La “solita” Messa: mie esperienze e riflessioni
Alcune delle esperienze fondamentali per la mia fede le ho fatte tra gli scout cattolici dell’ASCI.
Una volta, un’estate di tanti anni fa, da “lupetto”. mi trovavo in campeggio da qualche parte nel Lazio, non ricordo più dove, in una casa di religiosi con un bel giardino intorno. Ad un certo punto ci venne chiesto di scrivere una specie di diario, raccontando una nostra giornata in quel posto. Nel mio compito c’era una frase che faceva più o meno: “Dopo esserci alzati e lavati, alle otto andiamo alla solita Messa”. Infatti la mattina di tutti quei giorni andavamo a Messa. Nel pomeriggio il prete che ci aveva accompagnato in quel posto, che poi divenne anche parroco agli Angeli Custodi, mi prese da parte e, con tono molto serio, mi fece notare che “Mario, la Messa non è mai «solita»”, e cercò di spiegarmi quello che voleva intendere. Quelle sue parole mi sono rimaste in testa per tutta la vita. Io, in realtà, da bambino, non mi ero reso conto di aver scritto una cosa sbagliata. Volevo solo dire che tutti i giorni c’era la Messa, nulla di più. Mi sorprese molto il tono addolorato con cui quel sacerdote mi aveva rimproverato. Come mi accadde molte altre volte nella vita in altre situazioni e con altre persone, mi accorsi di averlo molto deluso. Non avevo compreso qualcosa di veramente importante, di cui però non mi rendevo bene conto. Fu solo molto dopo, da adulto, dopo tante altre esperienze, che arrivai a capirla.
Se si pensa che la fede religiosa restringa le prospettive di una persona, ci si sbaglia. Questo anche se è ben difficile pensare qualcosa di nuovo in quella materia, qualcosa che non sia mai stato pensato prima. Ed anche se nella liturgia certe espressioni si ripetono ciclicamente, come se si stesse recitando un copione in uno spettacolo o suonando seguendo uno spartito. Per quanto, per orientarsi, si seguano esempi, insegnamenti e discipline, la nostra vita, come scrisse David Maria Turoldo in una bella poesia che ho trascritto tempo fa su questo stesso blog, ogni nostro nuovo giorno è effettivamente un giorno mai vissuto da nessuno.
E c’è dell’altro.
Pedagogicamente si parte dal meno per arrivare al più. Il catechismo che aveva tra le mani per prepararmi alla Prima Comunione, alle elementari, che conservo ancora, era fatto di poche pagine. Poi ho letto diverse altre cose. Il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, nell’edizione della Libreria Editrice Vaticana, ha 694 pagine. Ma la letteratura in materia di fede cristiana è immensa e supera di molto le capacità di lettura di una singola persona. Avanzando nella conoscenza si potrebbe pensare anche di avanzare nella fede. Ma in questo modo si potrebbe anche considerare inarrivabile la perfezione, a causa dell’impossibilità di conoscere tutto. Mi sono reso conto che non è proprio così. Secondo una suggestiva espressione della teologia, nel frammento c’è il tutto. La perfezione è a portata di mano fin dall’inizio. Ciò che è stato pensato nel passato non è quindi un peso e un impedimento, ma solo, eventualmente, un aiuto. Sono state considerate esemplari anche persone molto giovani. E anche non particolarmente dotte. Questo è un miracolo che è stato compiuto e viene ancor oggi realizzato dal nostro particolare modo di tramandare ciò che abbiamo ricevuto.
Quello che accade per le conoscenze, è vero, mi pare di aver capito, anche per le esperienze di vita. L’idea di un progredire in esse deriva solo dal vivere, in una collettività, una certa pedagogia, per cui scopriamo cose nuove e, crescendo, anche con l'aiuto di altri, cerchiamo le soluzioni ai problemi particolari della nostra esistenza, secondo le diverse età e condizioni. Da bambini pensiamo da bambini, da adulti spesso si pensa da adulti. Ma, paradossalmente, questo non è un vero e proprio progresso verso la perfezione. Tutto ciò che serve, nelle cose di fede, è reso disponibile fin dal primo momento e in ogni momento. Non è come in un pellegrinaggio, in cui quello a cui si mira lo si ottiene solo alla fine del viaggio e, a volte, con molta fatica.
Nelle confessioni, come la nostra, in cui c’è l’uso di battezzare i neonati, si diventa irrevocabilmente cittadini del cielo molto prima di poter intendere ciò che questo significa, sulla parola dei genitori. E non è come quando si diventa cittadini di uno stato, che significa ritrovarsi ad essere sudditi di un certo potere politico senza che serva un nostro atto di formale sottomissione, per il solo fatto di nascere in un certo territorio sottoposto a quel potere o da certi genitori, sudditi a loro volta. Significa, mi pare di capire, che tutto ciò che serve per essere perfetti è, in questa nostra concezione, a nostra disposizione fin dall’inizio, per effetto di qualcosa che c’è stato prima di noi e una volta per tutte.
Insomma, la vita di fede non dovrebbe davvero risultare particolarmente faticosa o limitante, in questa prospettiva. Sono altre le cose che ci affaticano e ci legano, per cui a volte ci pare di essere attaccati a un duro giogo, di tirare una pesante “carretta” o addirittura di essere prigionieri. Accade, allora, di scoprire la fede come autentica liberazione.
Ciò detto, bisogna riconoscere che il nostro tipo di esperienza religiosa ci spinge all’azione e al cambiamento, sia interiore che esteriore. Questo spiega la grandissima varietà delle espressioni religiose che sono derivate e derivano dalla nostra fede, sia lungo la storia che nelle varie epoche di essa. Per quanto, a fini pedagogici, didattici, di studio e anche, per così dire, disciplinari, si cerchi di riassumerle e di tipizzarle, esse mi paiono veramente irriducibili in categorie, se non per approssimazione. Vivere la nostra fede non è mai veramente un ripercorrere un tempo vissuto da altri, anche se gli altri possono essere certamente presi ad esempio. Ogni nostro giorno è, appunto, un giorno mai vissuto da nessuno e una nostra particolare responsabilità. L’esperienza religiosa quindi riserva sempre delle sorprese e non è mai, nella pratica, quella “solita” di sempre, anche se nei millenni della sua storia certamente si coglie molto nettamente, nella tradizione della fede, una forte continuità ideale, che ai tempi nostri riscopriamo anche al di là di molte tragiche divisioni del passato.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli