sabato 3 marzo 2012

Gente di frontiera - mie riflessioni

Gente di frontiera

 Chi guarda dall’esterno le attività religiose di una comunità come quella parrocchiale, ad esempio quello che si fa e si dice nella parrocchia di San Clemente papa, nel nostro quartiere di Monte Sacro – Valli in Roma, città che è il centro gerarchico della cattolicità, ha l’impressione, sbagliata come di seguito dirò, che la gente che le pratica abbia raggiunto molte sicurezze. E tuttavia se chiedeste, a me cinquantenne cristiano cattolico convinto, di “garantirvi” che “Dio c’è” o che “Dio vi ama”, non potrei farlo, lo dico in tutta onestà di coscienza. E questo per il motivo che io Dio non l’ho mai visto, che Dio non mi ha mai parlato direttamente, che so di lui e delle sue intenzioni da testimoni che potrebbero non essere del tutto affidabili. E’ vero che in qualche occasione ho avvertito emotivamente un trasporto verso ciò che la fede costituita mi proponeva, ma, innanzi tutto per abito professionale, cerco sempre di distinguere dalla realtà vera l’immagine che me ne deriva per occasionali turbamenti sentimentali. Nel mio lavoro mi sono trovato a parlare con persone che avevano veramente l’aspetto di brutti ceffi, tipi che la criminologia ottocentesca avrebbe definito amorali costituzionali,  per cui ero istintivamente portato a credere alle brutte cose che si dicevano su di loro. Tuttavia la pratica del diritto non consente di fondare una condanna criminale sulla base di quegli elementi emotivi, non lo ha mai consentito anche in epoche in cui nei processi ci si permetteva di strapazzare abbastanza i sospettati e chi altri rendeva dichiarazioni; si  richiede invece di indagare i fatti, e prima di tutto le azioni imputate a quei soggetti, in base ad elementi verificabili secondo un processo razionale. Di solito in un processo criminale sono elementi molto importanti le testimonianze. Ai nostri tempi, però, la psicologia cognitiva e le neuroscienze ci mettono in guardia: i meccanismi di ricostruzione dei ricordi negli esseri umani a volte, direi spesso, non sono veramente affidabili e può accadere, è accaduto, che un testimone ricordi ciò che non è mai successo.
 Del resto nelle nostre scritture sacre c’è l’affermazione che “Dio nessuno l’ha mai visto”. A lui si attribuiscono anche gli attributi di “ignoto” e di “nascosto”.
 Mi si può obiettare che io non ho mai visto neppure i miei trisnonni e probabilmente non vedrò mai i miei pronipoti: questo tuttavia non mi impedisce rispettivamente di credere che i primi vissero, come mi è stato raccontato,  e di confidare che i secondi verranno, secondo come vedo che vanno le cose in questo mondo. E’ vero, ma per quanto riguarda il passato, man mano che ci si allontana dai nostri giorni, ci si inoltra in epoche in cui la verità storica, come noi oggi la intendiamo, non era il primo dei problemi. Quanto al futuro, non si può mai essere certi che il domani, soprattutto quello più lontano, sarà una semplice ripetizione di quello che vediamo intorno a noi. Storicamente non è stato così. Le società umane a volte sono cambiate piuttosto velocemente. Anche nel recente passato, ad esempio, le guerre poterono travolgere le aspettative di molta gente.
 L’errata impressione di sicurezza collettiva può essere rafforzata, nella Chiesa cattolica, dall’esistenza di un vasto corpo ideologico che è costituito dalla “dottrina sociale”. Esso  è fatto di varie encicliche papali che dalla fine dell’Ottocento hanno trattato di problemi di giustizia sociale e da alcuni degli atti normativi del Concilio Vaticano 2° (1962/1965). Sembrerebbe che ogni aspetto della vita comune sia stato trattato in modo esauriente e, per così dire, definitivo da chi nella Chiesa ha il compito di insegnare, da quello che definiamo “magistero”. Ma non è così. In realtà, a ben considerare, troviamo una evoluzione anche