domenica 1 gennaio 2012

democrazia e valori sintesi saggio campanini

Per il gruppo AC S. Clemente  -riunione dell’8-11-11 – Democrazia e valori
 Questa sera vi voglio parlare del saggio divulgativo Democrazia e valori – per un’etica della politica del sociologo e storico Giorgio Campanini, disponibile il libreria ad €8,00, pag.114, editrice AVE. L’autore si propone di recuperare il profondo collegamento tra etica e politica, che riguarda anche le relazioni tra il Cristianesimo e il potere.
“Con il Cristianesimo, per la prima volta nella storia, è stato chiaramente, e in un certo senso definitivamente affermato -con diffusa risonanza anche fuori dell’Occidente- il principio della distinzione tra politica e religione”.
 E’  questo che si intende quando si parla di laicità della politica.
“…il potere diventa un compito affidato all’uomo, un ambito nel quale Dio si astiene dall’operare direttamente ma che riserva alla libertà degli uomini.”
 E’  la distinzione “fra Dio e Cesare [Mt 22,21] e cioè tra autorità religiosa e politica”.
 E tuttavia il Cristianesimo “inserisce nella storia una nuova e per certi aspetti sconvolgente forma di unificazione, tutta spirituale”. Essa si basa sull’affermazione di valori indisponibili.
 Nel corso del Novecento declinarono le ideologie assolutistiche: nazionalismo, socialismo, comunismo. Si affermarono ideologie che rispettavano uno spazio di indisponibilità della persona umana: socialdemocrazia, liberalismo, cattolicesimo sociale. Esse risultarono più realistiche e praticabili. Si creò  così un terreno favorevole alla democrazia politica.  E tuttavia:
“Le stesse istituzioni democratiche, una volta disancorate da un riferimento ai valori, finiscono per apparire come svuotate di senso. E del resto, come giustificare il rispetto dell’uomo, la solidarietà tra gli uomini e fra i popoli, il superamento dei razzismi e degli esclusivismi regionali, facendo appello alla sola ‘ragione laica’?”
 L’autore riassume le fasi storiche del passaggio da una forma di potere ad un’altra: dalla famiglia alla città, dall’autorità, intesa come forza di persuasione non basata sulla coazione, alla politica, in cui la minaccia o l’uso della forza è elemento caratteristico. E tuttavia una certa base di consenso è sempre necessaria, anche nei regimi politici autoritari.
“Sul piano storico la tendenza del potere è di passare da un’origine tradizionale a una consensuale e dall’estraneità rispetto ai governanti al consenso popolare. La democrazia è, in linea teorica, appunto il regime in cui il potere è esercitato – secondo la nota formula di Abramo Lincoln ripresa da Maritain- dal popolo, con il popolo, per il popolo
 L’ordinato funzionamento di una società richiede l’esercizio di un potere politico: “la democrazia appare come un forma di governo fondata non sulla negazione, ma sulla circoscrizione, limitazione del potere”. Il fondamento ultimo del potere politico è stato individuato nell’attuazione di un’etica di giustizia da parte del popolo o del sovrano o in un contratto sociale, per il quale nell’interesse generale si accetta di obbedire ad altri. Nelle teorie democratiche del Novecento le due visioni sono state conciliate, convenendo su alcuni principi comuni: “…il riconoscimento della sovranità popolare, la teoria della limitazione del potere, il criterio della diretta partecipazione dei cittadini al suo esercizio e controllo”. Nei regimi democratici l’attuazione della giustizia sociale e il controllo del potere richiedono un’attiva partecipazione dei cittadini.
 L’esercizio del potere politico si realizza in una comunità politica. Una delle sue forme storiche di organizzazione è lo Stato, teorizzata in particolare a partire dal diritto romano.
“Nella tradizione di pensiero cattolica non è lo Stato che è al centro della vita politica, bensì la persona: la persona che inventa, crea, realizza progressivamente  una serie di ‘luoghi’ ne quali si esprime la socialità e che hanno tutti un’alta dignità: la famiglia, le comunità locali, le varie espressioni della società civile, la società economica (quale si esprime nel mercato) e, alla fine – ma soltanto alla fine- anche lo Stato, come punto di sintesi finale, ma non unica né esclusiva, delle forme in cui si esprime la natura sociale dell’uomo”.
 Si  deve obbedire al potere politico, ma non  in maniera incondizionata e  assoluta. Infatti “E’ meglio obbedire a Dio  che agli uomini” [Atti 5,29]. La Chiesa considera certi valori di fondo indisponibili, anche in un regime democratico. Questo orientamento, scrive Campanini, è anche alla base delle più recenti dottrine costituzionalistiche in materia di diritti umani. Stravolgimenti di questi ultimi sono “…sempre possibili se viene meno il consenso dei cittadini sui valori essenziali della convivenza."
