Le ragioni di un lavoro insieme
Nei giorni scorsi ho scritto sull’esperienza associativa in gruppo di Azione Cattolica. E certo ci si possono immaginare dei risultati. Ma non vorrei dare per scontato che si abbia chiaro perché, in definitiva, ci si debba unire per ottenerli. Qual è il movente interiore per fare questo? Non posso vivere la mia fede nell’interiorità nella relazione che ho saputo costruire con il soprannaturale, secondo la mia personale concezione? Anche così poi posso manifestare con la mia vita la fede nell’ambiente in cui vivo e opero.
Da universitario ho partecipato alle settimane di riflessione che la FUCI – l’organizzazione degli universitari cattolici – svolgeva ogni anno a Camaldoli, sede di un celebre monastero di monaci di una congregazione appartenente alla famiglia benedettina. Lì c’erano alcuni monaci che conducevano vita eremitica da decenni, vivevano da soli nelle loro casette in cima a un monte e si ritrovavano insieme di quando in quando di giorno e nella notte solo per la vita liturgica. Erano persone di fede, indubbiamente, e vivevano la loro religiosità in quel modo. Bisogna dire però che si sentivano e volevano essere in unione spirituale con la Chiesa e l’intera umanità. Il loro isolamento era quindi solo esteriore.
La fede cristiana in realtà ci spinge gli uni verso gli altri. Questo movimento emerge chiaramente negli scritti del Nuovo Testamento. In un libretto di Giuseppe Dossetti che ho utilizzato nelle vacanze per le mia meditazione personale (Giuseppe Dossetti, Eucarestia e città, Editrice A.V.E., 2011, pagine 131, euro 8) ho trovato questa citazione da un’opera di San Basilio, una preghiera:
…noi tutti che partecipiamo all’unico pane e all’unico calice, unisci fra noi nella comunione dell’unico Spirito Santo”.
Essa richiama le parole di S. Paolo nella prima lettera ai Corinzi (1 Cor 10,17):
Vi è un solo pane e quindi formiamo un solo corpo, anche se siamo molti, perché tutti insieme mangiamo dell’unico pane (trad.interconfess. Elle Di Ci / Alleanza Biblica interconfes. 1976).
In parrocchia, prima della Comunione, recitiamo una preghiera formulata su quelle parole:
Poiché c’è un solo pane per noi tutti, uno solo è il corpo formato da noi che al pane unico.
Insomma, mi pare di aver capito che questa spinta a stare insieme abbia un fondamento teologico e non sia qualcosa di accidentale ed episodico. Essa ha coinvolto anche me, che per temperamento non sono particolarmente socievole. Mi sono sempre sentito arricchito dalle esperienze di fede vissute con gli altri.
In un libro dello psicoterapeuta Bruno Bettelheim pubblicato nel 1967 ho letto questa osservazione che ho sentito convalidare la mia esperienza di vita:
La vita interiore, e con essa la personalità, non si sviluppa allo scopo di ottenere una sempre maggiore ricchezza di sensazioni e di esperienze interne, ma sostanzialmente per un’altra ragione: per entrare in rapporto con il mondo esterno nella speranza di poter agire su di esso. Se la personalità non arriva a questo, non vi è alcuna ragione di sviluppare le strutture interne. Esattamente come il linguaggio si sviluppa solo se desideriamo comunicare con qualcuno o comprendere quello che egli ci dice, così la personalità si struttura solo se desideriamo fare qualcosa a un’altra persona o con essa o per essa.
[da Bruno Bettelheim, La fortezza vuota, Garzanti editore spa, 1976, pag.64].
Gli studi scientifici di Bettelheim, in particolare quelli sull’autismo, oggi sono generalmente ritenuti superati da più recenti acquisizioni e scoperte, ma la sua esperienza umana, prima di recluso in un campo di concentramento nazista e poi di medico nel campo della terapia per i bambini autistici, rimane importante e, per molti aspetti della vita, illuminante. Tra ciò che si muove dentro di noi e ciò che si muove e che facciamo fuori di noi c’è un continuo e vitale rimando.
Ma, come ho osservato prima, non è detto che questo movimento verso gli altri si debba esprimere necessariamente nell’aderire a un movimento, ad una associazione, ad una fraternità. Esso può manifestarsi in altre forme, sebbene si ritenga che in qualche modo debba essere presente, anche, ad esempio, in quelle spiritualità eremitiche di cui ho detto.
Molte volte una fede religiosa è produttiva e non si risolve solo nell’interiorità, quella cristiana stimola poi alla generosità: ognuno sente quindi, ad un certo punto, di avere qualcosa in sé che può essere non scambiato ma dato gratuitamente ad altri.
A volte si concepisce, un po’ superficialmente, la Chiesa come una dispensatrice di beni spirituali, uno “ci entra” (nella Chiesa intesa come popolo) o “ci va” (nella chiesa intesa come edificio) e prende. A volte c’è anche l’idea di una sorta di scambio: vado a Messa e deposito la mia offerta nell’apposito contenitore che gira al tempo dell’Offertorio, poi partecipo alla mensa comune.
Ecco, riunendoci insieme potremmo ad esempio riflettere se quell’impressione sia corretta e completa. Non credete che ci sia ancora qualcosa da imparare?
Anticipo la mia opinione. Nell’esperienza religiosa siamo tutti noi, gente di fede, dispensatori, perché è come se quello che ci arriva poi rifluisca intorno e verso gli altri, al modo di un irraggiamento. Quindi nella Chiesa non si va solo per ricevere, ma anche per dare, per portare qualcosa, che è importante per gli altri e li conforta nella loro fede. Un teologo lo saprebbe dire meglio. Chi vuole può approfondire o chiedere spiegazioni. In parrocchia può farlo. Ci sono i sacerdoti e catechisti per ogni età della vita. Abbiamo anche una biblioteca piuttosto fornita (aperta lunedì e mercoledì, ore 16-18). Ne può discutere anche in Azione Cattolica, nel nostro gruppo, che è sostenuto dal prezioso apporto dell’assistente ecclesiastico.
Nell’Azione Cattolica, che è un’associazione che si propone di diffondere e promuovere valori cristiani nella società civile, è importante l’esperienza di vita degli aderenti. E’ questo il materiale prezioso che chi ci viene porta. Non si aderisce infatti per ricevere dall’alto le soluzioni ai vari problemi e direttive su che cosa fare fuori, o peggio (solo) moniti e rimbrotti su ciò che è male, come se ci fossero “istruzioni” precise per ogni situazione, ma per riflettere insieme, alla luce della comune esperienza civile e religiosa, su ciò che accade e per illuminare vie praticabili, che poi ognuno proverà a percorrere lì dove concretamente opera, tornando a riferire ciò che gli è riuscito di fare e di scoprire. In una poesia che ho trascritto in uno dei passati post, padre David Turoldo scrisse:
Ancora un'alba sul mondo:
altra luce, un giorno
mai vissuto da nessuno,
Effettivamente il futuro è nostra particolare e attuale responsabilità, ci avventuriamo in esso al modo di esploratori.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.