mercoledì 21 novembre 2012

Il conflitto come esperienza religiosa

Il conflitto come esperienza religiosa
(19 novembre 2012)

 Anni fa uscì un film dal titolo Saving private Ryan – Salvate il soldato Ryan. In esso si racconta di una pattuglia di soldati statunitensi che, scelta tra i militari sbarcati in Normandia nell’invasione degli eserciti  Alleati del giugno 1944, ha avuto la missione di rintracciare e riportare in patria un soldato semplice americano che aveva diritto all’esonero, per essere l’ultimo ancora in vita di quattro fratelli partiti militari per la guerra in Europa. All’inizio c’è una sequenza che mette in scena  lo sbarco su una spiaggia della Normandia dei componenti di quella pattuglia. Di fronte alla violenza estrema e alla morte tutt’intorno vengono presentati vari atteggiamenti religiosi dei soldati americani. C’è che invoca la Madonna, chi recita il Padre nostro e c’è un tiratore scelto che, nel prendere la mira pronuncia le parole dell’inizio del salmo 144:
Benedetto il Signore, mia roccia,
che addestra le mie mani alla guerra,
le mie dita alla battaglia,
e poi, pam!, spara e colpisce il nemico.
  Nel vedere questa scena, le parole del salmo in bocca a una combattente che sta per uccidere mi hanno colpito, eppure indubbiamente erano appropriate alla situazione.
  La nostra Chiesa nel corso della storia  è rimasta molto spesso coinvolta direttamente o indirettamente in eventi bellici. Ricordo, tra i molti episodi storici, la sanguinosissima guerra combattuta nel Cinquecento da una federazione di stati cristiani, coalizzati sotto le insegne pontificie (regnava il papa Paolo 5°), contro l’impero Ottomano  e culminata con la battaglia navale davanti a Lepanto (1571 – Lepanto si trova nella Grecia occidentale).  In  genere la Chiesa, vale a dire i suoi capi e i fedeli, non  ha trovato difficoltà ad essere impegnata o, comunque, a parteggiare in conflitti armati, almeno fino agli anni della Prima Guerra Mondiale (1914-1918).
 Si ricorda in merito, come indicativa di una svolta, la Lettera del Santo Padre Benedetto 15° ai capi dei popoli belligeranti (1917)

Chi ha seguito l'opera Nostra per tutto il doloroso triennio che ora si chiude, ha potuto riconoscere che come Noi fummo sempre fedeli al proposito di assoluta imparzialità e di beneficenza, così non cessammo dall'esortare e popoli e Governi belligeranti a tornare fratelli, quantunque non sempre sia stato reso pubblico ciò che Noi facemmo a questo nobilissimo intento.
[…]
In sì angoscioso stato di cose, dinanzi a così grave minaccia, Noi, non per mire politiche particolari, né per suggerimento od interesse di alcuna delle parti belligeranti, ma mossi unicamente dalla coscienza del supremo dovere di Padre comune dei fedeli, dal sospiro dei figli che invocano l'opera Nostra e la Nostra parola pacificatrice, dalla voce stessa dell'umanità e della ragione, alziamo nuovamente il grido di pace, e rinnoviamo un caldo appello a chi tiene in mano le sorti delle Nazioni. Ma per non contenerci sulle generali, come le circostanze ci suggerirono in passato, vogliamo ora discendere a proposte più concrete e pratiche ed invitare i Governi dei popoli belligeranti ad accordarsi sopra i seguenti punti, che sembrano dover essere i capisaldi di una pace giusta e duratura, lasciando ai medesimi Governanti di precisarli e completarli.
E primieramente, il punto fondamentale deve essere che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto. Quindi un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell'ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi, l'istituto dell'arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice, secondo e norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all'arbitro o di accettarne la decisione.
Stabilito così l'impero del diritto, si tolga ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari: il che, mentre eliminerebbe molteplici cause di conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso.
[…]
Quanto ai danni e spese di guerra, non scorgiamo altro scampo che nella norma generale di una intera e reciproca condonazione, giustificata del resto dai beneficai immensi del disarmo; tanto più che non si comprenderebbe la continuazione di tanta carneficina unicamente per ragioni di ordine economico. Che se in qualche caso vi si oppongano ragioni particolari, queste si ponderino con giustizia ed equità.
Sono queste le precipue basi sulle quali crediamo debba posare il futuro assetto dei popoli. Esse sono tali da rendere impossibile il ripetersi di simili conflitti e preparano la soluzione della questione economica, così importante per l'avvenire e pel benessere materiale di tutti gli stati belligeranti. Nel presentarle pertanto a Voi, che reggete in questa tragica ora le sorti dei popoli belligeranti, siamo animati dalla cara e soave speranza di vederle accettate e di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage.
