Fede e promozione umana
(19-11-12)
Il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini costituisce uno degli aspetti più importanti del mondo di oggi, al cui sviluppo molto contribuisce il progresso tecnico contemporaneo.
Tuttavia il fraterno dialogo tra gli uomini non trova il suo compimento in tale progresso, ma più profondamente nella comunità delle persone, e questa esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale. La Rivelazione cristiana dà grande aiuto alla promozione di questa comunione tra persone; nello stesso tempo ci guida ad un approfondimento delle leggi che regolano la vita sociale, scritte dal Creatore nella natura spirituale e morale dell'uomo.
[dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes (latino.Trad.:La gioia e la speranza) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), n. 23]
Come ho già scritto, per il metodo seguito nel redigerli, non è facile cogliere con immediatezza le novità nel documenti del Concilio Vaticano 2°, denominati costituzioni, decreti e dichiarazioni secondo un criterio che tenne conto della forza normativa che si volle attribuire loro, dal punto di vista giuridico e quindi nelle loro reciproche relazioni e nelle relazioni con altri atti normativi della Chiesa, e delle finalità pratiche che con essi si volevano realizzare. Essi infatti furono scritti in linguaggio teologico e la teologia, in particolare quella cattolica, tende a mettere in risalto la continuità, piuttosto che a esaltare le novità. E, quando novità ci sono, esse in genere sono presentate come sviluppo o riscoperta di qualcosa che già c’era prima. Questo modo di procedere è necessario per valutare se il nuovo che si propone è conforme al deposito di fede che abbiamo ricevuto dalle origini. Ma non si tratta solo di questo. Si tratta di capire, nelle varie manifestazioni storiche della nostra fede, come tenere tutto insieme, il presente, il futuro e il passato, i vivi e i morti, tutti i popoli della terra, secondo il comandamento religioso ricevuto: ristabilire l’unità del genere umano. La teologia è riflessione sulla fede comune, nei suoi fondamenti e nelle sue manifestazioni storiche, compresi anche agli atti normativi di coloro che nella Chiesa esercitano l’autorità. Ecco perché nei documenti più importanti del magistero, scritti in linguaggio teologico, quelli che vogliono essere di orientamento ai fedeli, troviamo tanti riferimenti alla Bibbia e al pensiero religioso del passato. Nei documenti più recenti, dall’Ottocento in poi, troviamo riferimenti più precisi alla storia del loro tempo, in particolare in quelli che si fanno rientrare nella materia della dottrina sociale. Un esempio di ciò che ho detto, di quel particolare metodo nell’argomentare, si può trovare leggendo un documento fondamentale per la fede del nostro tempo come l’enciclica Caritas in veritate, del papa Benedetto 16°.
Vi posso confermare che nei documenti del Concilio Vaticano 2° il nuovo c’è. Ne ho già trattato in altri miei precedenti interventi, mettendo in risalto, siatene consapevoli, solo di pillole di novità, quindi una piccola parte del nuovo che c’è.
La novità delle novità può considerarsi innanzi tutto quello che è stato definito il metodo conciliare. Nell’annunciare l’indizione del Concilio ecumenico, il papa Giovanni 23° disse che avrebbe consultato tutti i vescovi del mondo, perché il lavoro che ci si proponeva di fare richiedeva di conoscere i punti di vista e di sfruttare le conoscenze e le capacità di molti. Ora, bisogna capire che questa intenzione del papa veniva incontro a un moto molto esteso che già c’era nella Chiesa cattolica, in tutto il mondo. Il papa Giovanni 23° stesso ne era stato partecipe e volle darvi voce. Insomma, il Concilio Vaticano 2° può essere considerato il culmine di un movimento, che comprendeva, come sempre accade nelle cose religiose, vita e pensiero. C’erano state negli anni passati nuove esperienze di vita di fede alle quali erano corrisposte anche nuove analisi teologiche. In Europa, in particolare, erano state decisivi le riflessioni e i sentimenti indotti negli anni tra le due guerre mondiali, che avevano visto, oltre al dominio dei totalitarismi fascisti e nazisti su larga parte del continente, anche l’affermarsi della rivoluzione sovietica in una nazione di antica formazione cristiana come la Russia. Essi avevano trovato una sfogo, dal 1945, con la vittoria sui regimi fascisti e nazisti europei, nell’epopea della costruzione di una nuova Europa, che si era articolata, con metodi divergenti e