologia ci troviamo in una situazione terribilmente arretrata. Siamo ancora timorosi nel compiere il salto verso l’invisibile, già compiuto da duemila anni nella matematica e da oltre cento anni nella fisica”.
[passo tratto da un articolo di  Giorgio Prodi, Lineamenti di una sociologia degli invisibili, citato nel libretto Giuseppe Dossetti, Eucaristia e Città, Editrice A.V.E., 2011, a pag.66]
 Può accadere che noi persone di fede si sia presi in giro o, comunque, sottogamba perché ci occupiamo anche di realtà invisibili. Ci sono uomini di cultura che considerano la Bibbia e molte altre storie che circolano in religione come delle fiabe. Altri, pur con meno scienza, fanno loro eco e ci accusano di credulità. Ma, nella mia esperienza, l’atteggiamento dei più non è di questo tipo. Di solito infatti la gente crede nel soprannaturale, in genere perché trova più facile spiegare in quel modo ciò che le accade. Ma trova difficoltà nel credere in un dio amorevole, benevolo. Pare più rispondente alla realtà di tutti i giorni l’esistenza di geni, demoni o folletti, e simili, che possono essere favorevoli o avversi, secondo il loro capriccio. Questa può essere considerata una religiosità di tipo naturalistico, che risale ai primordi della vita sociale umana, quando si riteneva che ogni manifestazione del mondo intorno agli esseri umani fosse mossa da un dio. Essa poi si sviluppò nel politeismo dell’antica religione latina e greca, che precedette il successo del cristianesimo in Europa, nel Vicino Oriente e nel Nord Africa e fu da esso combattuta ed estirpata, almeno nelle sue manifestazioni pubbliche e nelle istituzioni. Nell’antica Preneste, l’attuale Palestrina, nei dintorni di Roma,  venne edificato un grande santuario alla dea Fortuna primigenia, molto venerata dagli antichi romani. In certi accaniti giocatori alle lotterie e simili, che vediamo anche nel nostro quartiere, potremmo in un certo senso riconoscere dei seguaci di quell’antico culto. Come spiegare altrimenti tanta passione in  giochi in cui le probabilità matematiche di vincita sono tanto basse?
 Certamente senza un legame con l’invisibile la nostra non sarebbe una religione. Secondo la nostra fede, tutto ciò che esiste è stato creato da una divinità che ama noi esseri umani con amore di padre/madre e questo nonostante le nostre imperfezioni e, in particolare, la nostra cattiveria. Questa convinzione trova molte smentite nella realtà naturale. E’ quindi una fede soprannaturale, che ci porta a  rettificare abbastanza ciò che si osserva nella natura intorno a noi e in noi. Lì dove la vita appare ad un certo punto finire, noi, ad esempio, siamo convinti di una vita eterna. L’esistenza degli esseri viventi appare dominata dalla violenza. Gli animali si mangiano gli uni gli altri e anche noi ci nutriamo di altri viventi. Le terre emerse si spostano generando terremoti. Oceani appaiono e scompaiono. Le stesse stelle collidono o esplodono. Noi però siamo convinti, per fede, che tutto ciò avrà, alla fine dei tempi, un compimento beato. Il mondo in cui viviamo sparirà, certo, ma sarà sostituito da un mondo diverso, preparato per noi e promesso. Esso non sarà però opera nostra, ma dell’amorevole potenza creatrice dalla quale deriviamo. Dossetti nel discorso da cui è scaturito quel libretto che ho sopra citato, invita a non metterla troppo semplice parlando di questo con gli altri, come se tutto fosse ovvio, chiaro, scontato. La fede, che in genere da bambini si acquisisce con una certa facilità, confidando nei propri genitori e nelle persone da loro accreditate, crescendo è messa alla prova. La religione serve appunto a custodirla e a rafforzarla.
 Come ho osservato in altre occasioni, l’aspetto che va costantemente e sapientemente curato, come quando, da bambini, si difende pazientemente un castello di sabbia costruito sulla riva del mare, che l’acqua tende costantemente a sciogliere avanzando verso la terraferma, non è tanto la convinzione che Dio c’è. Spesso i “non credenti” partono da questo, parlando con le persone di fede, e trovano poca soddisfazione. Certo, noi portiamo argomenti razionali a sostegno dell’esistenza del nostro Dio, ma egli rimane pur sempre invisibile. Chi può negarlo? E’ la stessa Bibbia che a dircelo chiaramente.
 Scrive Dossetti, nel libretto sopra citato,  a proposito dell’Eucaristia:
 Il mistero cultuale rende oggettivamente presente l’evento del sacrificio di Cristo, ma contemporaneamente lo vela: debbo trapassare il velo e questo mi è possibile solo nella fede, che mi fa andare oltre le apparenze sensibili e oltre il tempo […]
 Nella mia esperienza di fede, ad un certo punto, viene una voce che noi siamo capaci di udire; viene dalla storia umana tramite la Chiesa, che l’ha fedelmente custodita nei secoli, e reca buone notizie. Ci parla infatti di un creatore amorevole e suscita in noi, nel nostro animo, nella nostra interiorità, una risposta, perché appunto quella voce è ciò che si attendeva da sempre di ascoltare. E’ stato notato che noi, nell’evo presente, non vediamo, ma possiamo udire. Detto in termini esplicitamente religiosi, questo denota l’importanza che attribuiamo a ciò che sinteticamente definiamo la Parola, vale a dire a quello che religiosamente ascoltiamo e che ci narra delle realtà invisibili che sorreggono le nostre vite. Nell’esperienza religiosa  è questo che è centrale, come spesso ci ricorda anche il nostro assistente ecclesiastico nelle nostre riunioni: ascoltare e comprendere la Parola.
 Questa relazione che abbiamo con il soprannaturale ci cambia e ci arricchisce nello spirito, ma non ci aggiusta le cose nel mondo  in cui viviamo, che continua ad andare come deve andare in base alle sue dinamiche naturali. La nostra fede infatti non ha nulla a che fare con la magia. Non portiamo un dio dalla nostra parte negli affari che abbiamo in corso in società e riguardo ai problemi che abbiamo con la natura, innanzi tutto con i nostri corpi, che infatti ad un certo punto ci danno qualche dispiacere, e sempre di più invecchiando. Attendiamo invece un beato compimento che è completamente nelle mani di colui nel quale religiosamente confidiamo e al di là di ogni nostra immaginazione. Non tentiamo di portare un dio sulle nostre vie, ma cerchiamo la nostra strada verso colui che ci chiama, ci trae a sé e ci attende alla fine della storia dell’universo.
  In conclusione: quando ci mettiamo a immaginare nuove organizzazioni sociali, anche al fine di corrispondere  a quella benevolenza soprannaturale che ci sovrasta e ci colma, non dobbiamo dimenticare che il punto di partenza, sia come individui che nei nostri gruppi, è nella realizzazione di una spiritualità, lavoro questo non facile perché non si tratta solo di tirar fuori cose da noi stessi, in particolare dalla nostra immaginazione e dalla nostra emotività,  ma di inserirci in una tradizione molto antica dalla quale la Parola  è scaturita per noi. Per questo è stata istituita la Chiesa della quale siamo parte viva, essa stessa realtà visibile e invisibile, punto di contatto e di mediazione tra il visibile e l’invisibile.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.