 Un episodio significativo del cambiamento di mentalità si ebbe quando il papa Paolo 6° incaricò l’internunzio  apostolico mons.Francesco Lardone di restituire al governo della Turchia, in persona del ministro degli esteri, lo stendardo dell’ammiraglio Muezzinzad Alì Pascià catturato agli ottomani durante la battaglia di Lepanto, vessillo che era conservato in Vaticano. La consegna  fu eseguita il 5-3-1965 ad Ankara – Turchia. Ecco come il Papa, il 19-1-1967, descrisse le intenzioni di quel gesto in una lettera al nuovo ambasciatore della Turchia presso la Santa Sede:
 Sotto il pontificato del Nostro predecessore Giovanni XXIII, avevamo appreso con viva soddisfazione che si stabilivano le relazioni diplomatiche tra la Sede Apostolica e il Suo Paese, e questo aveva incontrato la Nostra piena approvazione. Tali relazioni sembra a Noi che fino ad oggi si siano sviluppate in un’atmosfera di reciproca comprensione e di amicizia; e non possiamo che congratularcene, mentre ne è una nuova conferma la recente elevazione del Delegato, poi Internunzio in Turchia, al rango di Pro-Nunzio Apostolico.
Poiché Noi stessi desideravamo manifestare in qualche modo i Nostri sentimenti, con un gesto che potesse essere gradito alle Autorità della Turchia contemporanea, è stata per Noi una gioia restituire un antico stendardo, preso al tempo della battaglia di Lepanto, che, da allora, si conservava nelle collezioni del Vaticano.
Questo Le dice, Signor Ambasciatore, quali siano le disposizioni che Ci animano nei riguardi della Sua grande e bella Nazione. Crediamo di poterle garantire che i membri della Chiesa Cattolica, che abitano sul Suo territorio, professano la fedeltà più sincera alle Autorità del Paese. Se la Chiesa si preoccupa che i Poteri civili riconoscano sempre ai suoi figli i loro diritti e ne assicurino la piena libertà di azione, Essa non intende certamente sminuirne gli obblighi di cittadini e di sudditi. Anzi, la fede ch’essi professano impone loro il dovere di non essere secondi a nessuno in tutto ciò che riguarda l’attaccamento alla Patria, e il giusto rispetto, dovuto alle legittime Autorità.
 Nelle epoche che hanno preceduto la Prima guerra mondiale, i conflitti bellici venivano considerati come facenti parte della natura dell’umanità, in quanto degradata dal peccato e bisognosa di redenzione, cose inevitabili come la morte stessa e destinate ad essere superate solo alla fine dei tempi. Ancora nell’Ottocento il papato impegnò direttamente propri eserciti in guerre italiane (Prima guerra d’Indipendenza – 1848/1849; difesa di Roma nel 1848 e nel 1870). Successivamente si orientò per una posizione di neutralità, almeno fino al 1944 (Radiomessaggio natalizio di Pio 12°). Nel corso della contrapposizione tra il blocco delle potenze influenzate dagli Stati Uniti d’America e il blocco influenzato dai sovietici parteggiò per il primo. Nel 1968 il cardinal Giacomo Lercaro, cardinale arcivescovo di Bologna, si dimise dopo le polemiche causate da una sua presa di posizione contro i bombardamenti statunitensi in Vietnam (fonte: Lorenzo Bedeschi, Il cardinale destituito, Gribaudi, 1968 – titolo non più in commercio). Oggi si tenta in genere, negli ambienti religiosi, di ricondurre la decisione ad altri moventi, ma fonti bene informate, come appunto lo storico bolognese Bedeschi, parlano d'altro (come dirò di seguito nella nostra Chiesa si tende in genere a negare le posizioni conflittuali).  Dopo la fine dell’Unione Sovietica e della contrapposizione per blocchi, il papato è diventato una potenza di pace, anche se non del tutto pacifica, in quanto, con Giovanni Paolo 2°, è giunto ad invocare interventi militari umanitari, come durante la crisi tra la Serbia e il Kossovo secessionista (1996-1998).
 Le dinamiche conflittuali sono ancora un grave problema irrisolto nella nostra confessione religiosa. La posizione verso di esse ha creato anche contrasti di natura teologica che, ad esempio, hanno portato a reprimere le teologie della liberazione, a affermatesi potentemente in America Latina dopo l'enciclica Populorum Progressio del papa Paolo 6°.    Conflitti ci sono sempre stati, fin dalle origini, nella Chiesa e intorno alla Chiesa. Se ne parla addirittura, con dovizia di particolari, nel Nuovo Testamento. In genere, storicamente, i cristiani e anche la Chiesa, intesa come papi e vescovi,  vi hanno partecipato, senza veramente confidare di poterli prevenire. E’ molto recente l’idea di poter riuscire a farlo. Essa risale alla fine della Seconda Guerra mondiale. Per riuscirci si fa ora conto sugli ordinamenti democratici, in cui i popoli hanno più voce (E' appunto questa l'idea sui potenziali effetti benefici della democrazia espressa nel radiomessaggio natalizio del 1944 del papa Pio 12°; in precedenza si faceva affidamento su monarchi illuminati dal magistero ecclesiale, ma in questo si ebbero storicamente molte delusioni). Il paradosso  è questo: il magistero oggi confida nella democrazia come fonte di relazioni pacifiche, evidentemente ritenendo che i popoli, liberi da despoti, si orientino per la pace, ma nella sua propria organizzazione diffida profondamente della democrazia, perché in fondo ritiene che i supremi principi non siano in buone mani se lasciate in quelle dei popoli invece che in quelle di capi scelti con il metodo della cooptazione (nomina dell'alto). L’insegnamento attuale del magistero, che in questo non è cambiato da quello più antico, è infatti che la logica della democrazia non ha posto nella Chiesa. All’interno della nostra Chiesa le dinamiche conflittuali, che ci sono e che talvolta sono assai aspre, addirittura con accuse reciproche di eresia e di adesione alla massoneria, in genere vengono negate, specialmente dopo la morte dei principali protagonisti; la via principale per risolverle è, al momento, il cercare il favore dell’autorità sovraordinata, il che genera un certo atteggiamento di sottomissione clericale (a volte solo apparente e quindi con un certo grado di ipocrisia) di cui poi però ci si lamenta perché, si dice, si preferirebbero persone mature e libere.