 Pur accettando  la reciproca indipendenza e autonomia di Chiesa e Stato, che dipende dalla distinzione tra religione e politica, la dottrina sociale della Chiesa, il corpo degli insegnamenti impartiti dai papi e dai vescovi con l’autorità loro propria, “mette in guardia da una visione rigidamente separatista dei rapporti tra Stato e Chiesa, dal momento che una collaborazione appare auspicabile in vista del bene comune”, inteso anche come tutela di un sistema di valori fondamentali, non solo come benessere materiale. Pertanto
“…il cristiano è l’uomo di una ‘duplice obbedienza’; alle legittime autorità, ma anche all’ordine morale e, conclusivamente, alla sua coscienza. Non si tratta di ‘dipendere’ dall’istituzione ecclesiastica o dai vescovi, ma di riconoscere il primato della coscienza morale. [Ciò] …non incrina il valore dello Stato democratico,ma, al contrario, lo rafforza, perché fa di esso uno stato consapevole che vi  è una soglia, quella della coscienza morale, oltre la quale lo Stato non deve andare.”
 Appartiene ormai al passato la diffidenza della gerarchia cattolica verso la democrazia e le sue istituzioni. E parlare dell’esistenza di “valori non negoziabili” non è una posizione antidemocratica, perché “le moderne Costituzioni sono appunto orientate nel senso di ipotizzare  una serie di valori ‘non negoziabili’, in qualche modo assoluti, non assoggettati al gioco  delle maggioranze, o delle minoranze, parlamentari”.
 Nella politica il concetto di valore  è collegato a quello di “bene comune”. Quest’ultimo venne esplicitato dal filosofo greco Aristotele (4° sec.a.C.) al quale il filosofo e teologo Tommaso D’Aquino (13° sec.d.C.) si ispirò. E’ stata una faticosa conquista culturale concepire il bene comune come riferito all’intera umanità e non solo a una determinata collettività, più o meno ampia. Il riconoscimento di una comune umanità trova un fondamento nei testi evangelici. L’idea di bene comune universale fu particolarmente sviluppata dagli anni ’60 del Novecento nel magistero sociale della Chiesa cattolica. Campanini segnala in particolare le encicliche Pacem in terris (del papa Giovanni 23° - 1963), con l’affermazione di diritti umani universali,  e Populorum Progressio (del papa Paolo 6° - 1967), con l’affermazione “dell’eguale diritto ad usufruire dei beni della terra e a conseguire il minimo di benessere necessario per la piena espansione della vita personale”, nonché l’importanza data alla questione ambientale, che appare strutturalmente senza frontiere (ciò che può essere bene per una comunità può diventare male per un’altra). Dalla concezione universalistica del bene comune deriva una nuova dimensione planetaria della cittadinanza, dove “cittadini non sono soltanto i titolari di una determinata nazionalità ma tutti gli uomini del mondo”.
“Si tratta di coniugare valori universali e particolaristici senza mortificare né gli uni né gli altri e garantendo sempre e in ogni circostanza i diritti dell’uomo (non solo quelli dei propri cittadini)”.
 Nel magistero sociale si pone l’esigenza “di un’autorità politica supernazionale, embrionalmente disegnata dall’attuale ONU, che si faccia carico del perseguimento del bene comune, e della salvaguardia dei diritti dei cittadini, nei confronti di tutti, al limite contro la volontà stessa dei responsabili di una determinata comunità”.
 Le democrazie contemporanee sono pluralistiche.
“Pluralistica è … un’organizzazione dello Stato caratterizzata da una articolata molteplicità  di centri di potere organicamente collegati fra loro, in una visione che pone al centro della società civile la persona umana e non lo Stato, né come ordinamento giuridico o come monopolio della forza, né tanto meno come espressione di un nazione, di una classe o di una razza”.
La concezione pluralistica è riconosciuta nell’art.2 della Costituzione Italiana: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” formulato con l’importante contributo del cattolico Giorgio La Pira. Perché la comunità politica pluralistica rimanga governabile occorre realizzare una “minimale convergenza verso il bene comune”, inteso anche come insieme di valori.
  L’esperienza storica dei modelli politici totalitari portò a una rivalutazione di quelli democratici. E tuttavia la democrazia, che richiede impegno e fatica, consenso sociale maturo, una sorta di “plebiscito quotidiano”, è sempre un regime a rischio se si fonda solo su regole e non su altri valori condivisi.                                                      Mario Ardigò  -