Quanti figli si devono avere per essere buoni cristiani?
Nella riunione di ieri del nostro gruppo di AC la nostra attenzione è stata portata sul tema di quanti figli si devono avere per essere buoni cristiani. Sono state proposte idee diverse in merito. E’ un argomento che appassiona anche i più anziani. Nella predicazione ci si torna molto su. Questo nonostante la rilevanza tutto sommato non centrale che esso ha negli scritti fondativi della nuova alleanza.
Di solito si ricorda in merito il caso di Pietro l’apostolo. Era sicuramente sposato. Infatti è scritto che aveva una suocera. Quanti figli ha avuto? Non si sa. Non sappiamo nulla nemmeno della sua vita coniugale. Ecco a che cosa intendo riferirmi.
Ai tempi nostri la dottrina morale della nostra confessione religiosa riconosce che “per validi motivi gli sposi possono voler distanziare le nascite dei figli” (Catechismo della Chiesa cattolica n.2368). Si parla a tal proposito di “paternità responsabile”. Il problema è che in genere i figli vengono programmati, vale a dire che fin dall’inizio si cerca di stabilirne il numero massimo in un’ottica di “genitorialità sostenibile”. Non è la stessa cosa.
La natura, a cui si fa frequente riferimento quando si tratta di queste cose, consentirebbe circa una gravidanza ogni due anni. Ciò è biologicamente possibile. Calcolando che si decida di cominciare a fare figli intorno ai trent’anni, come avviene generalmente nell’Italia di oggi, sarebbe biologicamente possibile avere una decina di figli. Quando l’età del matrimonio era molto più bassa di adesso se ne potevano avere anche di più. E’ stato ricordato che il beato Giuseppe Toniolo, di famiglia borghese, ebbe sette figli. In campagna non era infrequente, in un tempo non lontanissimo da noi, che se ne avessero anche più di dieci. La mortalità infantile, soprattutto nella campagne, era molto più alta di adesso. Vi erano anche più aborti spontanei a causa del fatto che le gravide non si risparmiavano le fatiche del lavoro domestico e anche della cattiva alimentazione e delle malattie non fronteggiabili con i farmaci di oggi. Insomma le donne fino a non molto tempo fa erano impegnate in gravidanze piuttosto ravvicinate per tutto l’arco della loro vita fertile e nella predicazione questo non era considerato un comportamento irresponsabile, anche se indubbiamente nei ceti popolari la presenza di numerosi figli comportava un impoverimento della famiglia a livelli che oggi non si arriva nemmeno a immaginare. Ad esempio non era scontato che ci fosse un letto per ogni persona. Ora, da noi, nemmeno nelle famiglie che ideologicamente danno più importanza al numero dei figli, alla cosiddetta “fecondità” del matrimonio, oggi si arriva, in genere, alla decina di figli. E’ chiaro quindi che l’idea di “genitorialità sostenibile” ha fatto molta strada anche tra i cattolici italiani. Come si arriva poi ad attuare in concreto un programma del genere è un altro problema: astensione totale, astensione periodica secondo metodi “naturali” di regolazione della fertilità, contraccezione. In ambito cattolico ci sono diverse iniziative in cui, a livello scientifico e di divulgazione, ci si occupa dei metodi ammessi dalla nostra dottrina morale per limitare il numero delle gravidanze. Un corso in materia c’è, ad esempio, al Policlinico Gemelli di Roma. Ma i metodi naturali si basano sul presupposto di un ciclo mestruale piuttosto regolare. Quando esso in concreto non sussiste, l'uso di quei metodi può apparire simile ad una specie di "roulette russa". Scherzosamente a tal proposito si parla di "figli di Ogino-Knaus".
L’idea di “programmare” di avere un numero di figli minore che nel passato ha preso molto piede in Italia a partire dagli anni ’70 del secolo scorso ed era ed è collegata anche al movimento che, su scala mondiale, tende a migliorare le condizioni di vita delle donne. Infatti era principalmente su di loro che si abbatteva il carico di famiglie molto numerose. Nella predicazione questa è spesso considerata come una forma di “egoismo”. Recentemente poi sono stati introdotti argomenti di tipo demografico. Si teme, ad esempio, che ad un certo punto i popoli tradizionalmente cattolici si estinguano o che siano subissati dai fedeli di altre religioni, come l’Islam, più prolifici. In questo si dà per scontato una cosa che non lo è, almeno nell’Europa contemporanea, vale a dire che i figli seguano le religioni dei genitori.
Ci sono oggi nella nostra collettività religiosa movimenti che specificamente si impegnano ad avere molti figli e collegano questa scelta alla loro fede. Non è sempre facile la coesistenza in una medesima comunità con persone che hanno fatto una scelta diversa, viste come infedeli o comunque come meno fedeli. Penso che si debba dare molta importanza al fatto che certe cose siano il frutto di scelte consapevoli e responsabili. Infatti, e ciò non emerge con molta chiarezza in certa predicazione, per quanto la natura determini molto di noi, non è consigliabile, neppure in un’ottica di fede, farsene schiavi. Non tutto ciò che c’è nella natura, comunque la si voglia considerare, è buono, tanto è vero che in molte cose cerchiamo di staccarcene, affrancandoci dai nostri istinti. Questo è appunto ciò che, in fondo, distingue gli animati umani dai viventi ai quali ci riferiamo chiamandoli “animali”.
Penso tuttavia che nemmeno si debba disprezzare, da parte di coloro che decidono per una diverso programma di vita, la scelta di quelli che vogliono essere più prolifici e vivono ciò come manifestazione di una generosità di tipo religioso. E’ ciò che accadde storicamente nei rapporti tra inglesi e irlandesi, laddove i primi, in prevalenza anglicani, accusavano (con un po' di invidia forse) gli altri, in prevalenza cattolici, di essere solo dei lussuriosi per il fatto che avevano molti più figli, perché facevano liberamente all'amore, incoraggiati dai loro preti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.