AC S.Clemente 29-11-11 – L’affermazione dei principi nella società è compito di tutti
Il testo che vi presento questa sera è un’opera collettiva. Alla fine ne dirò il titolo e l’epoca di pubblicazione. Riguarda l’affermazione dei principi di fede nella società. Li apprendiamo in una collettività nella quale siamo educati. Essa, fin dalle origini, si raccoglie intorno a maestri, che si impegnano a tramandare fedelmente quei principi di generazione in generazione. Non agisce solo per il bene dei propri membri. Ritiene di poter venire in aiuto delle società in cui vive. In questo c’è un compito che può essere svolto anche da coloro che non hanno specificamente il compito di organizzare e formare ai principi quella collettività. Nessuno in essa deve essere solamente passivo. E’ la stessa complessità dell’organizzazione delle società umane a richiedere che il lavoro di influire per l’affermazione dei principi sia svolto anche da coloro che, nei vari ambiti sociali, hanno modo di operare. Esso, quindi, non è estraneo alla vita di fede: ne è invece una delle finalità. La famiglia, la cultura, l’economia, le arti e le professioni, la politica, le relazioni internazionali non sono solo vie, strumenti, per il perfezionamento personale, ma hanno un valore loro proprio, per il loro particolare rapporto con la persona umana al servizio della quale sono state create, per migliorare la società secondo i principi di fede. Benché nella fede si confidi che tutto ciò che esiste possa, al termine della storia, essere ricondotto ad unità, ogni realtà sociale ha suoi propri fini, sue proprie leggi, suoi propri mezzi, una sua specifica importanza per la persona umana: si parla in proposito di una sua autonomia. Conoscere i principi tramandati e sforzarsi di conformare la propria vita ad essi, sotto la guida di maestri stimati e degni di fiducia non sono sufficienti ad influire sulla società intorno a noi. La collettività di fede è vista come un corpo umano, in cui ogni parte deve esercitare la funzione sua propria, per il bene di tutti. Sono gli stessi nostri maestri ad esortare vivamente tutte le persone di fede a fare la loro parte per difendere e applicare i principi ai problemi attuali, cooperando anche con persone di altre fedi e convinzioni, secondo la specifica competenza di ciascuno e sotto la propria personale responsabilità. Un lavoro che, comportando lo sforzo di adeguare le società in cui si vive a principi supremi, universali, che richiedono di dare a ciascuno il suo, ciò che gli compete in ragione della comune umanità, deve essere vista come azione di giustizia. Quest’ultima è anche considerata una manifestazione di “amore”. Nel greco antico, la lingua in cui furono scritti i libri che caratterizzano specificamente la nostra fede, ciò che si traduce in genere con la parola italiana “amore” è espresso con vari termini: agàpe, filìa, coinonìa, èros. C’è una frase di quei libri che ci coinvolge sempre emotivamente: ò Zeòs agàpe estìn (così è scritto nella prima lettera di Giovanni, al capitolo quarto, versetto 8). Indica ciò che è al fondo di molte altre nostre convinzioni comuni. Uno dei suoi sensi profondi può essere spiegato così: nella nostra fede vorremmo arrivare a raccogliere tutti gli umani, nessuno escluso, a mangiare insieme da amici, una bella cena, con vino buono, che rallegra ma non fa male, e buon cibo, l’agàpe appunto. La nostra giustizia può quindi anche essere considerata come un cercare di instaurare questa agàpe nelle società in cui viviamo. Nonostante le difficoltà e i dolori della vita comune. Rese così questa idea, nel 1980, il giornalista Paolo Giuntella:
“Non bisogna infatti smettere di essere poeti per costruire la nuova città della giustizia. Bisogna smettere di essere istrioni. E diventare per la prima volta poeti. Cioè trasformatori. ‘Poièsis’ del resto significa produzione, costruzione, prodotto. Il prodotto della pràxis. La bellezza , compimento della poesia, senza slabbrature, non è infatti languore e malinconia. Anche la nostalgia più cruda e inguaribile deve trasformarsi in poesia, in energia e superare l’adolescenza attraverso l’esperienza del dolore e divenire adulta. Incontrerà, allora, senza dubbio la Bellezza, vincerà l’impossibile, ricongiungerà le carni e le anime divise.
Signore, non allontanare da me questo calice. D’accordo, Ma fa che si trasformi in Marzemìno, in Teroldègo generoso. Che io possa ritrovare la tenerezza tua Immagine, tuo Senso, tuo Seno, e possa tornare a danzare sulla piazza del mercato al suono del flauto e poi sedere sotto la pergola dell’osteria di Cana a bere quel mosto che non ubriaca mai.”
Un’azione di giustizia che si basa su convinzioni di fede è religiosa. Questo significa che l’agire individuale e comune scaturisce da forti interiorità e che, per questo motivo, non ci si arrende mai, per quanto le società in cui si vive resistano al cambiamento. La meditazione personale, lo studio dei libri fondativi del nostro vivere insieme da persone di fede, la partecipazione alle celebrazioni comuni ci fortificano contro ogni disillusione e ogni difficoltà.