nella stessa dottrina sociale. Essa, inoltre, non è stata elaborata sulla base di intuizioni originali dei capi religiosi, ma è la sintesi di sviluppi culturali e pratici diffusi in precedenza tra i fedeli: viene in qualche modo  a confermare certe tendenze preesistenti in quello che viene considerato il “popolo” religioso, discriminando quelle che sono accettabili in base ai principi di fede da quelle che non lo sono. Quindi, su ogni argomento, come si può constatare studiando la genesi storica di quei documenti, prima osserviamo la diffusione di certe idee e prassi e poi la loro formalizzazione in atti dell’autorità religiosa. Senza la prima fase ci sarebbe stata la seconda? Non potrei dirlo con sicurezza. Non può escludersi  che sorgano al vertice personalità eccezionali che abbiano la capacità di ideare e di imporre agli altri, d’autorità, certe scelte. Di fatto  mi pare che non sia mai andata così. Prima sono venute le prassi di popolo, alle quali corrispondevano certe idee, come quella che auspicava uno sviluppo democratico dei regimi politici, e poi le pronunce del magistero. Questo anche se i movimenti collettivi che precedettero e, in fondo, determinarono certe affermazioni dottrinali non sono in genere ben richiamati in quei documenti dell’autorità, che di solito parlano il linguaggio della teologia ed evidenziano principalmente come certe soluzioni discendano razionalmente da alcuni contenuti di fede come emergono dagli scritti sacri e dalla tradizione ecclesiale, nella preoccupazione quindi di attestare l’ortodossia di certe idee.
 Che voglio concludere con queste mie parole, che ad alcuni possono apparire un po’ inquietanti?
  Cercherò di spiegarmi, avvertendo però che sto parlando della mia personale esperienza di uomo di fede e che potrei, come mi è accaduto in passato, in particolare da adolescente e da ventenne, ingannarmi su molte cose. Sono solo, come mi avvertì l’assistente ecclesiastico del mio gruppo FUCI, gli universitari cattolici, un “ignorante colto”.
 Da ragazzo ho fatto lo scout, tra gli esploratori cattolici dell’ASCI, oggi AGESCI. Nel libro “sacro” dei “boy scout”, Scouting for boys di sir Robert S.S. Baden Powell di Gilwell, il fondatore del movimento, ufficiale superiore dell’esercito britannico, ci sono molte storie sugli “scout”, cioè su quegli individui un po’ stravaganti che sapevano addentrarsi in territori sconosciuti, sopravvivendo alla natura e agli indigeni ostili. Erano gente “oltre” la frontiera, che acquisivano una sapienza pratica fronteggiando una natura e società ostili. A volte imparando cose anche da chi li minacciava. Ad esempio la sapienza degli indiani d’America nel leggere le “tracce” lasciate da animali e umani nella natura e nel mimetizzarsi. Bene, io credo che l’uomo di fede, la persona religiosa, sia un po’ come quegli scout, una persona  “oltre” le frontiere, dotata di una sapienza pratica che le consente    di sopravvivere in condizioni difficili.
 Capita, ad un certo punto dello studio superiore di una disciplina scientifica, di scoprire di trovarsi sulla frontiera del mondo conosciuto e di avere la necessità, per sopravvivere nel mondo contemporaneo, di andare oltre. Sappiamo che in questo, storicamente, la nostra Chiesa non ha sempre incoraggiato i fedeli. Oggi è molto diverso.  Essa ci chiede di andare “oltre”, ma anche di ritornare a riferire le proprie esperienze, per pensarci su insieme.
 Con questo “blog”, attivato in via sperimentale,  noi del gruppo di Azione Cattolica della Chiesa che è nella parrocchia di San Clemente Papa vorremmo rivolgerci alla gente che, metaforicamente, nel senso che ho sopra precisato, sta sulle e oltre le frontiere, per apprendere, riflettendoci su insieme, dalle esperienze fatte  nelle cose della vita. Questo è anche, quindi, un appello al ritorno.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.