giovedì 9 febbraio 2012

Dal presidente: l'incontro di martedì 7 febbraio

Dal presidente

Gruppo AC: l’incontro di martedì 7 febbraio

  Freddo pungente, lastre di ghiaccio sui marciapiedi e rischio neve. Ma un bel gruppo di intrepidi fedelissimi non vuole mancare all’incontro settimanale dell’AC di San Clemente. Non c’è Don Jim, l’assistente. Si sperimenta allora una forma nuova di approfondimento delle letture di domenica 12 febbraio. “Lectio” lenta e poi “ruminatio” in silenzio. Si parla dei lebbrosi: prima la legge mosaica sull’impurità e l’emarginazione dei lebbrosi (Levitico 13) e poi il rovesciamento operato da Gesù, che tocca e guarisce “l’impuro” (Marco 1,40-45). Ciascuno rilegge e commenta la frase che lo ha colpito. Intervengono tutti, o quasi. Dalla riflessione corale emerge già un primo approfondimento: la compassione di Gesù, la mano tesa, il contatto, la scomparsa della lebbra, la purificazione.
  Ma il tema caldo, che ha già appassionato il gruppo, è quello del male, della malattia, della sofferenza. É Dio che manda il male? É Dio che può guarire, magari attraverso il miracolo? Padre David Maria Turoldo non è d’accordo: “No, io non penso che sia giusto pregare perché Dio mi guarisca. Lo posso capire, ma solo a livello umano, a livello di un Giobbe che ancora brancica nel buio del suo dolore e della sua disperazione, lo posso cioè ammettere come necessario sfogo, rimedio all’angoscia. Io non prego perché Dio intervenga, io prego perché Dio mi dia la forza di sopportare il dolore e di far fronte anche alla morte con la stessa forza di Cristo”. E l’atteggiamento di Gesù di fronte al male e alla morte è quello della notte nell’orto del Getsemani, “l’anima triste fino alla morte”, quel “allontana da me questo calice” ma “sia fatta la tua volontà e non la mia”. La proiezione dell’inizio del film di Mel Gibson “La Passione” ci fa memoria di quei momenti drammatici per la tensione, la tentazione, la solitudine, la mancata solidarietà dei discepoli addormentati. Leggiamo poi un testo di Gianfranco Ravasi: “Solo se circondato d’amore, il malato riesce ad accettarsi e a superare anche il pudore”. E ancora: “Quel ‘toccare’ il lebbroso è una parabola dell’incarnazione, è un assumere su di sé il male. Non per un gesto solo di solidarietà filantropica bensì di condivisione totale, pronta a violare la stessa legge ebraica. Un gesto che, però, ha come esito la salvezza perché quell’uomo che tocca il lebbroso è anche il Salvatore”.
  La soluzione intravista è convincente. Abbiamo sentito un Gesù vicino e non un Messia lontano.
Lorenzo ci propone, prima del Padre Nostro finale, una concreta esperienza di fraternità con i malati per il tempo di Quaresima.