Ci sono molte vie per l’impegno, non una sola. Sempre bisogna aver presenti quelli che stanno peggio, coloro che mancano di cibo, vestiti, casa, medicine, lavoro, istruzione, di un livello minimo di benessere, Un altro campo di azione è quello che riguarda la vita nelle famiglie. In esse può essere iniziato un dialogo amichevole con i più giovani, che può proseguire anche in altre occasioni. Anche la partecipazione alla società civile e a quella politica può essere occasione di operare per l’affermazione dei principi di giustizia. Storicamente si è anche affermato un tipo di impegno che caratterizza le organizzazioni dette “di azione cattolica”. In esse, con un più stretto legame con chi ha il compito di organizzare le collettività religiose, ci si forma e si collabora alla diffusione dei principi di fede in vari ambienti sociali.
La formazione che si richiede a chi voglia operare religiosamente per l’affermazione dei principi di fede nelle società in cui vive è sia spirituale che culturale. Bisogna conoscere bene il mondo in cui ci si trova inseriti, essere inseriti nelle proprie società, al livello con la loro cultura. L’arte del convivere e cooperare fraternamente, al fini di stabilire un dialogo con gli altri, con credenti e non credenti, con prudenza e gentilezza, per “promuovere tutto ciò che è vero, tutto ciò che è giusto, tutto ciò che è santo, tutto ciò che è amabile”, si apprende. C’è in questo un tirocinio da compiere, non si tratta solo di imparare una teoria. Associandosi ad altri che condividono certi obiettivi concreti, ci si può sostenere l’un l’altro in questo. Ma le varie idee che ci si propone di attuare nella società, i metodi seguiti e i risultati ottenuti devono essere discussi e vagliati, in spirito di fraternità e cooperazione, al cospetto dei capi della collettività religiosa, che hanno il compito di mantenere l’unione di tutte le forze che, nei vari ambiti, operano per l’affermazione dei principi di fede nella società. Questa è una parte importante di quel tirocinio di cui si è detto. Siamo esortati ad eliminare, a partire dalle relazioni con coloro che condividono la nostra fede, ogni malizia e ogni inganno, le ipocrisie e le invidie e tutte le maldicenze. A coltivare l’amicizia, per offrirci vicendevolmente aiuto. Quando parliamo di “dialogo” che cosa dobbiamo intendere?
Ci ragionò molto su Giuseppe Lazzati (1909-1986), che a lungo lavorò in Azione Cattolica:
Suoi caratteri sono i seguenti: 1) la chiarezza innanzi tutto; il dialogo è un travaso di pensiero …basta questa iniziale esigenza per sollecitare … a rivedere ogni forma del nostro linguaggio; 2)altro carattere è poi la mitezza…il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo…non comando, non è imposizione. E’ pacifico, evita i modi violenti; è paziente; è generoso; 3) la fiducia … promuove la confidenza e l’amicizia…esclude ogni scopo egoistico; 4) la prudenza pedagogica, la quale fa grande conto delle condizioni psicologiche e morali di chi ascolta. Nel dialogo, così condotto, si realizza l’unione della verità e della carità, dell’intelligenza e dell’amore.
(da una lezione tenuta nel 1984)
Nei secoli passati si cercò di stabilire una forte continuità tra le convinzioni di fede e quelle, di diversa natura, diffuse nelle varie società, ad esempio quelle che riguardavano gli ordinamenti politici e il funzionamento della natura, gli astri, la Terra, i viventi, compresi gli esseri umani. Ai nostri tempi si ritiene che l’unità, tra l’ordine spirituale e quello del mondo in cui si vive, si attui in primo luogo ed essenzialmente nelle coscienze delle persone di fede. Nella convinzione, comunque, che si stia formando come una nuova creazione, in modo iniziale qui ed ora, in modo perfetto in un tempo a venire, alla fine. La realtà presente, nella quale siamo inseriti, non è per questo privata di autonomia e valore, ma ne è come perfezionata. Ciò significa che le società in cui viviamo, con le loro difficoltà, i loro dolori, i loro problemi, non sono mai, nella visione di fede, l’ultima parola sugli esseri umani. E, nella fedeltà ai principi religiosi, riteniamo obbligo di giustizia di agire in esse per soccorrere le persone che in esse vivono, avendo “riguardo, con estrema delicatezza, alla libertà e alla dignità della persona che riceve l’aiuto”, senza desiderio di dominio, nell’intento di eliminare “non solo gli effetti, ma anche le cause dei mali…in modo che coloro i quali [ricevono l’aiuto] vengano a poco a poco, liberati dalla dipendenza altrui e diventino sufficienti a se stessi. Ho riassunto e commentato il decreto Apostolicam Actuositatem del 18 novembre 1963, sull’apostolato dei laici, del Concilio Vaticano 2°. Mario Ardigò dell'AC S.Clemente