Agire da gente di fede nella società democratica di oggi
In una società ordinata democraticamente le moltitudini dei cittadini hanno la possibilità di influire di più sul corso delle cose. E ci sono valori da definire, perché, quando si comanda in molti, bisogna trovare un accordo per rispettarsi a vicenda e poi su quello che deve essere fatto e su come farlo, e infine per stabilire come si forma la volontà di tutti, che necessariamente deve, alla fine, essere unitaria. In una monarchia assoluta, come ce ne sono state in passato e come ce ne sono ancora (poche, non so se si arriverebbe a cinque volendo fare l’inventario), è diverso. Decide uno solo, o meglio, spesso, decide la famiglia reale o la corte che ruota intorno ad essa e gli altri devono attuare, con una discrezionalità più o meno ampia. Come una volta si provvedeva a istruire e formare i giovani rampolli delle famiglie regnanti, così ora questo lavoro si fa su più larga scala, perché vanno formate all’esercizio della sovranità le masse dei cittadini. Il sistema dell’istruzione pubblica serve anche a questo.
L’avvento, dalla fine del Settecento, delle democrazie, non è stato indolore per la Chiesa cattolica, mentre non vi sono stati problemi per altre Chiese cristiane, come quelle che sorressero fin dagli inizi le idealità del nuovo stato federale uscito dalla rivoluzione nordamericana contro il Regno Unito (“In God we trust – Confidiamo in Dio” fu ed è uno dei suoi motti). Quale ne è stata la ragione? Il problema è che la Chiesa cattolica era (ed è ancora) ordinata come una monarchia assoluta. E una di quelle monarchie assolute contemporanee di cui dicevo l’abbiamo proprio qui a Roma ed è la Città del Vaticano, che la Santa Sede ha ordinato come un vero e proprio stato, con una propria costituzione, propri uffici e servizi amministrativi e giudiziari, una propria polizia e un piccolo (ma molto motivato) esercito.
Con l’avvento, in Europa, delle democrazie, i cattolici, laici e clero, si posero il problema di come e su che basi influire in esse. I Papi, nell’Ottocento e fino a metà del Novecento, considerarono con preoccupazione la politica democratica. Una pronuncia in questo senso la troviamo ancora agli inizi del Novecento, rispondendo a chi pretendeva di conciliare democrazia e valori esplicitamente cristiani. Insomma, i Papi non si fidavano tanto dei nuovi “sovrani”, delle masse elevate alla cittadinanza, anche se pure gli antichi monarchi assoluti avevano dato problemi. In Italia le cose furono complicate dalle caratteristiche specifiche del nostro processo di unificazione nazionale che, per il fatto che il Papa era sovrano temporale nel Centro Italia, e soprattutto possedeva Roma, si svolse anche “contro” la Santa Sede, il cui stato, ad un certo punto, fu invaso militarmente, con morti e feriti (Nella Chiesa di San Luigi dei Francesi una lapide li commemora). La prima presa di posizione pubblica di un Papa nella quale fu dichiarato che la democrazia era il regime politico preferibile risale al 1944 (radiomessaggio natalizio del Papa Pio XII): la trovate sul WEB al seguente indirizzo:
La riflessione della Chiesa sui problemi creati dall’avvento delle democrazie e sulle opportunità determinate dall’elevazione di moltitudini alla sovranità, con piena cittadinanza, si è espressa in quel vasto corpo di insegnamenti che va sotto il nome di “dottrina sociale della Chiesa” e che si suole far partire dall’enciclica Rerum Novarum, del 1891, del Papa Leone 13°. La trovate sul WEB a questo indirizzo:
Gli insegnamenti in questa materia vengono promulgati con autorità dai pontefici e dai vescovi, ma hanno sempre avuto l’ampia collaborazione dei laici nella loro ideazione e, più di recente, anche nella loro formulazione. Infatti, quando si deve trattare del mondo fuori dei templi, quello che nel gergo ecclesiale viene definito “il temporale”, gli specialisti sono, in fondo, i laici. Questo è stato riconosciuto formalmente in alcuni importanti documenti normativi del Concilio Vaticano 2°, ma era già una realtà anche prima.
Oggi la dottrina sociale della Chiesa cattolica comprende un corpo veramente molto esteso, tanto che se ne è fatto un compendio, una sorta di testo unico, che sintetizza dichiarazioni solenni che si sono avute in un arco temporale ormai più che centenario. Lo trovate sul WEB a questo indirizzo:
Come risulta da quello che ho scritto prima, il ruolo dei laici, per quanto riguarda l’azione nel sociale negli ordinamenti democratici, è primario e comprende anche la fase ideativa. Non si tratta solo di eseguire decisioni prese da altri. Il Papa e i vescovi ci chiedono espressamente di collaborare con loro a capire i tempi in cui viviamo. Mi fece molta impressione, quando, molti anni fa, il mio gruppo F.U.C.I. (gli universitari cattolici) venne ricevuto dal cardinal Vicario Poletti, sentire che il mio vescovo dichiarava che noi giovani eravamo i suoi occhi e le sue orecchie nell’Università. Me ne sentii lusingato ma mi resi anche conto della mia insufficienza. I tempi nuovi richiedono un impegno maggiore di noi laici: non possiamo limitarci a farci trascinare da un clero eroico.
E il lavoro nella società richiede soprattutto un impegno continuo. Le cose non possono essere pensate una volta per tutte. La dottrina “sociale” della Chiesa, a differenza di quella “teologica”, è infatti soggetta necessariamente a continui aggiornamenti, perché i nuovi problemi, in particolare nel mondo contemporaneo, si producono continuamente. Ma su certe cose è necessario riflettere insieme. Nessuno, come scrisse Hannah Arendt, da solo, senza compagni, arriva ad avere una visione sufficientemente completa delle cose. Questa è appunto una delle ragioni per associarsi nell’Azione Cattolica: dare continuità all’impegno di fede nella società civile democratica e vedere le cose da più punti di vista.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli.