Il soprannaturale: cose invisibili
Quando parliamo agli altri di cose della nostra fede non sempre teniamo adeguato conto che trattiamo anche di cose soprannaturali, che nessuno oggi, in genere, “vede”.
E’ vero che ciascuno, con l’uso della ragione naturale, può convincersi dell’ “esistenza” di quelle realtà invisibili, ma si può agevolmente constatare che è vero anche il contrario. In questo secondo caso, dobbiamo farne una colpa agli increduli, che non si convincono con l’uso della ragione naturale e nemmeno dopo il nostro primo “annuncio” e i conseguenti successivi nostri volenterosi discorsi?
Nella Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, promulgato all’esito del Concilio Vaticano II, si legge:
2, Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsiasi potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione …
3.La verità … va ricercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè con un ricerca condotta liberamente con l’aiuto dell’insegnamento o dell’educazione, per mezzo dello scambio e del dialogo con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca, gli uni rivelano ad altri la verità che hanno scoperta o che ritengono di avere scoperta; inoltre, una volta conosciuta la verità, occorre aderirvi fermamente con assenso personale.
L’uomo coglie riconosce gli imperativi della legge divina attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza. … Infatti l’esercizio della religione, per sua stessa natura, consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l’essere umano si dirige immediatamente verso Dio: e tali atti da un’autorità meramente umana non possono essere né comandati né impediti”.
Nel decreto Ad Gentes sull’attività missionaria della Chiesa, promulgato all’esito del Concilio Vaticano II, si legge:
“…la Chiesa, pur possedendo in forma piena e totale i mezzi atti alla salvezza, né sempre né subito agisce o può agire in maniera completa: nella sua azione, tendente alla realizzazione del piano divino, essa conosce inizi e gradi; anzi talvolta, dopo inizi felici, deve registrare dolorosamente un regresso, o almeno si viene a trovare in uno stadio di inadeguatezza e insufficienza. Per quanto riguarda poi gli uomini, i gruppi e i popoli, solo gradatamente essa può raggiungerli e conquistarli, assumendoli nella pienezza cattolica. A qualsiasi condizione o stato devono poi corrispondere atti appropriati e strumenti adeguati”.
A volte, accostando gli altri ai quali vogliamo parlare della nostra fede, parliamo delle cose di religione come se avessero un’evidenza pari a quella delle cose intorno a noi. E’ possibile che interiormente si sia raggiunta una convinzione molto forte, per cui si sia diventati sicuri delle realtà soprannaturali con lo stesso vigore di come si è convinti dell’esistenza di quelle naturali. Ma questa è una realtà intima, difficilmente comunicabile agli altri.
Fare una colpa agli altri intorno a noi di non credere nella nostra religione, in particolare nel tipo di salvezza che essa propone, può essere avvertito dai nostri interlocutori come una forma di coercizione, inammissibile alla stregua dei principi sopra proclamati? Questa forma, seppure blanda, di costrizione psicologica può essere fatta rientrare negli “strumenti adeguati” per l’attività missionaria? Personalmente non l’ho mai utilizzata. Tengo sempre ben presente il versetto che si legge nel Vangelo secondo Giovanni, 1, 18.
Nel Sillabo, documento promulgato con l’enciclica Quanta Cura dal Papa Pio 9° l’8-12-1864, contenente l’elenco delle proposizioni ritenute erronee dall’autorità religiosa cattolica, si leggono, tra le altre, le seguenti proposizioni all’epoca condannate:
XV. È libero ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione che, sulla scorta del lume della ragione, avrà reputato essere vera.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862
LXXVII. In questa nostra età non conviene più che la religione cattolica si ritenga come l’unica religione dello Stato, esclusi tutti gli altri culti, quali che si vogliano.
LXXIX. È assolutamente falso che la libertà civile di qualsivoglia culto, e similmente l’ampia facoltà a tutti concessa di manifestare qualunque opinione e qualsiasi pensiero palesemente ed in pubblico, conduca a corrompere più facilmente i costumi e gli animi dei popoli, e a diffondere la peste dell’indifferentismo.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.
Possiamo quindi constatare un’evoluzione del magistero su quei punti. Non ce ne dobbiamo scandalizzare: la Chiesa, come sopra proclamato solennemente, “…conosce inizi e gradi; anzi talvolta, dopo inizi felici, deve registrare dolorosamente un regresso, o almeno si viene a trovare in uno stadio di inadeguatezza e insufficienza.”
Mario Ardigò – AC San Clemente Papa – Roma, Montesacro, Valli