domenica 13 maggio 2012

Il Settimo Sigillo: diversa versione del copione

Il Settimo Sigillo: diversa versione del copione

 Qualche giorno fa ho proposto una versione di uno dei dialoghi del film Il Settimo Sigillo – 1957 – regista Ingmar Bergman che avevo trascritto dal sonoro del film doppiato in italiano. Ora il presidente mi propone una traduzione del medesimo dialogo, dal copione originale, che diverge un po’ da quell’altra. La trascrivo di seguito. E’ tratta dall’opera Ingmar Bergman, Il Settimo Sigillo, Edizioni Angolo Manzoni, 2005. Era in commercio ad € 10,00, ma attualmente è di difficile reperibilità. Non mi risultano ristampe. traduttore è Alberto Criscuolo.
 Come succede da quando c’è la televisione, a una persona capita di guardare in vari momenti della sua vita lo stesso film.
 La prima volta che vidi in televisione i titoli di testa di Il Settimo Sigillo facevo le elementari e mia mamma non mi consentì di guardarlo: si andava a letto dopo Carosello e poi mi disse che era pauroso. La Morte personificata era un po’ al di là della mia immaginazione; confusi l’uomo con la tonaca nera, che nel film rappresenta la Morte, con il demonio di cui mi avevano parlato nel catechismo.
 Rividi il film da adolescente, ma non ne capii a pieno il senso. Mi coinvolsero di più, emotivamente, certe scene cruente, ad esempio quella in cui si brucia una donna accusata di stregoneria.
 Rividi ancora lo stesso film molti anni dopo, durante una fase della mia malattia più grave. E solo allora lo compresi. I problemi del “cavaliere” erano diventati i miei. Inoltre frequentavo luoghi, i reparti di oncologia, che, come le contrade infestate dalla pestilenza del film, erano pieni di gente che moriva.
 Devo dire che la mia religiosità è sempre stata piuttosto lontana da quella un po’ cupa, nordica, del film. Inoltre nella mia spiritualità non  è mai stato centrale il problema dell’ “esistenza” di Dio. Sono stato educato ad affrontare queste cose nel solco della tradizione  francescana, gioiosa e fiduciosa, capace di apostrofare la morte come “sorella”. E nessuno di coloro dai quali ho ricevuto la tradizione della fede mi ha mai promesso che avrei “visto” Dio in questa vita terrena o che sarei scampato alla morte fisica.  Non ho mai visto un problema in questo.
 Piuttosto, negli ultimi anni, nel corso  della malattia e dopo le fasi più emozionanti di essa, ho cominciato a vivere una religiosità intesa anche come ribellione alla schiavitù della morte, ma anche come ribellione in genere, alla natura, a certe forme di organizzazione sociale e via dicendo. Mi attira molto il carattere in fondo paradossale della fede. Prendo molto sul serio l’idea religiosa della vita eterna, pur costantemente contraddetta da ciò che sperimento intorno a me e nel mio essere fisico. Questo fa indubbiamente di me un credente indocile e come Lorenzo Milani non considero sempre una virtù l’ubbidienza, e di questo non mi pento. Ma anche un credente capace di resistere a molte disillusioni, specialmente a quelle che vengono dagli aspetti sociali della religiosità e dai tanti discorsi problematici che si fanno in materia di fede. Non mi convincono né le pretese di perfezione comunitaria né le chiacchiere. Inoltre la mia idea della fede non deriva dalla paura e non la considero  una mia creazione. Parafrasando una preghiera, di cui non so l’autore, il cui testo trovai molti anni fa, me ne sono trovato imbevuto come biscotto inzuppato nel vino.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli



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Il Settimo sigillo - Dialogo del cavaliere con la Morte

Il cavaliere sente un rumore dietro la grata del confessionale, immediatamente si avvicina. Il volto della morte appare per un attimo dietro la grata, ma il Cavaliere non lo vede.
CAVALIERE: Voglio parlarti il più sinceramente possibile, ma il mio cuore è vuoto.
MORTE: (non risponde).
CAVALIERE: Il vuoto è uno specchio che mi guarda. Vi vedo riflessa la mia immagine  e provo disgusto e paura.
MORTE: non risponde.
CAVALIERE: Per la mia indifferenza verso il prossimo mi sono isolato dalla compagnia umana. Ora vivo in un mondo di fantasmi, rinchiuso nei miei sogni e nelle mie fantasie.
MORTE: Eppure non vuoi morire.
CAVALIERE: Sì che lo voglio.
MORTE: E allora cosa aspetti?
CAVALIERE: Voglio sapere.
MORTE: Vuoi delle garanzie.
CAVALIERE: Chiamale come vuoi. E’ così crudelmente impensabile percepire Dio con i propri sensi? Perché nascondersi in una nebbia di mezze promesse e miracoli che nessuno ha visto?
MORTE: (non risponde).
CAVALIERE: Come possiamo credere in chi crede se non crediamo a noi stessi? Cosa sarà di quelli come noi che vorrebbero credere ma non ci riescono? E cosa sarà di quelli che non vogliono e non possono credere?

Il cavaliere tace in attesa di una risposta, ma nessuno parla, né risponde. C’è solo silenzio intorno a lui.
CAVALIERE: Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me in questo modo doloroso e umiliante, anche se io lo maledico e voglio strapparlo dal mio cuore? E perché, nonostante tutto, continua a essere una realtà illusoria da cui non riesco a liberarmi? Mi ascolti?
MORTE: Ti ascolto.
CAVALIERE: Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, che mi sveli il suo volto, mi parli.
MORTE: Ma Lui tace.
CAVALIERE. Lo chiamo nelle tenebre, ma a volte è come se non esistesse.
MORTE: Forse non esiste.
CAVALIERE: Allora la vita  è un assurdo orrore. Nessuno può vivere con la Morte davanti agli occhi sapendo che tutto è nulla.
MORTE: La maggior parte della gente non pensa né alla Morte né al nulla.
CAVALIERE: Ma un giorno si troveranno al limite estremi della vita e vedranno le Tenebre.
MORTE: Sì “quel giorno”…
CAVALIERE: Abbiamo bisogno di crearci un’immagine delle nostre paure e a quell’immagine diamo il nome di dio.
MORTE: Tu ti tormenti.
CAVALIERE: La Morte è venuta a cercarmi questa mattina. Abbiamo cominciato una partita a scacchi. Questa proroga mi permette di sbrigare una faccenda che mi sta a cuore.
MORTE: Di che si tratta?
CAVALIERE: La mia vita è stata vuota. L’ho passata ad andare a caccia, a viaggiare, a parlare a vanvera di cose insignificanti. Lo dico senza amarezza né rimorso, perché so che la vita della maggior parte della gente è così. Ma ora voglio utilizzare questa proroga per un’ultima azione che abbia un senso.
MORTE: E’ per questo che giochi a scacchi con la Morte?
CAVALIERE: Sì, è un avversario temibile e molto abile, ma per ora non ho perso neanche un pezzo.
MORTE: Ma come fai a tener testa alla Morte?
CAVALIERE: Uso una combinazione di alfiere e cavallo che non ha ancora capito. Alla prossima mossa le porterò un attacco sul fianco.
MORTE: Lo terrò presente.
 La Morte mostra per un attimo il suo volto dietro la grata del confessionale, ma subito scompare.