Noi cattolici: cittadini o stranieri nella società in cui viviamo?
L’Azione Cattolica non avrebbe senso in una società in cui non fosse consentita, in qualche forma, la partecipazione della gente agli affari pubblici. E infatti, nel periodo più buio della sua storia, quello che va del 1931 al 1938, essa, in fondo, diventò un’altra cosa. Nel 1931 le sue sedi vennero attaccate dalle squadre che costituivano il braccio operativo del fascismo trionfante, nel 1938 iniziò la presa di distanza dei cattolici italiani dal regime, a causa dell’introduzione della legislazione discriminatoria contro gli ebrei. Negli anni di mezzo essa può essere considerata, lo dico un po’ schematicamente e certo vi furono diverse eccezioni (ad esempio la FUCI e Movimento Laureati di Azione Cattolica), una delle organizzazioni popolari di massa che sostenevano il regime fascista, il quale con i Patti Lateranensi del 1929 aveva raggiunto un accomodamento con i vertici ecclesiali. Del resto, in quell’epoca, gli italiani furono effettivamente, nella grande maggioranza, fascisti.
Riprendo a questo punto alcune delle riflessioni esposte nel libretto di Giuseppe Dossetti Eucaristia e città, A.V.E. editrice, 2012, euro 8 (che ripropone un intervento pubblico di Dossetti del 1987).
Nella Bibbia c’è un certa diffidenza per le città e per gli ordinamenti politici, specialmente quelli che riunivano molti popoli diversi. La concezione ebraica di città era molto distante da quella greca, che impronta gli ordinamenti politici democratici contemporanei. Nella prima la città era essenzialmente un insediamento chiuso, protetto da alte mura, in funzione difensiva. Per i greci era principalmente il luogo in cui si svolgeva la cittadinanza comune, la partecipazione al governo, quindi la politica (dal termine greco pòlis, che significa città). Per certi versi la città, nella concezione ebraica, è vista anche come luogo di dissoluzione, di violenza e di presunzione antireligiosa. Le antiche monarchie ebraiche ebbero vita travagliate e divennero un modello negativo. La stessa Gerusalemme si mostrò infedele e il suo mito poté essere mantenuto solo idealizzandolo molto (ne abbiamo un esempio nell’Apocalisse neotestamentaria). In questa concezione lo spirito religioso sembra svilupparsi meglio nei luoghi isolati, lontani dai centri urbani, ad esempio nei deserti. Essa, in definitiva, viene confermata nella prospettiva evangelica. Il regno a cui tendono i discepoli cristiani non è di questo mondo ed essi nelle società umane in cui vivono si considerano addirittura come stranieri. Sono infatti portatori di una forte istanza critica nei confronti degli ordinamenti sociali e politici che le dominano. Rendono ai potenti della Terra ciò che a loro è dovuto (a Cesare quel che è di Cesare), ma, benché sottomessi a loro, non è detto che debbano sempre obbedire. Loro compito è di predicare a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati. L’impero romano, in cui si formarono le prime comunità cristiane, un ordinamento politico plurinazionale e plurietnico che presenta qualche affinità, se non altro geografica, con l’attuale Unione Europea, venne concepito come una potenza diabolica, a loro ostile, ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Apocalisse 17,6 e 18,2).
Scrive Dossetti, nell’opera citata (pag.45-46):
Per il regno di Dio e per la città di Dio va ancora fatta una precisazione a scanso di equivoci.
Il regno di Dio è Regno dei cieli: e quindi viene dall’alto, per volontà e opera di Dio. Non si realizza e neppure si prepara o si affretta per sinergia umana. E’ un fatto assolutamente sovrannaturale e miracoloso. Non è un bene comune, architettonicamente sommo, che si possa gradualmente predisporre per forze creaturali.
Il Regno giunge a noi senza di noi. Il pensare che noi possiamo attirarcelo e appropriarcelo è “stoltezza umana, presunzione farisaica, zelotismo raffinato”.
All’uomo compete solo la fedeltà alla Parola, l’annunzio di essa, la pazienza longanime che non spegne lo Spirito credendo di accelerarne le operazioni, la ferma fede che il grano del Regno “cresce da solo” (in greco: automàte) (Vangelo secondo Marco 4,26- 29). Anche perché il Regno verrà, per un decreto del Padre in un momento imprevedibile “che il Padre ha riservato alla sua potestà” (Atti degli apostoli 1,6-7).
E allora sarà non il coronamento della storia, ma la rottura della storia, semplicemente il suo troncamento, in “ictu oculi” (Prima lettera ai Corinzi 15,52).
Un famoso passo della Lettera a Diogneto, scritto cristiano che si fa risalire al 2° o 3° secolo della nostra era, è questo:
[I cristiani] Abitano ciascuno la propria patria, ma come residenti stranieri; a tutto partecipano attivamente come cittadini e a tutto assistono passivamente come stranieri; ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria è terra straniera.
[… ]
Passano la vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo.
Obbediscono alle leggi stabilite, eppure con la loro vita superano le leggi.
Insomma, concluderei che in religione non siamo autorizzati a farci troppe illusioni sui risultati delle nostre costruzioni sociali e, quindi, della nostra azione come cittadini. Non sarà dalle nostre mani che uscirà il compimento della storia e ogni traguardo che riteniamo di aver raggiunto non è mai veramente stabile e può essere seguito da un regresso.
Ma direi anche di più. Nella Bibbia c’è sicuramente il fondamento del concetto di dignità dell’uomo dal quale oggi ricaviamo la convinzione giuridica e politica in certi diritti umani inalienabili, che sono la base delle democrazie contemporanee, ma la democrazia non c’è. Tanto è vero che la Chiesa cattolica non trova alcun problema nell’aver mantenuto un ordinamento interno non democratico. E non ha avuto alcun problema, come altre Chiese cristiane del resto, ad appoggiarsi, nel passato, a regimi non democratici, come le monarchie assolute. Il discorso naturalmente potrebbe essere più ampio, perché nei millenni passati è stata elaborata anche una dottrina per insegnare che cosa dovesse fare un monarca che volesse dirsi ed essere riconosciuto come cristiano e quindi anche che cosa si dovesse fare, da cristiani, per servire quel monarca e via seguitando. Ma in queste che sono delle specie di note operative per la nostra situazione concreta di oggi quel discorso non serve.
Io sto prendendo coscienza di questo: la situazione in cui ci troviamo nell’Europa democratica di oggi non ha precedenti storici, è qualcosa di totalmente inedito. E bisogna dire che questa realtà veramente nuova è stata costruita con l’apporto fondamentale del pensiero di cristiani sulla democrazia e della loro azione politica, di governo delle società.
Noi, ad esempio, diamo per scontato che questo lunghissimo periodo di pace, che in Europa si protrae ormai dal 1945, rientri nella normalità. Ma non è così. Tanto che, quando frequentai le elementari, nella scuola di piazza Capri, il nostro maestro era solito dirci che dopo qualche anno saremmo diventati uomini, saremmo andati in guerra, e più o meno la metà di noi vi sarebbe morta. Le cose, diceva, erano sempre andate così, una guerra più o meno ogni quindici o vent’anni (e allora si era negli anni ’63-’67). Poi non andò così. L’ultima grande frontiera, edificata tra Est e Ovest Europa dopo la Seconda guerra mondiale, è caduta nel 1991, senza la catastrofe che per tanto tempo si era temuta.
Aver realizzato, in democrazia, una potenza di pace sugli antichi, immensi, campi di battaglia ha un significato per la nostra vita in religione?
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli