sabato 8 settembre 2012

In morte del cardinale Carlo Maria Martini


In morte del cardinal Carlo Maria Martini (Torino 1927 – Gallarate 31 agosto 2012)

Martini ebbe una vita molto ricca: fu un cristiano persuaso della sua fede, un gesuita, uno studioso e un insegnante di scritture sacre, un maestro di spiritualità molto ascoltato, un capo religioso, un contemplativo, una persona che imponeva a sè stessa il dialogo come dovere religioso e capace di immaginare un futuro che non fosse la mera ripetizione degli errori del passato. Quando muore una persona così è difficile recuperarne un ricordo che  ne ricomponga l'unità interiore. Ognuno parte dalla propria, limitata, esperienza personale e, soprattutto, prende del morto ciò di cui sente di aver maggiormente bisogno. Ed è come, a volte, se il defunto fosse sbranato.
 Per me Martini è stato essenzialmente un maestro di spiritualità: infatti fin dagli anni '70 ho sempre usato per la mia meditazione uno dei suoi tanti libri destinati al grande pubblico (ne pubblicò almeno uno all'anno). Ma ho letto con interesse quello che altri ne hanno scritto, sulla base di conoscenze personali più profonde. Il giudizio che ho sentito più vero è stato, fino ad ora,  quello di Elio Toaff: nella sua visione Martini fu un credente e uno studioso che aveva scelto una vita semplice, senza ostentazione, e che cercava il dialogo con spirito di vera e autentica fratellanza, credendo nella necessità di un continuo e coraggioso rinnovamento, senza pericolosi e indesiderati passi indietro. Questa definizione corrisponde al ricordo che di Martini ho appreso da mia moglie, che lo conobbe nel corso di lezioni bibliche che egli tenne nella parrocchia di San Saba, qui a Roma, tanti anni fa: una persona che praticava religiosamente l'umiltà e che si imponeva la serenità e la comprensione anche verso petulanti contestatori, tanto meno colti di lui.
 Da ultimo ci si è confrontati con la sua morte e ne sono stati anche tratti argomenti a favore dell'eutanasia.
 Sono sopravvissuto provvisoriamente a una malattia grave e non riesco ad affrontare ragionevolmente e pacatamente il tema della morte. Essa mi terrorizza. La considero una nemica spaventosa. Non riesco ad appellarla come "sorella" al modo di Francesco d'Assisi. Ho assistito ad agonie tremende; l'ho affrontata più volte e, mi dicono, con un certo coraggio e addirittura con spavalderia (Mandelli). Ho seguito sempre la liturgia di morte che mi era stata insegnata in religione, ma la fede c'entra poco. L'ho fatto con lo spirito del condannato a morte che, dopo essersi pisciato addosso mentre lo conducevano al muro della fucilazione, prima della raffica si riprende e, per mero orgoglio, decide di morire da uomo di fronte agli altri e allora urla una frase che poi verrà ricordata. La morte è immonda e puzza di urina, sangue e feci. Dopo di essa si marcisce fisicamente. Non è umanamente redimibile. Di fronte ad essa crollano tutte le certezze. Il fatto che rientri nell'ordine "naturale" delle cose è la plateale smentita dell'idea di un creatore buono. Anche se una parte importante della formazione religiosa del cristiano è dedicata a come affrontarla ("...nell'ora della nostra morte"),  nessuno può essere veramente certo di come si comporterà nei tormenti. E' accaduto spesso, allora, che certe morti di persone in odore di santità siano state in qualche modo artefatte nelle memorie lasciate dai discepoli; il tremendo sospetto ha riguardato anche quella del nazareno. Bisogna rassegnarsi al fatto che le narrazioni delle morti dei santi non siano sempre veramente affidabili. Quindi, tutto sommato, se dovessi scegliere, preferirei che la mia morte fosse giudicata alla luce della mia vita, piuttosto che la mia vita alla luce della mia morte. E, emotivamente, non razionalmente,  tra chi è disposto a rassegnarsi per la mia morte prossima e a somministrarmi un veleno o a staccare un apparecchio per affrettarla e chi si propone di fare di tutto per evitarla, propendo per il secondo, anche se so che lo strazio non mi sarà evitato comunque. Il problema è, naturalmente, che, ad un certo punto, la volontà del morente conta poco e allora si è quasi del tutto in mani altrui. La speranza religiosa è di trovarsi, alla fine, nelle mani di colui che nella preghiera si invoca.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente -  Roma, Monte Sacro, Valli