 Nel momento in cui anche in religione si confida nella democrazia per promuovere la pace nel mondo bisogna però prendere coscienza che il metodo democratico non nasconde, ma porta alla luce i conflitti e le loro ragioni. Quindi è contro l'ipocrisia. Nel dialogo franco, aperto e ragionevole tra fautori di opposte fazioni si cerca innanzi tutto di far emergere ciò che unisce e, facendo forza su di questo e, in particolare, sul rispetto della dignità degli avversari, si cerca poi di giungere a decisioni condivise. Quando ciò non è possibile, la regola è che decida per tutti la maggioranza, secondo il metodo che, del resto, è adottato anche nelle assemblee dei concilii della Chiesa. I soccombenti si impegnano ad accettare tale decisione perché comunque non sono mai in questione i principi fondamentali della convivenza civile, quelli che sono sottratti agli arbitri delle maggioranze e che sono il campo dei diritti umani fondamentali, assoluti. Questo metodo richiede che nel conflitto si abbia comunque un’etica, ci si dia quindi delle regole morali. Questo accade anche nell’esperienza religiosa del conflitto, anche se ai tempi nostri se ne ha meno coscienza. Oggi ad esempio può essere difficile accostare l’esperienza umana di un personaggio storico come santa Giovanna d’Arco, una santa combattente. Eppure in religione potremmo essere facilitati per il fatto che nella Bibbia, in particolare nell’Antico Testamento, ci sono moltissime storie di guerre, vissute però in un orizzonte etico. La guerra non è ancora un problema umano superato e per risolverlo non bastano solenni e sacrali dichiarazioni di pace. Soprattutto se si prende seriamente coscienza, anche in religione,  della connessione stretta tra pace e giustizia.
 Dall’esperienza storica, anche recente, come quella dei gruppi resistenziali cattolici combattenti tra il ’43 e il ’45, può trarsi l’insegnamento che il vero pacifico non è quello che elude o nega i conflitti che ci sono, o si limita a subirli passivamente, ma che invece vi partecipa con spirito religioso, cercando una via di pacificazione che passi per la giustizia e agendo secondo  un'etica che porti a rispettare anche il nemico, nella sua umanità, anche quando, a volte, è necessario combatterlo, nella consapevolezza delle origini sociali dell'instabilità delle relazioni umane. Questo modo di impegnarsi anche in conflitti può essere visto, sull’esempio dell’esperienza democratica, come finalizzato alla promozione umana, al miglioramento degli assetti sociali. In questo esso può avere anche una valenza religiosa, ma richiede una sapienza e un impegno specificamente laicali, perché si tratta sempre di agire nel temporale cercando di ordinarlo secondo Dio, secondo l'espressione della costituzione Lumen Gentium che ho più volte ricordato. L’ispirazione etica, e in particolare quella religiosa, può portare però al rifiuto di certe tecniche convenzionali di conflitto e, ad esempio, all’impiego delle tecniche non violente che per la prima volta sono state esposte da Ghandi.
 Comunque, se nel perseguimento della pace le masse devono avere un ruolo, e oggi la dottrina sociale della Chiesa ritiene che debbano averlo, l’obiettivo a cui si mira richiede l’impiego del metodo democratico, con tutto ciò che ne consegue. Ritenendo diversamente le masse possono trasformarsi rapidamente anche in quelle bestie spaventose di cui scrissero gli antichi, quindi in folle violente e sanguinarie che frequentemente hanno dato nella storia il peggio di sé. E, allo stesso modo, può degenerare l'autorità che le domina. E' accaduto e potrebbe accadere nuovamente. In questo senso la storia è anche, effettivamente, nelle nostre mani, anche se, in religione, si è consapevoli che il beato compimento non deriverà dall'azione nostra, che in fondo rimane sempre solo un modo per dire il nostro amen, per esprimere la nostra interiore adesione, ad un corso della storia che crediamo trascinato, non da  noi, verso un futuro beato.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.