venerdì 2 marzo 2012

Il popolo di Dio - brano dalla Lumen Gentium

Il popolo di Dio

  In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera per la giustizia. Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità.
[…]
 Questo popolo messianico ha per capo Cristo ‘dato a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione’ (Rm 4,25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr Gv 13,34). E  finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo, vita nostra e ‘anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figlio di Dio’ (Rm 8,21. Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente l’universalità degli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento di redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo.

Dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa, cap.2°, n.9.

Mie riflessioni
 I documenti ecclesiastici sono scritti  in linguaggio teologico. Esso, per quanto venga usato per essere precisi e coerenti, non sempre fa sufficiente chiarezza negli aspetti pratici di certe affermazioni.
 Che significa dire che le persone di fede formano un popolo di un regno? Sembrerebbe alludersi a un fatto politico. Poi si scopre però che non è così. E allora com’è?
 Certe realtà storiche ingannano: il Papa, ad esempio, è effettivamente un re. Governa sulla Città del Vaticano, lo staterello-quartiere costituito con il Trattato lateranense, nel 1929. E’ quello il regno della teologia?
 Più in generale le leggi della nostra Chiesa come istituzione attribuiscono al Papa un potere supremo, del tipo di quello storicamente attribuito a monarchi assoluti regnanti su vasti domini. E’ quindi alla Chiesa-istituzione che ci si riferisce parlando del regno?
 E questo “popolo messianico” di cui si parla è come i popoli che costituiscono gli stati del mondo? Non pare. I popoli degli stati del mondo sono fatti di gruppi di genti che la pensano diversamente tra loro e che sono riuniti dal fatto di soggiacere a un potere politico che ha la forza di dominarli. Il popolo della teologia è invece germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. La sua legge è l’amore al modo di Cristo. Dovrebbe realizzare una comunione di vita, di carità e di verità. E’ strumento di redenzione inviato a tutto il mondo. Non sembra unificato dall’essere oggetto di un potere che lo sovrasta: “Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio”, si legge nel documento che ho sopra trascritto.
 Infine, come conciliare il metodo democratico con il quale si vogliono ai tempi nostri regolare i moti delle collettività, in modo che non sfocino in violenza, con l’idea di regno? E come accade che in un “regno” si sia liberi, al modo dei “figli di Dio”?
 Parlando in ecclesialese, che è un po’ una forma dialettale della teologia, mi verrebbe facile rispondere, recitando formule che ho imparato fin da bambino; se devo parlare in linguaggio comune ho qualche difficoltà.
 Mario Ardigò – San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.