addirittura confliggenti ma con il dichiarato obiettivo comune della giustizia sociale come fondamento della pace, sia nella parte occidentale, rimasta sotto l’influsso della nuova potenza globale statunitense, sia nella parte orientale, finita sotto il dominio sovietico. Questo intenso lavorio collettivo non era stato solo tecnica: aveva avuto anche una marcata componente ideale. Ne possiamo trovare un esempio nella nostra Costituzione, approvata nel dicembre 1947, dopo un anno e mezzo di confronti assembleari di rilevante livello culturale ed etico, ed entrata in vigore nel 1948. Semplificando molto, possiamo dire che quel dibattito ideale coinvolse sempre in maggior misura anche la Chiesa cattolica, fino ad arrivare ai massimi vertici. Sarei grato a chi, più a conoscenza di questi fatti, volesse approfondire il tema delle radici lontane del movimento conciliare e segnalare testi per approfondirlo. Dal mio (limitato) punto di vista credo di poter consigliare per avere un’idea di ciò che intendo il libro Esperienze pastorali, di Lorenzo Milani, pubblicato nel 1957, ancora in commercio, edito da Libreria editrice fiorentina, € 18,00.
E’ vero che l’annuncio del papa Giovanni 23° di voler indire un concilio ecumenico sorprese i suoi contemporanei, in particolare i cattolici. Non però perché non si sentisse nel mondo l’esigenza di una cosa simile, ma perché non ci si aspettava che proprio dal papa romano venisse questa iniziativa. Infatti, fino ad allora, i papi erano apparsi più preoccupati di porre limiti ai moti popolari, più che di dar loro strada e occasioni per manifestarsi. Nuovo era poi il metodo di consultare i vescovi del mondo, come se a Roma non si avesse già una soluzione pronta per tutti i problemi di cui si sarebbe discusso. Ora, questa consultazione rea intesa evidentemente a far emergere quel movimento che, come ho osservato, già c’era e invocava cambiamenti. Tuttavia nella prima fase preparatoria del concilio si ebbe la sorpresa di scoprire che i vescovi non ne erano in genere consapevoli. Scrisse lo storico Giuseppe Alberigo nella sua preziosa Breve storia del concilio Vaticano II, Società editrice Il Mulino, 2005, € 10,50, ancora in commercio:
Caduta l’ipotesi di consultare i vescovi con un questionario, il papa fece invitare ciascuno a indicare i problemi e gli argomenti che il concilio avrebbe dovuto affrontare. Nei mesi successivi sono arrivati al Vaticano circa duemila pareri (“vota”) da tutto il mondo. La maggioranza di questi scritti testimoniava la sorpresa e il disorientamento: Roma non ordinava, ma chiedeva suggerimenti! Moltissimi hanno auspicato che il concilio si occupasse di argomenti di modesta portata; ben pochi avevano orizzonti ampi ed erano assuefatti a prospettive coraggiose.
Tornando alla citazione dalla costituzione pastorale Gaudium et spes con cui ho aperto questo intervento, vorrei invitarvi a porre attenzione a queste espressioni: Il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini; esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale; approfondimento delle leggi che regolano la vita sociale; la Rivelazione cristiana dà grande aiuto alla promozione di questa comunione tra persone. Ora, tenuto conto di quello che ho osservato nei miei precedenti interventi sulle caratteristiche ideali delle democrazie contemporanee, quelle parole della Gaudium et spes, espresse in terminologia teologica, inquadrano il problema fondamentale dei nostri attuali regimi democratici: una diversa organizzazione della società basata su nuove relazioni umane scaturite dall’idea di una comune dignità di tutti gli esseri umani. Mai, prima d’ora, che io sappia, i popoli, intesi come comunioni di persone con pari dignità e non solo come insiemi di sudditi di storici despoti o dinastie, erano venuti ad assumere questo rilievo in un documento ecclesiale cattolico di quell’importanza. E’ quindi veramente un linguaggio nuovo. Il movimento che si vuole produrre nei fedeli è analogo a quello dal quale sono scaturite le democrazie contemporanee: la promozione umana, vale a dire l’elevazione delle masse (infatti non si fa distinzione tra le persone umane), mediante il riconoscimento di una loro comune dignità, dalla quale deriva l’esigenza di adeguate leggi, vale a dire il riconoscimento di diritti umani fondamentali, per un miglioramento della società (nel documento denominata comunione di persone). Questo lavoro, si dichiara, ha fondamento e quindi rilievo religioso, essendo compreso nei principi fondamentali della fede (la Rivelazione).
Quali conseguenze?
Direi innanzi tutto che, come molte altre affermazioni o auspici dei documenti del Concilio Vaticano 2°, quel principio stabilito nella breve frase che ho citato all’inizio merita un approfondimento. Anche in questo il Concilio Vaticano 2° non è stato un punto di arrivo ma, in metafora, un apparato propulsore che ha messo un movimento un corpo sociale, la Chiesa, che sembrava destinata al progressivo declino nel confronto con i tempi nuovi, per il fatto di rimanere sempre immobile e quindi, nell’avanzare della storia, sempre più arretrata.
Prendiamo ad esempio questo pensiero, che si trova a pag.14-15 di Pass-wor(l)d –percorso formativo per gruppi di adulti, Editrice A.V.E., 2012, € 8,00, il sussidio che l’Azione Cattolica ci propone per la vita associativa:
La virtù del discernimento è quella qualità che consente di distinguere in ogni circostanza cosa convenga fare e, ancor prima, che si può e si deve prendere una decisione senza restare sempre e solo spettatori della propria vita. Perché questo discernimenti può essere anche comunitario? Perché l’intera comunità di battezzati e chiamata alla corresponsabilità: ognuno porta la propria esperienza, i propri talenti, la propria umanità costruita nei luoghi di partecipazione e di vita, in famiglia, al lavoro a scuola, con uno sguardo ampio e l’orizzonte dell’intera comunità. Non è una moda, non ha una logica di democrazia, che non ha posto nella Chiesa, ma la necessità di mettere all’opera tutti i carismi del corpo della Chiesa.
Siamo veramente certi che, nel momento in cui si richiedono ai laici azioni collettive di promozioni umane, fondate su un discernimento comunitario, inteso come distinguere in ogni circostanza cosa convenga fare, e questo viene considerato loro compito religioso, la democrazia, nel senso in cui oggi la si intende, non abbia posto nella Chiesa? Non dico, ad esempio, per l’elezione di rappresentanti ad un concilio in cui si debba decidere qualche corollario del dogma trinitario, ma, poniamo, per decidere che posizione prendere, come comunità di fedeli, quindi collettivamente, nei confronti di una guerra incipiente, le cui origini risalgano, come sempre avviene, ad una complicata situazione politica e che, per poter essere sedata, richiede non solo solenni dichiarazioni ieratiche, ma l’esercizio di una sapienza e di un’abilità specificamente laicale, basata su una conoscenza delle dinamiche storiche e una sapienza nel trattarle che esorbita dal campo specificamente teologico e liturgico.
L’Azione Cattolica si definisce palestra di democrazia, quindi è retta con metodo democratico, ma naturalmente, pur essendo parte della Chiesa, non parla a nome della Chiesa. Secondo l’ordinamento delle leggi della Chiesa possono farlo solo il papa e i vescovi, individualmente o collettivamente, nel sinodo o nel concilio. Essi tuttavia, sempre più spesso, e anche nella redazione di importanti documenti del magistero, chiedono la collaborazione di laici sapienti e tengono conto di ciò che si agita nel corpo ecclesiale, quindi della storia del loro tempo e delle reazioni che essa suscita tra i fedeli. C’è quindi un dialogo tra i capi e le loro comunità. Ma queste ultime, come corpi collettivi, possono esprimere una decisione unitaria veramente affidabile solo con metodo democratico. E’ lo stesso metodo che è stato utilizzato per formare e approvare i documenti del Concilio Vaticano 2°. Per ognuno di essi è riportato il numero di voti favorevoli e contrari che ha riportato ed è stato approvato il testo votato dalla maggioranza degli aventi diritto ad esprimersi. Questo anche se poi i documenti del Concilio Vaticano 2° sono entrati in vigore in quanto promulgati (approvati, decretati, stabiliti) dal Papa.
Pongo una questione sulla quale discutere, non do soluzioni.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in san Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli