mercoledì 25 gennaio 2012

Lectio divina

Lectio divina

Il lavoro che, dalla comprensione e meditazione degli scritti biblici, conduce ad una forte spiritualità interiore e all’attuazione di  conseguenti decisioni morali con determinazione e costanza, lavoro che anche in Azione Cattolica ci si propone di svolgere, ricalca il procedimento religioso della lectio divina.
 Dal libro del padre Francesco Rossi De Gasperis, Bibbia ed esercizi spirituali, Torino, 1982:
«Lectio divina» è la lettura continua di tutte le Scritture, in cui ogni libro e ogni sezione viene successivamente letta, studiata e meditata, compresa e gustata, mediante il contesto di tutta la rivelazione biblica, Antica e Nuovo Testamento. Per questa sua semplice adesione e umile rispetto dell’intero testo biblico, la «lectio divina» è una prassi di obbedienza totale e incondizionata a Dio che parla, dove l’uomo diventa un attento «uditore della parola» […] Essa comincia dalla Parola di Dio e la segue passo passo dal principio alla fine. La «lectio divina» suppone e prende sul serio l’unità di tutte le Scritture”.
 Il lavoro di lectio divina, secondo il citato testo, può essere suddiviso nelle seguenti fasi.
 1) lectio: si legge e rilegge una pagina dell’Antico e del Nuovo Testamento, mettendone in rilievo gli elementi portanti;
2) meditatio: è la riflessione sui valori del testo, soprattutto sui valori permanenti;
3) contemplatio: è l’adorazione della persona di Gesù, che riassume tutti i valori;
4) consolatio: gioia profonda che viene dalla visione con Dio;
5) deliberatio: si decide per le scelte secondo Gesù;
6) actio: modo di vivere e agire secondo lo Spirito di Cristo.

Mie osservazioni:
 La lectio divina, in quanto presuppone la capacità di cogliere l’unità del senso cristiano delle scritture bibliche, richiede solitamente di appoggiarsi agli aiuti che nella Chiesa sono offerti ai fedeli per intendere bene i testi sacri. Questi ultimi non sempre sono di facile e immediata intelligibilità. Quando invitiamo gli altri a intendere “la Parola” dobbiamo tenerne sempre conto. Noi solitamente conosciamo quei testi in traduzioni, che sono già una  aiuto considerevole per intenderli.
Le  lingue originali della Bibbia sono l’aramaico, l’ebraico e il greco. In ebraico furono scritti tutti i libri protocanonici dell’antico Testamento. All’interno di questi libri si trovano, nelle edizioni ebraiche della Bibbia, delle sezioni più o meno lunghe, in aramaico. Più esattamente sono:  Es 4,8-6; 18; 7; 2-26; Dn 2,4-7,28. Si aggiungano due parole in Gen 31,47 e una frase in Ger 10,11”.
(da SCHARBERT Josef, La Bibbia – storia autori messaggio, Dehoniane, 1978, pag.193).
 Da qualche tempo stiamo familiarizzandoci, nella liturgia, con la nuova traduzione della Bibbia commissionata dalla CEI, che ha sostituito quella, sempre della CEI,  risalente al 1974, e a volte rimaniamo sorpresi dalle differenze di senso che frasi bibliche familiari hanno assunto nella nuova traduzione rispetto alla precedente.  Sono disponibili molte altre traduzioni della Bibbia in italiano dai testi originali, in particolare quella interconfessionale in lingua corrente della LDC-Alleanza Biblica internazionale, completata nel 1985.
 Molte sezioni della Bibbia non sono pienamente comprensibili senza delucidazioni di carattere storico.
 Le edizioni della Bibbia successive al Concilio Vaticano II sono solitamente corredate ampiamente di note e da altri testi che aiutano ad intendere gli scritti sacri.
 Il lavoro di traduzione in italiano dei testi biblici dalle lingue originarie presuppone anche un esame critico dei molteplici “testimoni del testo”, vale a dire del contenuto degli antichi manoscritti, contenenti diverse varianti, dai quali si ricavano i testi posti a base dell’opera di traduzione in italiano. Nelle note che riguardano diverse frasi bibliche viene chiarito che il senso della traduzione è puramente congetturale, vale a dire probabile, perché non  si è sicuri di essere riusciti a ricostruire ciò che l’antico autore intendeva significare. L’opera specialistica di esame critico dei testimoni del testo e di traduzione tiene conto dei risultati delle scienze bibliche e delle molte tradizioni interpretative del passato.
 Insomma, anche persone colte di solito non hanno mai un accesso “diretto” ai testi biblici, che conoscono solo attraverso l’opera di specialisti nel lavoro di traduzione. Inoltre, per utilizzare i testi sacri come orientamento per le proprie decisioni morali, è indispensabile, occorrendo apprendere il senso “cristiano” delle scritture sacre, fare riferimento al magistero della Chiesa. Infatti, se si prescinde da quest’ultimo, ed isolando il senso di certi brani biblici si può giungere a conclusioni addirittura opposte a quelle più diffuse e antiche tra i cristiani e, in particolare, nella cattolicità. Ad esempio, ci si può convincere che è giusto lapidare le adultere.
 La lectio divina è, in definitiva, anche quando si svolge nell’interiorità di una persona, un lavoro che richiede un senso ecclesiale, la fiducia nella Chiesa.
 La liturgia della Messa, che presenta, ordinate in modo da dar loro un senso ben definito e pronte per essere spiegate dal celebrante, una serie abbastanza  ampia di letture tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento può costituire un buon inizio per chi principia.
 Nelle nostre riunioni di gruppo di Azione Cattolica facciamo infatti riferimento, per il nostro lavoro di spiritualità, alle letture della domenica successiva e abbiamo l’aiuto del sacerdote che ci assiste.
 Quando, nel rivolgerci ad altri che non hanno o hanno meno familiarità con le scritture, proponiamo loro di prestare fede alla “Parola” non dobbiamo mai dimenticarci che ricavare quella Parola richiede uno sforzo e, innanzi tutto, una maggiore prossimità alla Chiesa.  Quali “annunciatori” noi, a mio avviso, diveniamo anche debitori verso gli “uditori”  dell’aiuto necessario a comprendere il senso religioso di ciò che annunciamo. Quindi non possiamo fare una colpa agli “uditori” se non  lo comprendono subito o se lo fraintendono, se mancano dell'indispensabile sostegno, innanzi tutto da parte nostra.
 Certo, alcuni orientamenti etici possono essere correnti in una collettività per definire una vita onesta, come opzioni coesistenti con altre, ma solo se acquistano uno specifico senso religioso assumono nell’interiorità quella particolare forza con cui sono intesi e vissuti tra i cristiani.
Anche nell’episodio neotestamentario dei discepoli di Emmaus (Luca 24,13-35) questi ultimi compresero il senso degli eventi solo dopo aver ricevuto una spiegazione dettagliata (cominciando da Mosé e da tutti i profeti) delle Scritture in ciò che si riferivano al destino del crocifisso e dopo un’azione che potremmo definire “liturgica” (benedire, spezzare e distribuire il pane). Questi elementi li ritroviamo nell’attuale liturgia della Messa.
Mario Ardigò – AC San Clemente Papa – Roma, Montesacro, Valli